Donald Trump ha annunciato ieri che gli Stati Uniti non attaccheranno l'Iran prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. "Non attaccheremo l'Iran in nessun momento prima delle elezioni di metà mandato", ha promesso il presidente su Truth Social, sostenendo che il Paese è in condizioni economiche e militari molto difficili e precisando che il blocco delle esportazioni resterà pienamente in vigore. Trump ha aggiunto che Washington e Teheran stanno avendo "discussioni produttive".

Da diversi giorni il presidente stava valutando la ripresa delle operazioni militari su larga scala anche prima del voto. Prima dell'annuncio, un funzionario della Casa Bianca, interpellato sulle ipotesi di nuovi attacchi, aveva precisato a CBS News che "il comandante in capo ha tutte le opzioni a disposizione in qualsiasi momento".
Mercoledì Axios aveva rivelato che il Pentagono aveva chiesto al Comando Centrale statunitense (CENTCOM), responsabile delle operazioni militari americane in Medio Oriente, di completare i preparativi per la ripresa dei combattimenti. Secondo le fonti della testata, una nuova offensiva prevederebbe attacchi su larga scala contro impianti energetici, infrastrutture e siti nucleari iraniani.
Sempre secondo le ricostruzioni giornalistiche, martedì alti funzionari americani avevano informato il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate israeliane, Eyal Zamir, dei preparativi per un'eventuale ripresa dei combattimenti entro tre settimane. Zamir aveva avvertito che un nuovo attacco avrebbe potuto costringere Israele a rinviare le elezioni del 27 ottobre, perché Teheran avrebbe probabilmente risposto con lanci di missili sul Paese.
Già a settembre Trump aveva legato le sue scelte militari al calendario elettorale. In un'intervista a Fox News, a chi gli chiedeva di colpire l'Iran con tutta la forza disponibile, aveva risposto: "Forse non lo farò per via delle elezioni". Pochi giorni prima aveva ammesso che il prezzo del petrolio, aumentato con la guerra, difficilmente sarebbe sceso prima del voto.
I precedenti e i colloqui con Teheran
Le dichiarazioni di Trump sull'Iran, però, non sempre hanno rispecchiato le decisioni già prese. Nel giugno 2025, prima dell'operazione Midnight Hammer contro i siti nucleari iraniani, la Casa Bianca aveva annunciato che il presidente avrebbe deciso "entro due settimane" se intervenire nella guerra di Israele contro Teheran. In realtà, Trump aveva già scelto di attaccare.
Il 27 febbraio 2026, meno di 24 ore prima dell'attacco americano e israeliano all'Iran, il presidente aveva sostenuto di non aver ancora deciso, pur avendo, anche in questo caso, già autorizzato l'operazione. Secondo funzionari americani e israeliani, i vertici iraniani, colti di sorpresa in entrambe le occasioni, diffidano ora profondamente delle sue parole e vogliono evitare di essere sorpresi una terza volta.
Nonostante le "discussioni produttive" evocate da Trump, non emergono, inoltre, concreti segnali di un avvicinamento tra le posizioni dei due Paesi. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato solo che i colloqui proseguono attraverso intermediari e che Teheran sta esaminando la risposta di Washington alla propria proposta: "Credo che risponderemo entro pochi giorni".
Il petrolio resta caro e pesa sul voto
L'annuncio di Trump non è bastato a invertire il rialzo del prezzo del petrolio. Dopo una breve flessione, il Brent, il greggio di riferimento internazionale, ha chiuso a 104,28 dollari al barile, in aumento di circa il 4%, dopo aver sfiorato i 106 dollari. Il greggio statunitense ha guadagnato il 3,6%, chiudendo a 91,49 dollari.
Nelle contrattazioni europee i contratti a termine sul diesel sono saliti del 6%, mentre quelli sul gasolio da riscaldamento, le cui quotazioni vengono usate anche come indicatore dei prezzi del carburante per aerei, hanno guadagnato oltre il 5%. A sostenere i rincari hanno contribuito anche le notizie di attacchi di gruppi filoiraniani in Arabia Saudita e l'uragano Isaias, che ha costretto le compagnie petrolifere a sospendere le attività su diverse piattaforme nel Golfo del Messico e a evacuare gli equipaggi.
Una reazione più evidente all'annuncio si è registrata sul mercato dei titoli di Stato: il rendimento del decennale americano, che influenza i tassi applicati a molti prestiti ai consumatori, è sceso al livello più basso da venerdì. Wall Street ha invece chiuso in ribasso: l'S&P 500 ha perso lo 0,5% e il Nasdaq l'1,2%, frenato anche da notizie che hanno sollevato dubbi sui ricavi di OpenAI.
Sui prezzi del petrolio pesa ancora soprattutto la situazione nello Stretto di Hormuz. Da mesi gli attacchi iraniani alle navi commerciali hanno ridotto drasticamente il traffico: tra il 28 settembre e il 4 ottobre sono transitate in media meno di 23 navi al giorno, secondo i dati di MarineTraffic, contro le centinaia che attraversavano lo Stretto prima della guerra.
All'inizio di settembre Francisco Blanch, responsabile delle materie prime di Bank of America, aveva previsto che, se gli scontri lungo le rotte petrolifere fossero proseguiti fino alla fine dell'anno, il prezzo del Brent avrebbe oscillato tra 95 e 120 dollari al barile. Un conflitto più ampio, con gravi danni alle infrastrutture energetiche, avrebbe invece potuto spingerlo fino a 150 dollari. Intanto, i costi per trasportare il greggio dai Paesi non coinvolti nel conflitto, a cominciare dalle spedizioni dagli Stati Uniti verso l'Asia, hanno raggiunto nuovi record.
Per gli elettori americani, le conseguenze si avvertono soprattutto al distributore. Giovedì il prezzo medio della benzina era di 4,36 dollari al gallone, oltre il 45% in più rispetto al 28 febbraio, giorno dell’inizio della guerra. Il diesel, rincarato anche a causa dell’escalation tra Russia e Ucraina, costava 6,28 dollari al gallone, quasi il 70% in più rispetto alla stessa data. Il costo dei carburanti è ormai un tema centrale in molte sfide per il Congresso. A meno di un mese dalle elezioni, con il voto anticipato già in corso, una nuova offensiva rischierebbe di provocare ulteriori rincari.
