La Federal Reserve ha alzato questa sera i tassi di interesse di un quarto di punto percentuale, portando l'intervallo di riferimento fra il 3,75% e il 4%. È il primo rialzo dal luglio 2023 e il primo cambiamento dei tassi da quando Kevin Warsh ha assunto la guida della banca centrale americana, alla fine di maggio. Tutti i 12 membri votanti del Federal Open Market Committee (FOMC), l'organo della Fed che decide la politica monetaria, hanno sostenuto in maniera unanime la misura, ampiamente attesa dai mercati.
La scelta mette Warsh in netto contrasto con il presidente Donald Trump, che lo aveva scelto anche con l'aspettativa di una politica monetaria più accomodante e ha ripetutamente chiesto tassi più bassi. Il nuovo presidente della Fed ha invece insistito sulla necessità di riportare l'inflazione verso l'obiettivo del 2%, rimasto fuori portata per oltre cinque anni.
Nel comunicato che accompagna la decisione, la Fed afferma che il rialzo "favorirà un ritorno più tempestivo" all'obiettivo del 2%. Il testo elimina inoltre il precedente riferimento agli "shock dell'offerta" come causa dell'inflazione elevata, segnalando una crescente attenzione alle pressioni sui prezzi che vanno oltre il solo comparto energetico.
La Fed vede altri rialzi
Le nuove proiezioni indicano che la stretta potrebbe non fermarsi qui. 16 dei 18 funzionari che hanno presentato una previsione sui tassi si aspettano almeno un altro aumento di un quarto di punto entro la fine dell'anno e soltanto due prevedono che il costo del denaro resti ai livelli attuali. La mediana delle stime colloca così il tasso di riferimento fra il 4% e il 4,25% a fine 2026 e allo stesso livello alla fine del 2027.
Warsh non ha presentato una propria previsione sui tassi, come aveva già fatto a giugno, quando aveva spiegato di considerare poco utile il cosiddetto dot plot, il grafico che raccoglie le stime individuali dei vertici della Fed. Anche le prospettive sull'inflazione intanto sono peggiorate. L'indice PCE (Personal Consumption Expenditures), la misura preferita dalla Fed, dovrebbe chiudere il 2026 al 3,7%, contro il 3,6% previsto a giugno. L'inflazione "core", che esclude alimentari ed energia, è attesa invece al 3,4%. Secondo le nuove stime, l'obiettivo del 2% non verrebbe raggiunto prima del 2029.
Le prospettive per l'economia restano invece solide. La crescita del PIL è stimata al 2,3% nel 2026 e al 2,4% nel 2027, mentre la disoccupazione dovrebbe attestarsi al 4,1%. Rispetto alle proiezioni di giugno, la Fed vede quindi un po' più di crescita, più inflazione e un tasso di disoccupazione più basso: un quadro coerente con una politica monetaria più restrittiva.
Energia, IA e mercati
Dalla metà del 2025 la Fed ha compiuto pochi progressi verso l'obiettivo di bassa inflazione, nonostante i tre tagli dei tassi decisi alla fine dello scorso anno per proteggere il mercato del lavoro da un possibile rallentamento. Negli ultimi mesi hanno pesato soprattutto il rincaro dell'energia legato alla guerra con l'Iran, gli effetti dei dazi sulle importazioni e la forte espansione degli investimenti nell'intelligenza artificiale, che ha sostenuto la domanda e l'attività economica. Con il rialzo di oggi, la Banca Centrale comincia a riassorbire parte dell'allentamento deciso nel 2025.
La reazione dei mercati alla vigilia della decisione era stata contenuta, segno che il rialzo era già largamente incorporato nelle quotazioni attuali. Poco prima dell'annuncio, il rendimento del Treasury decennale era sceso intorno al 4,95%, mentre l'S&P 500 era in aumento di circa lo 0,3%. L'attenzione degli investitori si è quindi spostata soprattutto sulle indicazioni relative alle prossime mosse della Fed e sulla conferenza stampa di Warsh.
I mercati hanno reagito con relativa calma all’annuncio di oggi. L’S&P 500 ha consolidato i guadagni registrati nelle ore precedenti, salendo dello 0,4%, mentre il Nasdaq ha guadagnato lo 0,7% e il Dow Jones Industrial Average è rimasto sostanzialmente invariato. Sul mercato obbligazionario, i rendimenti dei Treasury restano vicini ai massimi recenti. In calo invece il petrolio: i futures sul Brent perdono circa il 3%, attestandosi a 105,50 dollari al barile, un livello che rimane comunque prossimo ai massimi toccati nei giorni scorsi.
