Il presidente Trump ha sospeso quasi tutte le sanzioni contro la Russia che lui stesso aveva firmato un mese fa, mentre il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile per gli attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz e l’inflazione è salita al 3,7%. È da qui che è partita la diretta di ieri sera alle 21, a 16 giorni dalle midterm, dedicata alla politica estera e al suo peso sul voto: dopo la Russia e l’Iran si è parlato degli Houthi, delle elezioni in Israele e dell’endorsement di Trump a Benjamin Netanyahu, della Cina e di Taiwan, dello Scudo delle Americhe e infine dei sondaggi e delle sfide per il Senato in Michigan, Iowa e Texas.
Le dirette proseguono ogni domenica alle 21 fino al voto del 3 novembre, su YouTube, Facebook e X. L’ultima parte di ogni appuntamento è dedicata alle domande del pubblico, raccolte nei commenti durante la trasmissione.
Il diesel russo e lo scontro con l’Ucraina
Daniele Angrisani, che ha condotto la diretta, ha messo in fila gli ultimi dieci giorni: l’accordo di Trump con Vladimir Putin sul diesel, la sospensione delle sanzioni decisa venerdì e la risposta di Kyiv, con uno dei più grandi attacchi contro la Russia e un terminal petrolifero in fiamme a San Pietroburgo. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è arrivato a dire che schierarsi con Mosca sarebbe per gli Stati Uniti un errore storico, una frase che fino a poco tempo fa sarebbe stata impensabile.
Per Simona Fonda la situazione ricorda quella dell’incontro nello Studio Ovale dell’anno scorso, con un presidente che cambia idea ogni settimana. Anche negli Stati Uniti la nuova linea di Trump verso Putin incontra un’opposizione trasversale: i democratici hanno presentato una proposta di legge per annullare l’accordo sul diesel e diversi repubblicani hanno chiesto di ritirarlo. Fonda ha ricordato che dopo lo scontro nello Studio Ovale i fatti hanno dato ragione a Zelensky. Oggi il sostegno principale all’Ucraina arriva dall’Europa, ma secondo lei Zelensky ha ragione a parlare di errore storico, soprattutto davanti a una Russia molto diversa da quella degli anni Novanta.
Alessandro Benedetto Carelli, che ha lavorato nello staff del Senato americano, ha commentato la lettera con cui dodici senatori, sei repubblicani e sei democratici, hanno chiesto a Trump di revocare l’accordo. Secondo Carelli lo speaker della Camera Mike Johnson e il capogruppo Tom Emmer, che ammettono qualche preoccupazione tra i deputati, sottovalutano il malessere: le persone con cui ha lavorato sono demoralizzate, perché il Senato aveva approvato le sanzioni con 86 voti contro 11, un risultato oggi rarissimo. Per Carelli, che di solito evita giudizi personali, rovesciare quella legge è “vergognoso” e manca di rispetto al Congresso e allo stesso Lindsey Graham, il senatore morto a luglio a cui la legge è intitolata e che Trump aveva elogiato a lungo.
Carelli ha fatto notare che la lettera l’hanno firmata soprattutto repubblicani moderati, come Susan Collins e Lisa Murkowski, o senatori che non si ripresentano, come Mitch McConnell, John Cornyn e Thom Tillis. Altri contrari all’accordo, come Roger Marshall in Kansas o Pete Ricketts in Nebraska, non possono dirlo in pubblico. Con un’affluenza repubblicana che preoccupa, attaccare il presidente in uno Stato rosso è un rischio, anche perché una parte del partito difende l’accordo come un tentativo di abbassare il prezzo della benzina. Angrisani ne ha concluso che Trump scommette che per gli elettori il diesel conti più dell’Ucraina.
L’Iran, Hormuz e l’inflazione
Ottobre è il mese peggiore da marzo per gli attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz, con una superpetroliera finita su una mina secondo i Pasdaran. Il petrolio è risalito sopra i 100 dollari al barile. Trump ha promesso di non attaccare l’Iran prima del voto e ieri Teheran ha proposto un piano in sette giorni per riaprire lo Stretto, l’ennesima proposta che secondo Angrisani difficilmente andrà a buon fine.
Giovanni Chiacchio ha spiegato che l’Iran applica la dottrina A2/AD, cioè anti-access/area denial, sviluppata già negli anni Novanta da Paesi come Iran, Russia e Cina per impedire agli Stati Uniti di proiettare la propria forza: negare all’avversario il controllo del mare vale quanto controllarlo. Teheran non ha bisogno di controllare Hormuz, gli basta colpire le petroliere. I prezzi restano alti per gli attacchi, per le rotte più lunghe e per il costo delle assicurazioni. Secondo Chiacchio solo la fine delle ostilità potrà farli scendere, cosa che non succederà né domani né tra un mese.
L’Iran esporta poco petrolio, ma secondo Chiacchio è preparato a questo tipo di crisi. Le sue infrastrutture hanno retto, esporta via terra acciaio, cemento, gas e prodotti in plastica e punta su armi poco costose, custodite nelle città sotterranee. Secondo l’intelligence israeliana avrebbe già quasi ricostruito l’arsenale di prima della guerra. Gli Stati Uniti hanno ancora un vantaggio su alcuni fronti, ma il conflitto ne ha esposto i limiti militari: molte basi sono così danneggiate da non essere più utilizzabili. Per Chiacchio è probabile che la stanchezza degli americani porti a un ritiro e a concentrarsi sull’emisfero occidentale.
Angrisani ha ricordato che l’ultimo dato sull’inflazione prima del voto è stato pessimo: 3,7% a settembre contro il 3,4% di agosto, con un aumento dello 0,6% in un solo mese e la benzina rincarata del 9,1%. Il 27 e 28 ottobre si riunisce la Federal Reserve, che potrebbe alzare di nuovo i tassi a pochi giorni dalle midterm. Per Chiacchio l’inflazione aveva già pesato sulla presidenza di Joe Biden. Per Trump un dato del genere è ancora più grave in un Paese dove i trasporti pubblici tra una città e l’altra sono quasi inesistenti e un americano su due vive nei sobborghi, quindi deve usare l’auto per qualsiasi cosa.
L’effetto sulle midterm dipenderà secondo Chiacchio da quattro fattori: quanto la base di Trump resterà fedele anche ai suoi candidati al Congresso, la durata dell’inflazione, l’impopolarità di una guerra che gli americani non capiscono e la capacità del presidente di ricompattare i suoi elettori. La Fed ha già mostrato la propria indipendenza alzando i tassi a settembre con un voto di 12 a 0, quindi fare pressione sulla banca centrale potrebbe solo peggiorare la posizione di Trump. Durante la diretta Angrisani ha dato una notizia appena arrivata. Il deputato iraniano Ahmad Naderi ha detto di ritenere che la guida suprema Mojtaba Khamenei possa superare il divieto religioso sulle armi nucleari stabilito dal padre, aggiungendo che l’Iran le vuole. Finora Teheran aveva sempre negato di volerle.
Gli Houthi e il rischio su Bab el-Mandeb
Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta dall’Iran, hanno colpito Riyadh, l’Egitto si è detto pronto ad aiutare i sauditi e secondo il Wall Street Journal dietro gli attacchi c’è il sostegno iraniano. Se insieme a Hormuz si bloccasse anche lo Stretto di Bab el-Mandeb, passaggio obbligato da e per il canale di Suez, il flusso di petrolio dal Golfo si fermerebbe quasi del tutto.
Fonda ritiene che il rischio esista, ma non nelle settimane che mancano al voto in Israele e negli Stati Uniti. Ha giudicato in modo molto duro l’Arabia Saudita, che in più di dieci anni di guerra nello Yemen non è riuscita a sconfiggere gli Houthi. Ha anche ricordato la notizia emersa dopo l’attacco all’aeroporto, dove gli allarmi sarebbero stati spenti perché davano fastidio. Che dietro gli Houthi, come dietro Hezbollah, Hamas e le milizie in Iraq, ci sia il regime iraniano è per Fonda la scoperta dell’acqua calda. L’offerta egiziana, sincera o meno, mostra quali vicini preferiscono i Paesi arabi della regione: non il governo di Teheran.
Le elezioni in Israele e l’endorsement di Trump a Netanyahu
Israele vota il 27 ottobre e ieri Trump, dopo mesi in cui aveva evitato di schierarsi, ha dato il suo “pieno e totale” sostegno a Netanyahu. “Se Israele avrà il leader sbagliato, cioè chiunque non sia Bibi, l’America dovrà fare questo lavoro da sola e non sono incline a che ciò avvenga”, ha scritto il presidente. Netanyahu ha risposto che insieme completeranno la missione. Il principale sfidante, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, il cui partito è primo nei sondaggi, ha replicato che a decidere saranno solo gli israeliani.
Angrisani ha mostrato il suo modello sulle elezioni israeliane, secondo cui al momento nessuno dei due schieramenti ha la maggioranza della Knesset, il Parlamento israeliano: il blocco di Netanyahu è stimato a 53 seggi su 120, l’opposizione sionista a 50, le liste arabe a 13. L’unica maggioranza possibile sarebbe quella dell’opposizione con l’appoggio esterno dei partiti arabi, molto difficile dopo il 7 ottobre.
Per Fonda Netanyahu è un leader all’angolo, che cerca di sopravvivere politicamente e di non finire in prigione. Fonda respinge le teorie complottiste sul 7 ottobre, ma ritiene Netanyahu responsabile perché, come prima dell’11 settembre, gli allarmi sono stati sottovalutati in modo criminale. Il premier sperava di finire il lavoro contro l’Iran prima del voto, ma il tempo ormai è poco. Fonda non crede che l’endorsement di Trump avrà effetto: gli Stati Uniti sono l’unico vero alleato che Israele sente di avere, ma gli israeliani voteranno per quello che ritengono meglio per il Paese.
La Cina, Taiwan e lo Scudo delle Americhe
A settembre Xi Jinping è stato alla Casa Bianca, ma dall’incontro è uscito poco o nulla e il pacchetto di armi per Taiwan resta bloccato. Carelli pensa che Trump usi il pacchetto, non la posizione americana su Taiwan, come merce di scambio per un accordo commerciale. Non sarebbe la prima volta: secondo Carelli l’amministrazione di Barack Obama tenne fermo per circa quattro anni un pacchetto da 1,8 miliardi per migliorare i rapporti con Pechino, mentre quello attuale vale 11-12 miliardi. Dalla prima presidenza Trump i due Paesi si sono in parte separati e la Cina è scesa da oltre il 20% delle importazioni americane a circa il 9%, una quota che resta comunque importante. L’unico risultato concreto è la proroga della tregua commerciale per altri due mesi, fino a gennaio.
Secondo Carelli, anche se non sembra, l’accordo interessa più alla Cina. Lo scarso entusiasmo di Pechino, che ha fatto incontrare al segretario al Tesoro Scott Bessent un funzionario di secondo piano, è una tattica negoziale: l’anno prossimo c’è il congresso del Partito Comunista Cinese, in cui Xi dovrà decidere se tenere tutte e tre le cariche di vertice che ha oggi. Senza un accordo con Washington i problemi economici della Cina potrebbero aggravarsi.
Più vicino a casa, l’inviata per lo Scudo delle Americhe, l’alleanza voluta da Trump con i governi dell’America Latina, lascia l’incarico, mentre arrivano truppe e droni e Cuba resta nel mirino. Chiacchio non si aspetta un effetto sul voto, perché la politica estera di solito conta poco rispetto all’economia. La guerra con l’Iran è l’eccezione perché tocca il carburante. Secondo Chiacchio l’emisfero occidentale è il filo che lega le due amministrazioni Trump, anche per il petrolio pesante di cui gli Stati Uniti hanno bisogno. Lo Scudo, nato attorno alle materie prime critiche, alle vie navigabili come il canale di Panama e alla lotta al narcotraffico, è per lui la militarizzazione di quella lotta.
Chiacchio vede però tre debolezze. Il mandato al vertice dura sei mesi, tanto che Kristi Noem se n’è andata dopo un semestre. I membri sono governi ideologicamente vicini a Trump o Paesi deboli che dipendono dagli Stati Uniti, quindi basta un cambio di governo, per esempio in Perù, per mettere in crisi l’intesa. Mancano poi Brasile e Messico, due dei Paesi più importanti dell’area, con il Brasile che va al voto domenica prossima. Anche Angrisani si è detto scettico su un possibile effetto sul voto degli ispanici.
L’approvazione di Trump e il generic ballot
Alle 21:30 si è collegato Raffaele Digirolamo per la parte sui sondaggi. Ieri mattina un sondaggio del Washington Post ha dato Trump al minimo storico e la media di Focus America, pur in lieve risalita, è a -23,8. Per Digirolamo nessun presidente aveva tassi così bassi da quando esistono queste rilevazioni. Il dato peggiore riguarda proprio l’economia, il tema che aveva riportato Trump alla Casa Bianca: l’approvazione netta è a -33,6 sull’economia e intorno a -50 sul costo della vita. In una town hall in Ohio il vicepresidente JD Vance ha faticato a rispondere a un elettore repubblicano tentato di votare democratico proprio per l’economia. A questo si aggiunge la promessa mancata di porre fine alle guerre.
Digirolamo non si aspetta molti elettori di Trump che passano ai democratici, tranne in sfide come quella dell’Ohio, dove Sherrod Brown ha preso voti repubblicani in passato, come raccontato nel podcast della settimana scorsa. Il problema principale per i repubblicani è l’affluenza. Nel 2024 Trump vinse portando al voto molti elettori occasionali delle aree rurali, in Georgia come in Nevada, che oggi sono poco motivati. Il vantaggio democratico di 7,8 punti nel generic ballot, la domanda dei sondaggi su quale partito si voterebbe per il Congresso, nasce secondo lui da più dinamiche: repubblicani meno mobilitati, democratici che si muovono più facilmente quando devono votare contro qualcuno e gruppi delusi come gli ispanici del Texas. Secondo il modello di Focus America i democratici hanno 95 possibilità su 100 di conquistare la Camera e 71 su 100 di conquistare il Senato.
Il Senato: Michigan, Iowa e Texas
In Michigan, uno Stato che i democratici devono difendere, il repubblicano Mike Rogers ha chiesto a Trump di chiudere la guerra con l’Iran, segno secondo Angrisani di una certa difficoltà. Digirolamo vede lo Stato molto meno in bilico di qualche tempo fa. Rogers aveva impostato la campagna sul pericolo del comunismo e sull’estremismo del democratico Abdul El-Sayed, un tema che non ha fatto presa, mentre El-Sayed è cresciuto nei dibattiti e negli spot sui social. Con un generic ballot di 8 punti a favore dei democratici le 81 possibilità su 100 di El-Sayed gli sembrano plausibili. I sondaggisti stanno anche correggendo le rilevazioni per intercettare meglio gli elettori repubblicani: Digirolamo ha citato un sondaggio sul Texas in cui il democratico James Talarico resta avanti di due punti nonostante una correzione di dieci punti verso i repubblicani.
Anche Carelli pensa che vincerà El-Sayed, perché i fondamentali del Michigan restano favorevoli ai democratici, ma lo considera un candidato debole, che probabilmente andrà peggio della candidata democratica a governatrice, più moderata e popolare. Rogers diffonde molti video di esponenti delle comunità afroamericana ed ebraica contro El-Sayed: la seconda è secondo Carelli ormai difficile da recuperare, la prima va ancora portata al voto. I primi dati del voto anticipato mostrano le contee repubblicane più mobilitate che in altri Stati, in linea con sondaggi che danno El-Sayed avanti di 2-4 punti.
L’Iowa, Stato agricolo dove i coltivatori si stanno allontanando da Trump per i dazi e il carovita, è un testa a testa: il democratico Josh Turek vince in 52 simulazioni su 100. Per Digirolamo le possibilità sono reali, visto che quasi tutti i sondaggi lo danno avanti, ma lo Stato resta repubblicano. Trump ci vinse di 13 punti nel 2024 e qui i sondaggi tendono a sottostimare i repubblicani, quindi punterebbe di poco sulla repubblicana Ashley Hinson. Angrisani ha osservato che il candidato democratico a governatore, Rob Sand, è molto più popolare di Turek e potrebbe trascinarlo. Digirolamo ha ricordato che dal 1988 al 2012 i democratici vinsero in Iowa sei presidenziali su sette. Lo Stato si è spostato a destra perché, a differenza della Pennsylvania, non ha grandi aree urbane che compensino il voto rurale.
In Texas i democratici non eleggono un senatore dal 1988, eppure Talarico ha molte più possibilità di vittoria che in Iowa. Angrisani ha osservato che con Talarico vincente in Texas e Collins in grado di tenere il Maine si avrebbe una mappa molto strana. Per Digirolamo Talarico è favorito. Il nervosismo dei repubblicani è evidente, come mostrano gli audio usciti nei giorni scorsi, mentre Ken Paxton è un candidato molto debole. Le accuse di estremismo, già usate contro Zohran Mamdani a New York, funzionano fino a un certo punto e non possono funzionare con Talarico, un candidato religioso che ha studiato in un seminario presbiteriano. Prima del rimbalzo repubblicano del 2024 il Texas si stava avvicinando ai democratici, per la crescita di Houston, di Dallas e della popolazione ispanica.
Carelli considera una vittoria di Talarico molto realistica, ma resta scettico. Il Texas premia i democratici quando i repubblicani candidano figure deboli, come nel 2018, quando Ted Cruz vinse di meno di tre punti. In una town hall sulla CNN Talarico si è detto contrario agli interventi chirurgici di transizione di genere per i minori di 18 anni, una posizione che secondo Carelli può convincere alcuni repubblicani moderati senza fargli perdere voti democratici. Anche Fonda trova la vittoria realistica, pur con qualche dubbio. Per Chiacchio un candidato come Paxton allontana gli elettori conservatori più istruiti e benestanti, ma una vittoria di Talarico non sarebbe un riallineamento, come non lo fu la vittoria repubblicana in Massachusetts nel 2010. Angrisani guarderebbe piuttosto alla corsa per governatore: se Greg Abbott vincesse di poco o perdesse, il segnale sarebbe ancora più forte.
Alla domanda su che cosa cambierebbe una maggioranza democratica al Senato, Angrisani ha risposto che servirebbe soprattutto a bloccare le nomine, a partire da quelle alla Corte Suprema. Per Digirolamo l’effetto più importante sarebbe psicologico. Nei prossimi due anni comincerà la corsa per la Casa Bianca, con JD Vance e Marco Rubio favoriti. Vittorie democratiche in Stati impensabili due anni fa convincerebbero molti repubblicani che allontanarsi da Trump conviene. I sondaggi però hanno alzato molto l’asticella. Con i democratici in corsa anche in Texas, Nebraska e Kansas, un Senato in parità con tre Stati conquistati, che un anno fa sarebbe sembrato un risultato ottimo, rischia di essere accolto come una delusione.
La sessione finale di Q&A
Rispondendo a chi chiedeva perché il ridisegno dei collegi voluto dai repubblicani non sembri avere il successo sperato, Angrisani ha spiegato che il gerrymandering, cioè il tracciare i confini dei collegi per favorire il proprio partito, funziona. Quando i democratici sono avanti di 8 punti a livello nazionale, però, non basta. Oggi per loro è molto più difficile ottenere la maggioranza della Camera rispetto al 2024: secondo il grafico mostrato in diretta servono più di tre punti e mezzo di vantaggio nel voto nazionale. Carelli ha ricordato che altre stime, come quella della CNN, indicano un margine tra i 4 e i 5 punti.
Chiacchio ha chiuso tornando alla guerra. Nessun presidente sopravvive politicamente a difficoltà militari: Lyndon Johnson aveva un grande capitale politico e il Congresso gli approvava ogni proposta, ma l’offensiva del Têt in Vietnam lo spezzò. Secondo Chiacchio Trump è in una posizione forse più difficile, perché all’Iran non serve un’offensiva simile per creargli problemi. Angrisani ha precisato che gli americani bocciano la guerra soprattutto per il suo effetto sull’economia: finché continua, prezzi e inflazione restano questi.
La prossima settimana la diretta tornerà nel dettaglio sul voto anticipato, i cui dati sono raccolti nella pagina dedicata, e sul modello. Il podcast di questa settimana è dedicato al Kansas e al Nebraska, due Stati che all’inizio della campagna non erano nemmeno nell’elenco delle sfide da seguire. La notte del 3 novembre Focus America seguirà lo spoglio con una lunga diretta.
Chi non ha seguito la diretta può rivederla sul nostro sito. Il prossimo appuntamento è domenica alle 21.
