Nei sondaggi sulle elezioni per la Camera del 3 novembre i democratici sono in vantaggio quasi ovunque, ma l'ampiezza di quel vantaggio dipende da scelte tecniche che il lettore di solito non vede. Nell'ultimo sondaggio dell'Economist e di YouGov, condotto dal 25 al 28 settembre, il margine dei democratici va da 6 punti tra gli elettori già iscritti alle liste a 16 punti con una particolare definizione di "elettore probabile". Lo ha mostrato Douglas Rivers in un'analisi pubblicata da YouGov, in cui ricalcola lo stesso sondaggio cambiando di volta in volta chi viene contato.
Secondo Rivers la forbice credibile è tra 8 e 14 punti, perché tutte queste stime nascono da scelte difendibili. Il 16 nasce invece da una serie di ipotesi che spingono tutte a favore dei democratici e andrebbe ridimensionato. Anche così l'intervallo resta ampio: nel 2006 e nel 2018, due anni di netta vittoria democratica, il margine fu di circa 8 punti, mentre 14 punti sarebbe il vantaggio più largo dal 1974, l'elezione che seguì lo scandalo Watergate. Nel 2024 i repubblicani avevano vinto il voto popolare per la Camera di 2,6 punti, più dei 1,5 punti con cui il presidente aveva battuto Kamala Harris.
Il vantaggio dei Dem va da 6 a 16 punti a seconda di chi si conta
Il sondaggio è sempre lo stesso, Economist/YouGov del 25-28 settembre 2026 sul voto per la Camera. Cambia solo chi entra nel calcolo: gli iscritti alle liste elettorali, chi intende iscriversi, gli elettori probabili secondo un filtro più o meno severo, gli indecisi che propendono per un partito.
Negli Stati Uniti per votare bisogna prima registrarsi, cioè iscriversi alle liste elettorali. Fa eccezione il North Dakota, che ha abolito la registrazione nel 1951: lì basta presentarsi con un documento valido e dichiarare di essere cittadini americani e residenti da almeno 30 giorni. Negli altri 49 Stati ci si può ancora iscrivere per queste elezioni. Tutti accettano le iscrizioni fino a 30 giorni prima del voto e quasi la metà fino al giorno stesso. Negli anni passati circa il 5 per cento di chi ha votato si era iscritto dopo il Labor Day, la festa del lavoro americana che cade il primo lunedì di settembre.
Per tenere conto di questi elettori YouGov chiede agli intervistati se sono iscritti oppure se intendono farlo prima del voto. Le risposte non sono del tutto affidabili. Alcuni credono di essere iscritti e non lo sono, altri dicono di esserlo per non ammettere il contrario, un fenomeno che gli studiosi chiamano "desiderabilità sociale". Molti di quelli che intendono iscriversi poi non lo fanno. Nei sondaggi condotti via SMS YouGov estrae invece gli intervistati direttamente dalle liste elettorali, ma così perde chi si iscrive più tardi.
Nessuno sa con certezza chi andrà a votare, nemmeno gli elettori stessi. Per stimarlo i sondaggisti applicano un filtro sugli "elettori probabili" (in inglese likely voters): tra tutti gli intervistati tengono solo quelli che, in base alle risposte, hanno più probabilità di votare. Non esiste un metodo condiviso e ogni istituto usa il proprio. YouGov si basa su una sola domanda, quanto è probabile che l'intervistato voti a novembre, con sette risposte possibili che vanno da "ho già votato" a "sicuramente non voterò". Come accade quasi sempre nei sondaggi, la maggior parte degli intervistati dice di aver già votato o che voterà di sicuro.
Il filtro conta solo se chi vota con più costanza ha preferenze diverse dagli altri. Fino a una decina di anni fa i repubblicani andavano meglio tra gli elettori probabili: tra il 1994 e il 2010, nei sondaggi Gallup sulle elezioni di metà mandato, il loro vantaggio cresceva da 4 a 11 punti passando dagli elettori registrati a quelli probabili. Dal 2016 gli elettori più istruiti, che votano di più, si sono spostati verso i democratici e la differenza tra i due gruppi si è quasi annullata.
Quest'anno la differenza è tornata, ma a favore dei democratici. Tra gli elettori registrati il loro vantaggio è passato da una media di 4 punti a gennaio a 6 punti a settembre. Tra gli iscritti che hanno già votato o dicono che voteranno di sicuro i democratici sono avanti di 13 punti, mentre tra gli altri iscritti sono in vantaggio i repubblicani, di 15 punti. Gli intervistati che non sono ancora iscritti ma intendono farlo sono solo 26 e votano in larga parte democratico, con un margine di 45 punti. Dei sette che dicono che si iscriveranno e voteranno di sicuro, nessuno sceglie i repubblicani.
Il margine di 16 punti viene dalla definizione di elettore probabile usata da YouGov nelle ultime quattro rilevazioni per l'Economist: chi ha già votato o dice che voterà di sicuro, compreso chi non è ancora iscritto alle liste. Rivers ha ammesso l'errore e ha scritto che quel dato è quasi certamente gonfiato, perché una parte di chi intende iscriversi non si iscriverà o non andrà a votare. L'effetto è amplificato dalla ponderazione, cioè dalla correzione con cui il campione viene reso rappresentativo: i pesi sono calcolati sugli iscritti attuali, così chi intende iscriversi finisce per contare di più.
D'ora in poi YouGov userà due filtri. Quello rigido comprende solo chi è già iscritto e ha già votato o voterà di sicuro. Quello largo aggiunge gli iscritti che "probabilmente" voteranno e chi intende iscriversi e dice che voterà di sicuro o probabilmente. Contando solo chi ha già scelto un partito, i democratici sono avanti di 8 punti tra tutti i registrati e chi intende registrarsi (6 tra i soli iscritti attuali), di 9 punti con il filtro largo e di 12 con quello rigido, dove ottengono il 50 per cento contro il 38 dei repubblicani.
A chi si dichiara indeciso YouGov chiede anche per chi voterebbe se fosse costretto a scegliere. Chi indica un partito viene considerato un elettore che propende per quel partito senza averlo ancora scelto del tutto. Sommando questi elettori a chi ha già deciso, il vantaggio democratico sale a 9 punti tra i registrati, a 10 con il filtro largo e a 14 con quello rigido, dove i democratici arrivano al 53 per cento contro il 39 dei repubblicani.
A chi ha già indicato un candidato, YouGov chiede invece se potrebbe ancora cambiare idea. Con il filtro rigido l'82 per cento degli elettori ha già deciso, quindi lo spazio per spostare voti è ridotto. Tra tutti i registrati la quota scende al 74 per cento. Il 9 per cento sostiene un candidato ma ne considererebbe un altro, il 6 propende per uno dei due partiti dopo la seconda domanda e l'11 resta indeciso.
Chi potrebbe ancora cambiare idea oggi preferisce i repubblicani
Intenzioni di voto per la Camera divise per quanto gli elettori sono sicuri della loro scelta. I democratici sono avanti di 11 punti fra chi ha già deciso, mentre fra gli elettori meno convinti sono in vantaggio i repubblicani. Gli indecisi che propendono per un partito scelgono invece i democratici.
In molti anni questi gruppi votano più o meno come chi ha già deciso e pesano poco sul risultato, ma nel 2026 non è così. Tra chi ha deciso i democratici sono avanti di 11 punti, 55 per cento contro 44. Tra chi potrebbe cambiare idea sono invece in vantaggio i repubblicani, 44 per cento contro 39, con un 17 per cento che indica altri candidati. Per Rivers è una cattiva notizia per i repubblicani, perché vuol dire che oggi gli elettori meno convinti sono soprattutto i loro. Chi propende per un partito solo dopo la seconda domanda sceglie invece in larga parte i democratici, 57 per cento contro 38, ma non è detto che questi voti arrivino davvero.
Nel 2024 chi oggi ha già deciso aveva scelto Harris con un margine stretto, 46 per cento contro 43. Chi potrebbe cambiare idea aveva votato per il presidente con il 54 per cento contro il 21. Tra gli indecisi aveva prevalso di nuovo il presidente, 29 per cento contro 22, mentre il 45 per cento non aveva votato. Le speranze dei repubblicani dipendono quindi dal recupero di una parte di chi oggi dice di votare democratico e dalla capacità di convincere gli indecisi e di portarli alle urne.
Se nessuno cambia idea e l'elettorato assomiglia a quello del filtro rigido, i democratici vincerebbero il voto per la Camera con oltre 10 punti di margine e conquisterebbero molti seggi che oggi sembrano sicuri per i repubblicani. Se invece i repubblicani recuperano una parte degli incerti, degli indecisi e di chi oggi resterebbe a casa, Rivers si aspetta un margine intorno agli 8 punti: un'ondata democratica, ma con guadagni più contenuti alla Camera. Secondo Rivers una vittoria democratica è molto probabile, mentre la sua ampiezza resta difficile da prevedere.
