Nei sondaggi di settembre sulle singole sfide per la Camera, i candidati democratici fanno in media 11 punti meglio di quanto ci si aspetterebbe guardando al risultato delle presidenziali del 2024 nei rispettivi collegi. È il dato centrale di un'analisi pubblicata da The Downballot, sito specializzato in elezioni americane, che lo mette insieme ad altri tre indicatori: tutti e quattro puntano verso una vittoria democratica alle midterm di novembre più ampia di quella del 2018.
Un esempio aiuta a capire il metodo. Nel 15° distretto dell'Ohio, intorno a Columbus, un sondaggio commissionato dai democratici ha trovato lo sfidante Don Leonard avanti di un punto, 46% a 45%, sul deputato repubblicano uscente Mike Carey. Nel 2024 lo stesso collegio aveva votato Donald Trump con 10 punti di margine su Kamala Harris. Se il sondaggio è corretto, Leonard non solo può vincere, ma sta facendo 11 punti meglio del risultato presidenziale.
Un singolo sondaggio su un singolo collegio non dice nulla sul clima nazionale. The Downballot ha quindi preso tutti i sondaggi disponibili sulle sfide per la Camera, raccolti nel database di FiftyPlusOne, e li ha confrontati con il voto per Trump e Harris in ciascuno dei 435 collegi. Nei 57 sondaggi di settembre lo scarto medio a favore dei democratici è di 11 punti, lo stesso dell'Ohio. A inizio luglio FiftyPlusOne aveva fatto un calcolo simile e trovato un vantaggio di 7 punti. Gli autori chiamano questa misura named congressional ballot, cioè il voto per la Camera con i nomi dei candidati.
È una variante del più noto generic congressional ballot, il sondaggio nazionale in cui agli elettori si chiede quale partito voteranno per la Camera senza indicare i nomi dei candidati. Il named ballot parte invece dalle sfide reali nei singoli collegi e misura di quanto ciascun partito va meglio o peggio rispetto alle ultime presidenziali.
L'archivio di FiftyPlusOne risale indietro di decenni. Questo ha permesso di ricalcolare la stessa misura per tutte le elezioni dal 1998, usando i sondaggi realizzati tra il primo ottobre e il giorno del voto. Il confronto con i risultati veri mostra che negli ultimi anni il named ballot è stato troppo ottimista per i democratici, mentre prima del 2010 era più preciso del sondaggio generico. Secondo gli autori la ragione potrebbe essere la crescente polarizzazione per titolo di studio: gli elettori più informati, oggi più spostati verso i democratici, sono anche quelli più propensi a esprimere una preferenza quando il sondaggio fa i nomi dei candidati locali.
Da solo, quindi, l'indicatore non basta. Diventa utile quando coincide con il sondaggio generico. Nel 2004, nel 2012 e nel 2018 le due misure erano distanti circa un punto. In tutti e tre i casi il voto popolare per la Camera, cioè la somma dei voti presi da ciascun partito in tutti i collegi del paese, è stato vicino a entrambe. Nel 2012 e nel 2018 il risultato è stato praticamente identico. Quest'anno, sui valori di settembre, le due misure sono distanti 1,4 punti.
Per tenere conto del rischio che i sondaggi sbaglino, l'analisi aggiunge due indicatori basati su voti reali. Il primo sono le elezioni suppletive, quelle convocate durante la legislatura per sostituire un deputato o un senatore che ha lasciato il seggio. Il secondo è la differenza di affluenza tra le primarie dei due partiti a livello nazionale. Guardando solo agli anni delle midterm, in quattro casi (1990, 2002, 2018 e 2022) tutti gli indicatori erano compresi in una fascia di circa 5 punti. Per tre volte su quattro il voto popolare per la Camera è finito proprio al centro di quella fascia. Anche quest'anno la forbice è stretta. Negli ultimi mesi, inoltre, i due indicatori basati sui sondaggi sono saliti a favore dei democratici, avvicinandosi agli altri.
In altri anni le misure si sono allontanate molto tra loro. A volte è un solo indicatore a discostarsi dagli altri, come le primarie nel 2006 o le suppletive nel 1998. La soluzione proposta dagli autori è fare la media di tutti e quattro. Negli ultimi nove cicli elettorali questa media si è discostata dal voto popolare per la Camera di meno di un punto in cinque casi. Nel 2018, l'anno dell'ultima onda blu, i quattro indicatori convergevano su un vantaggio democratico di 8,5 punti e il risultato finale fu di 8,6. I democratici strapparono 40 seggi ai repubblicani e riconquistarono la Camera.
Quest'anno la media indica che, se si votasse oggi, i democratici vincerebbero il voto popolare per la Camera con almeno 7 punti di vantaggio, con una stima centrale di 11 punti. Due dei quattro indicatori sono ormai definitivi, perché si basano su elezioni già svolte: alle primarie vota tra il 40% e il 50% di chi poi vota a novembre. Gli altri due, quelli basati sui sondaggi, si completeranno solo nelle prossime settimane. Nella versione finale il named ballot userà i sondaggi dei singoli collegi dal primo ottobre al voto, mentre il sondaggio generico sarà quello dell'ultima settimana di campagna. Di solito i loro valori di settembre sono vicini a quelli finali, ma non sempre.
Circa una volta su due i quattro indicatori danno valori simili. In quei casi la media è ancora più affidabile. Quest'anno le suppletive e le primarie danno risultati quasi identici e i sondaggi si stanno avvicinando a quei valori. Il vantaggio che emerge è più largo di quello con cui i democratici vinsero le midterm del 2018.
