Questa è la proiezione di Focus America sulle elezioni di midterm del 3 novembre 2026, che viene aggiornata più volte al giorno sulla base dei sondaggi pubblici. Medie e proiezioni sono calcolate da noi. Qui sotto trovate il quadro d'insieme: chi è avanti alle elezioni della Camera dei Rappresentanti e del Senato e come si distribuiscono i seggi. Non si tratta di una proiezione definitiva, ma piuttosto di una fotografia destinata a cambiare giorno dopo giorno, da qui al voto.
Il quadro qui sopra dice chi è in vantaggio oggi. Ma quali sono le probabilità di vittoria? Per stimarle simuliamo l'elezione decine di migliaia di volte: in ogni simulazione facciamo variare il clima politico nazionale e il risultato delle singole sfide, entro l'incertezza che abbiamo misurato rieseguendo il modello sulle elezioni passate. Alla fine contiamo semplicemente in quante simulazioni ciascun partito conquista la maggioranza della Camera e del Senato: quelle sono le probabilità che vedete qui sotto. Sono il nostro modo di mostrare l'incertezza: 90 su 100 vuol dire molto favoriti, non vincitori sicuri, e un esito dato al 10% resta pienamente possibile (succede, in media, una volta su dieci).
Per lo stesso motivo può capitare che l'esito più frequente delle simulazioni non coincida con la proiezione del quadro qui sopra, che conta chi è avanti oggi, anche di un soffio. Le probabilità pesano invece quanto quel vantaggio è solido: se un partito è avanti di uno o due punti in cinque sfide, la proiezione gliele assegna tutte e cinque, ma nelle simulazioni ne vince in media due o tre, perché essere avanti di poco è vicino a un lancio di moneta. Per questo l'esito più frequente nel grafico può risultare uno o due seggi sotto la proiezione: non è un'incoerenza, è la differenza tra una fotografia e una previsione.
Il "generic ballot" è una delle domande classiche dei sondaggi americani: alle elezioni per il Congresso, voterebbe il candidato democratico o quello repubblicano? Noi ne calcoliamo la media nazionale, mettendo insieme i sondaggi pubblici disponibili. È un dato che però va letto con prudenza in quanto è calcolato a livello nazionale, mentre la maggioranza della Camera dei Rappresentanti si decide collegio per collegio, trattandosi di un sistema elettorale maggioritario a turno unico.
Inoltre i democratici tendono ad accumulare molti voti in eccesso nelle grandi città: per questo un vantaggio nel voto popolare potrebbe non tradursi automaticamente in una maggioranza di seggi. Questo porta anche ad un altro limite: storicamente questa media tende a sovrastimare i democratici, una distorsione che il nostro modello corregge come spieghiamo nella nota metodologica in fondo alla pagina, e inoltre mancano ancora diversi mesi al voto, il che significa che l'andamento potrebbe cambiare nel corso del tempo. Nonostante tutto questo, il generic ballot resta il segnale più utile per capire l'orientamento politico degli elettori a livello nazionale e per questo motivo ha spesso anticipato abbastanza bene il risultato finale.
A differenza che alla Camera dei Rappresentanti, il Senato si rinnova solo per un terzo dei seggi ogni due anni. Ciò significa che a novembre 2026 andranno al voto solo 35 seggi su 100, mentre i senatori eletti negli altri 65 resteranno in carica fino ai prossimi cicli elettorali. Tra i seggi non in gioco, 34 sono controllati dai democratici e 31 repubblicani. Questo significa che la maggioranza si deciderà nei 35 seggi in palio: ai democratici ne servono 17 per arrivare a quota 51 e conquistare il controllo del Senato; ai repubblicani, che oggi detengono la maggioranza, basterebbe invece arrivare a 50, perché in caso di parità il voto decisivo spetta al vicepresidente, attualmente un repubblicano.
La nostra proiezione mostra una corsa pressoché in equilibrio. Per i democratici, le migliori possibilità di conquista sono i seggi oggi detenuti dai repubblicani in North Carolina, Texas e Maine, dove dopo il ritiro di Graham Platner il partito ha puntato su Troy Jackson, ex presidente del Senato dello Stato, e i primi sondaggi lo danno avanti sull'uscente Susan Collins. In Alaska la corsa è oggi in sostanziale equilibrio, mentre restano più difficili, ma comunque da tenere d'occhio, le sfide in Ohio e Iowa. Dove non ci sono ancora sondaggi sufficienti, partiamo dai "fondamentali", vale a dire l'andamento storico dello Stato a destra o a sinistra nelle ultime elezioni, il clima politico nazionale e il vantaggio insito di chi è già in carica e in corsa per la rielezione.
Per la Camera dei Rappresentanti prevediamo invece il risultato in tutti i 435 collegi dove si vota. Ove non esistono sondaggi sufficienti, come nel caso del Senato, partiamo dai "fondamentali": come ha votato quel collegio in passato, il clima politico nazionale e il vantaggio di chi è già in carica. La nostra proiezione tiene già conto del ridisegno delle mappe elettorali del 2026, che nel complesso favorisce i repubblicani. Inoltre, quando per un singolo collegio sono disponibili sondaggi locali, non li usiamo solo per quella singola sfida: li consideriamo anche come un segnale utile per prevedere l'andamento del voto in distretti politicamente simili, cioè con una storia e caratteristiche elettorali paragonabili.
Ma quanto deve essere ampio il vantaggio nazionale dei democratici perché si traduca davvero in una maggioranza alla Camera? Per rispondere abbiamo costruito una curva dei seggi: partendo dalla nostra proiezione collegio per collegio, abbiamo simulato cosa accadrebbe spostando il margine nazionale verso i democratici o verso i repubblicani, contando ogni volta quanti seggi otterrebbero i democratici. Ne emerge un punto importante: per come sono disegnati i collegi e per come si distribuisce il voto, ai democratici non basta vincere il voto popolare di poco. Servono all'incirca tre punti di vantaggio nazionale per raggiungere la soglia dei 218 seggi che assegna la maggioranza. Al di sotto la Camera resta ai repubblicani, al di sopra passa ai democratici. Per avere un riferimento, un'onda come quella del 2018, quando i democratici vinsero il voto di oltre otto punti, darebbe una maggioranza ampia, mentre uno scenario come il 2024, vinto dai repubblicani, la lascerebbe saldamente a destra.
Fin qui il quadro d'insieme. Ma come si presenta ogni singola sfida? Nella tabella che segue abbiamo raccolto tutte le corse, collegio per collegio alla Camera e Stato per Stato al Senato, con i candidati dei due partiti, il margine che proiettiamo e il nostro rating, dal seggio sicuro a quello in bilico. Si può filtrare per Stato o per categoria e ordinare le sfide dalla più contesa a quella dal vantaggio più netto. Dove le primarie non si sono ancora svolte i candidati restano "da definire", e accanto a ogni gara indichiamo se la nostra stima nasce dai sondaggi locali o, in loro assenza, dai fondamentali.
› Nota metodologica completa
I sondaggi che usiamo sono quelli pubblici raccolti dal New York Times. Le medie e le proiezioni, invece, sono calcolate da noi e vengono aggiornate più volte al giorno. Per ogni sondaggio teniamo una sola rilevazione, scegliendo il campione più utile disponibile. La priorità va ai "probabili elettori", cioè alle persone considerate più propense a votare; poi agli "elettori registrati"; infine, se non c'è altro, al campione di tutti gli "adulti". In genere i sondaggi sui probabili elettori sono i più indicativi del risultato finale.
Come calcoliamo le medie
La nostra media non è una semplice media aritmetica dei sondaggi. Usiamo invece una media bayesiana: questo significa che partiamo da una stima iniziale e la aggiorniamo ogni volta che arriva un nuovo sondaggio. Ogni nuova rilevazione corregge la stima precedente, ma non tutte hanno lo stesso peso. La regola è invece la seguente:
- Pesano di più i sondaggi degli istituti più affidabili, vale a dire con campioni più ampi e meglio costruiti, e quelli basati sui probabili elettori;
- Pesano meno, invece, i sondaggi commissionati da una delle due parti politiche, che vengono trattati con maggiore cautela.
Nel nostro calcolo, inoltre, correggiamo anche il cosiddetto house effect, cioè la tendenza storica di un istituto a favorire leggermente un partito rispetto all'altro. Infine, se un sondaggio risulta molto anomalo rispetto agli altri, non viene eliminato: resta nella media, ma con un peso minore.
Quanto velocemente deve muoversi la media quando arrivano sondaggi nuovi? Non lo abbiamo deciso a tavolino: abbiamo rieseguito il nostro metodo sulle elezioni passate e scelto la taratura che avrebbe sbagliato di meno. Il risultato è una media un po' più reattiva di una semplice media mobile, ma comunque prudente. Una scelta di fondo che dichiariamo apertamente: la nostra media applica meno aggiustamenti di altri modelli americani, perché preferiamo restare vicini ai sondaggi pubblicati e correggere solo ciò che sappiamo misurare.
Perché la curva cambia giorno per giorno
Per aggiornare la media nel corso del tempo usiamo un filtro di Kalman. In pratica, si tratta di un metodo che combina la stima del giorno precedente con i nuovi sondaggi disponibili. Ciò significa sostanzialmente che, quando arrivano nuove rilevazioni, la curva si muove. Quando invece non ci sono nuovi sondaggi, la stima resta sostanzialmente ferma, ma di converso aumenta l'incertezza. Ciò ci permette di fare in modo che la stima della previsione arrivi sempre fino a oggi, mentre la banda attorno alla media, cioè l'intervallo entro cui con il 95% di probabilità si trova il valore reale, tende ad allargarsi nei periodi (o nella previsione delle sfide) per cui abbiamo a disposizione pochi dati.
Le correzioni sui sondaggi delle singole sfide
I sondaggi delle singole corse, come un collegio della Camera o un seggio del Senato, sono più rari e più fragili di quelli nazionali, e per questo li trattiamo con qualche cautela in più:
- Niente sondaggi vecchi: per i collegi della Camera usiamo solo le rilevazioni degli ultimi tre mesi, e più un sondaggio invecchia meno pesa. Una fotografia di un anno fa non dice quasi nulla sulla corsa di oggi;
- Aggancio al clima nazionale: se un sondaggio è di qualche settimana fa e nel frattempo il clima nazionale si è mosso, spostiamo il suo risultato nella stessa direzione, in proporzione a quanto quel territorio segue di solito il vento nazionale;
- Sondaggi di parte: le rilevazioni commissionate da un partito o da un comitato vengono corrette di un punto e mezzo verso l'avversario, oltre a pesare meno;
- Campioni diversi: quando un istituto pubblica sia il dato sui probabili elettori sia quello sugli elettori registrati, misuriamo la differenza tipica tra i due e ne teniamo conto nel confronto tra sondaggi di tipo diverso;
- Risultati anomali: un sondaggio lontanissimo da tutti gli altri sulla stessa corsa resta nella media, ma con un peso molto ridotto.
Cosa facciamo quando mancano i sondaggi locali
Per alcune sfide al Senato e per diversi collegi poco competitivi della Camera i sondaggi locali sono spesso pochi, o mancano del tutto. In questi casi, per poter fornire una stima del risultato, ci basiamo principalmente sui "fondamentali": si tratta, in linea generale, di tutti gli elementi che permettono di stimare una corsa anche in assenza di sondaggi.
I fondamentali principali sono 3:
- come ha votato quello Stato o quel singolo collegio nelle elezioni precedenti, sia presidenziali sia per il Congresso;
- qual è il clima politico nazionale attuale;
- se uno dei candidati è già in carica, perché i candidati uscenti in corsa per la rielezione hanno spesso un vantaggio insito dovuto al fatto che sono più riconosciuti dei propri rivali.
Sul secondo punto c'è un dettaglio importante. Il clima nazionale parte dalla nostra media del generic ballot, ma non la usiamo così com'è: storicamente questa media tende a sovrastimare un po' i democratici. Invece di correggerla con un numero scelto da noi, applichiamo la correzione media misurata sulle elezioni di metà mandato dell'era moderna dei sondaggi (dal 2010 in poi), ricalcolata a ogni aggiornamento in base a quanto manca al voto: oggi vale circa due punti e mezzo, e si riduce man mano che ci si avvicina all'Election Day, perché i sondaggi finali sono storicamente più affidabili di quelli estivi.
Solo per il Senato (non per la Camera), dove i sondaggi possono mancare per mesi, guardiamo anche alla raccolta fondi: la quota di donazioni raccolta da ciascun candidato è storicamente un indizio utile della competitività di una corsa, e entra (con un peso limitato) nel punto di partenza delle sfide senza sondaggi. In pochi casi, infine, interveniamo a mano. Succede per esempio quando un candidato ha una storia personale che i numeri non colgono, come un ex governatore molto popolare in uno Stato che vota per l'altro partito. Ogni intervento di questo tipo è censito in un registro interno insieme al valore che la proiezione avrebbe senza di esso, così sappiamo sempre quanto pesa la nostra mano.
I "fondamentali" vanno considerati come il punto di partenza di ogni previsione. Questo significa anche però che, man mano che arrivano sondaggi locali, il loro peso diminuisce e la proiezione si avvicina progressivamente ai dati più attendibili sulla singola sfida.
Come funziona la proiezione della Camera
Per la previsione sulla Camera dei Rappresentanti partiamo dal voto del novembre 2024, ricalcolato sui nuovi confini dei distretti elettorali del 2026. Questo passaggio è importante perché molti collegi hanno cambiato forma dopo il ridisegno delle mappe, e quindi non basta guardare al vecchio risultato per lo stesso distretto.
Su quella base applichiamo lo spostamento politico nazionale, ma non in modo identico per tutti i collegi. Ogni collegio ha una sua "elasticità": alcuni seguono molto il vento nazionale, altri si muovono poco perché hanno un elettorato più stabile e già schierato.
Per questo uno stesso spostamento nazionale può pesare molto in un collegio competitivo e reattivo, ma molto meno in un collegio più rigido. Aggiungiamo poi il vantaggio dell'uscente: vale circa due punti alla Camera, di più al Senato, ma viene conteggiato solo se il deputato o il senatore in carica si ricandida. Se il seggio è aperto, questo vantaggio scompare; se l'uscente è al primo mandato, ne conteggiamo la metà, perché ha avuto meno tempo per costruirsi un seguito personale.
Infine, quando ci sono sondaggi in un singolo collegio, li usiamo prima di tutto per aggiornare quella corsa. In misura più limitata, però, li consideriamo anche come un segnale per collegi politicamente simili, cioè con una storia elettorale e una composizione paragonabili.
Come calcoliamo le probabilità di vittoria
Le proiezioni dicono chi è avanti oggi; le probabilità dicono quanto è solido quel vantaggio. Per calcolarle simuliamo l'elezione decine di migliaia di volte. In ogni simulazione facciamo variare tre cose:
- il clima nazionale: di quanto può sbagliare la nostra stima dell'umore del Paese da qui al voto. Non lo decidiamo noi: lo abbiamo misurato sugli ultimi otto cicli di metà mandato, e naturalmente l'incertezza è tanto più grande quanto più il voto è lontano;
- gli errori "di famiglia": quando i sondaggi sbagliano, raramente sbagliano un collegio alla volta. Tendono a sbagliare insieme territori simili, per esempio la stessa regione o lo stesso tipo di collegio (urbano, suburbano, rurale, più o meno istruito). Nelle simulazioni questi errori si muovono insieme, come nella realtà: è il motivo per cui vincere 10 sfide in bilico tutte insieme è molto più difficile che vincerne una;
- l'errore della singola sfida: quanto può sbagliare la stima di ogni singola corsa, che dipende anche da quanti sondaggi ci sono. Anche questo non è un numero scelto da noi: viene da quanto il nostro stesso modello ha sbagliato, gara per gara, nei cicli passati.
Alla fine contiamo: in quante simulazioni i democratici arrivano a 218 seggi alla Camera? In quante a 51 al Senato (perché in caso di 50-50 il voto decisivo spetta al vicepresidente, oggi repubblicano)? Quelle percentuali sono le probabilità che pubblichiamo. Una nota sul Nebraska: l'indipendente Dan Osborn, se eletto, non ha dichiarato con chi si schiererebbe; ai fini del conteggio della maggioranza lo trattiamo come un voto democratico, e lo diciamo esplicitamente perché è una scelta, non un fatto.
Il modello è stato messo alla prova sul passato
Ogni numero di taratura citato fin qui (quanto è reattiva la media, quanto corregge il clima nazionale, quanto è larga l'incertezza) non nasce da opinioni ma dal backtest: abbiamo rieseguito il modello, esattamente com'è, sulle elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022, settimana per settimana, come se fossimo stati lì con i sondaggi disponibili allora. Confrontando le previsioni con i risultati veri abbiamo misurato dove il modello sbagliava e di quanto, e abbiamo usato quelle misure, non il nostro istinto, per correggerlo. È un lavoro in corso: man mano che il backtest copre più cicli, le tarature si aggiornano.
Come classifichiamo le corse
Ogni corsa viene classificata in base al margine previsto. Sotto i 3 punti la consideriamo "in bilico". Con margini più ampi passa poi nelle categorie "lean", "likely" e "solid", a seconda di quanto è netto il vantaggio di un partito.
Resta un'avvertenza generale: mancano ancora mesi al voto del 3 novembre 2026. Le proiezioni indicano lo stato della corsa oggi, non il risultato finale, e le probabilità non sono certezze: un esito con il 20% di probabilità succede, in media, una volta su cinque. L'opinione pubblica può ancora cambiare, e con nuovi sondaggi possono cambiare anche le nostre stime.
