La Casa Bianca ha chiesto al Pentagono di preparare opzioni per attaccare obiettivi in Iran prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Lo ha rivelato l'Atlantic, citando due funzionari dell'amministrazione. La decisione finale non è ancora stata presa: si discute ancora delle dimensioni dell'operazione, degli obiettivi e dell'opportunità stessa di procedere. Secondo i funzionari, la pianificazione mostra quanto il presidente voglia far scendere il prezzo della benzina e mostrare progressi nella guerra prima del voto.
Gli Stati Uniti non colpiscono l'Iran da diverse settimane, dopo mesi di combattimenti a fasi alterne. Finora si pensava che Trump volesse mantenere questa tregua di fatto fino alle midterm, per non ricordare agli elettori una guerra impopolare che sta danneggiando i candidati repubblicani in tutto il paese. I piani sono preparati dal Comando centrale, il Central Command o Centcom, cioè il comando militare americano responsabile del Medio Oriente che coordina le operazioni contro l'Iran. Nelle ultime settimane il Pentagono aveva già presentato al presidente una serie di opzioni per riprendere le ostilità dopo il voto, che vanno da piccoli attacchi a operazioni su larga scala, compresi nuovi colpi all'industria energetica iraniana. Ora il Centcom sta mettendo a punto anche le opzioni per un'azione prima delle elezioni.
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Gli stessi sostenitori del piano ammettono che attacchi limitati non basterebbero da soli a portare l'Iran al tavolo dei negoziati, a rendere di nuovo sicuro il passaggio nello stretto di Hormuz o ad abbassare il prezzo della benzina prima del voto. Secondo loro, però, un'azione militare dopo mesi di pace precaria permetterebbe a Trump di mostrarsi forte e forse di dichiarare una qualche vittoria, dando slancio ai repubblicani nelle ultime settimane di campagna. "Farebbe sembrare che il presidente abbia ottenuto un successo e che i prezzi della benzina stiano per scendere", ha detto all'Atlantic un repubblicano a conoscenza delle discussioni. Un'operazione limitata potrebbe poi essere seguita da un'azione più ampia dopo le midterm, quando secondo lo stesso Trump il conflitto, ormai all'ottavo mese, potrebbe riprendere.
Il presidente ha parlato più volte della possibilità di riprendere gli attacchi dopo il voto. Il mese scorso, in un discorso alle Nazioni Unite, ha minacciato di "annientare la Repubblica islamica" se l'Iran non avesse accettato un accordo. In un'intervista a Time uscita all'inizio di ottobre ha detto che "negli ultimi sei mesi abbiamo fatto scorte". La settimana scorsa ha detto di credere che gli Stati Uniti vinceranno la guerra "subito dopo le elezioni", aggiungendo però: "Forse prima delle elezioni". Le persone a lui vicine raccontano che Trump è furioso per il protrarsi del conflitto e si sente umiliato per non essere riuscito a chiuderlo. Ai suoi collaboratori ha fatto capire di essere pronto a colpire di nuovo, anche se i suoi consiglieri ritengono che il momento giusto sia dopo le midterm. Un funzionario della Casa Bianca ha detto all'Atlantic che Trump "ha tutte le opzioni disponibili in qualsiasi momento" e che "le cose andranno in uno di due modi: con le buone o con le cattive", senza rispondere alle domande sui tempi.
Qualsiasi nuova campagna di bombardamenti esporrebbe a ritorsioni iraniane i circa 50.000 militari americani presenti nella regione e gli alleati del Golfo. Ridurrebbe inoltre le scorte di munizioni degli Stati Uniti. Anche alcuni dei sostenitori più convinti del presidente vogliono che il paese esca dalla guerra per fermare l'aumento dell'inflazione. Un attacco limitato senza risultati rischierebbe di ottenere l'effetto opposto. Secondo l'Energy Information Administration, l'agenzia federale che raccoglie i dati sull'energia, quando gli Stati Uniti hanno ripreso gli attacchi dopo una pausa il prezzo del greggio è di solito salito. "L'azione militare non ha fatto nulla per abbassare il prezzo del petrolio, anzi ha fatto il contrario", ha detto all'Atlantic Will Walldorf, professore di relazioni internazionali alla Wake Forest University e ricercatore del centro studi Defense Priorities. "E se è un tentativo di mobilitare il voto repubblicano, che senso ha, visto quanto è impopolare questa guerra?".
Per i candidati repubblicani la guerra e il caro benzina che ha provocato sono un grosso ostacolo per mantenere la maggioranza alla Camera e al Senato. Ken Paxton, candidato repubblicano al Senato in Texas, si è lamentato in privato con i finanziatori che l'aumento dei prezzi di benzina e gasolio causato dal conflitto è "di gran lunga il nostro problema più grande". Secondo gli strateghi del partito, i repubblicani non vedrebbero di buon occhio il ritorno della guerra al centro delle notizie, soprattutto se dovessero morire altri soldati americani.
Dopo l'inizio della guerra il prezzo del petrolio era arrivato in primavera a quasi 118 dollari al barile. Il mese scorso ha superato per poco i 100 dollari e da allora resta intorno a quella cifra. All'inizio di questa settimana il prezzo della benzina è sceso leggermente, dopo le notizie di un aumento del traffico di petroliere nello stretto di Hormuz, il passaggio da cui transitava un quinto del petrolio mondiale prima che l'Iran lo chiudesse nelle prime fasi della guerra. Secondo l'AAA, l'associazione degli automobilisti americani, oggi un gallone di benzina (circa 3,8 litri) costa in media 4,37 dollari, contro poco meno di 3 dollari prima dell'inizio dei bombardamenti americani e israeliani il 28 febbraio. L'amministrazione ha annunciato che userà la riserva strategica di petrolio, le scorte d'emergenza del governo federale, per aumentare l'offerta e frenare i prezzi.
L'Iran però continua ad attaccare. Questa settimana ha preso di mira diverse navi che cercavano di attraversare lo stretto e alcuni armatori stanno ripensando all'uso di quella rotta. Alla Casa Bianca questi attacchi sono visti come uno sgarbo deliberato al presidente. Gli Stati Uniti hanno anche ritirato i bombardieri B-1 dalla base britannica di RAF Fairford, perché l'intelligence aveva segnalato un possibile attacco legato all'Iran, che ha negato ogni coinvolgimento. "L'Iran guarda il calendario e sa che le elezioni si avvicinano", ha detto all'Atlantic un consigliere dell'amministrazione. "E vuole fare un dispetto al presidente".
Washington porta avanti due strade insieme: la pressione militare ed economica e i negoziati indiretti con Teheran attraverso mediatori. Restano però grandi differenze sulle condizioni e sull'ordine dei passaggi per un cessate il fuoco, per la fine del blocco americano dello stretto di Hormuz e per la sua riapertura. Pur restando ottimista sull'efficacia della pressione economica, l'amministrazione prevede che l'Iran potrebbe aspettare ancora diversi mesi prima di avviare trattative serie.
Due funzionari hanno detto all'Atlantic che la Casa Bianca considera l'Iran nel momento di maggiore debolezza dall'inizio del conflitto: l'economia è in grave difficoltà, l'inflazione è altissima e la leadership appare divisa. Secondo uno stretto consigliere di Trump, un giorno sembrano comandare i Guardiani della rivoluzione, il corpo militare più fedele al regime, il giorno dopo i politici più moderati. Nel complesso gli intransigenti sembrano avere la meglio e si sono mostrati poco disposti a un accordo. Una parte dell'entourage del presidente ritiene però che anche loro saranno presto costretti a cedere. Un attacco prima delle midterm potrebbe servire a spingerli in quella direzione. Potrebbe anche ottenere l'effetto contrario e riportare la guerra al centro dell'attenzione proprio mentre gli americani vanno a votare.
