Se i sondaggi sbagliassero come nel 2020, i democratici vincerebbero il Senato solo 10 volte su 100, ma conserverebbero 89 possibilità su 100 di conquistare la Camera. Da questo scenario, calcolato facendo girare di nuovo il nostro modello con gli errori del passato, è partita la diretta di ieri sera alle 21, dedicata alla domanda che il pubblico ci fa più spesso: che cosa succede se i sondaggi sbagliano di nuovo? A 23 giorni dal voto si è parlato anche dei primi dati del voto anticipato, delle registrazioni al voto che tornano a favorire i democratici, dei dibattiti in Maine e in Michigan, del nuovo strumento per costruire i propri scenari e dell’accordo tra Trump e Putin sul diesel russo.
Le dirette proseguono ogni domenica alle 21 fino al voto del 3 novembre, su YouTube, Facebook e X. L’ultima parte di ogni appuntamento è dedicata alle domande del pubblico, raccolte nei commenti durante la trasmissione.
Quanto possiamo fidarci dei sondaggi
Al momento della diretta il modello di Focus America dava ai democratici 71 possibilità su 100 di conquistare il Senato e 95 su 100 di conquistare la Camera. Lorenzo Ruffino, che cura il modello, è partito dai limiti dei sondaggi. Risponde sempre meno gente, tanto che oggi il New York Times deve fare circa 200 telefonate per ottenere un’intervista. Così partecipa soprattutto chi si interessa di politica, mentre gli elettori che Trump riesce a mobilitare (i cosiddetti low-propensity voters, che di solito seguono poco la politica) tendono a non rispondere. È per questo che i sondaggi hanno sottostimato il presidente nel 2016, nel 2020 e nel 2024.
Pesare i campioni in base al voto passato aiuta, come mostra una recente ricerca del Pew Research Center, ma il problema di fondo resta: in un sondaggio di State Navigate in Iowa è stato quasi impossibile ottenere risposte dagli elettori repubblicani delle zone rurali. Ruffino ha però ricordato che nelle elezioni di metà mandato l’affluenza è più bassa e i low-propensity voters di solito restano a casa. Nel 2018 e nel 2022 i sondaggi sono stati molto più precisi che nelle presidenziali, mentre nel 2025 hanno sottostimato i democratici nelle elezioni per governatore in New Jersey e in Virginia. Non c’è quindi modo di sapere in anticipo da che parte sbaglieranno.
Ieri abbiamo pubblicato un’analisi che sposta i sondaggi di quanto hanno sbagliato nelle ultime quattro elezioni. Con l’errore del 2020 il Senato scenderebbe a 10 possibilità su 100 per i democratici e con quello del 2016 a 12, mentre con gli errori del 2018 e del 2022 resterebbe intorno ai valori di oggi. La Camera resta invece ai democratici in tutti gli scenari, con almeno 89 possibilità su 100. Secondo Ruffino gli errori più grandi si concentrano negli Stati del Midwest, dove vivono molti degli elettori che non rispondono ai sondaggi, mentre a livello nazionale si sbaglia meno. In più il vantaggio dei democratici nel voto nazionale è tra i 7 e i 9 punti, troppo ampio perché anche un errore grosso lo cancelli. Al Senato invece i democratici devono vincere quasi ovunque: con l’errore del 2020 perderebbero tra gli altri Maine, Michigan, Ohio e Texas.
Secondo Ruffino va quindi evitata la tentazione di correggere i sondaggi a mano. Il modello è già più prudente dei sondaggi presi alla lettera, perché simula anche errori sistematici in entrambe le direzioni: se i sondaggi di oggi fossero esatti, i democratici vincerebbero il Senato 84 volte su 100.
Davide Cocuzzi, che segue i sondaggi per Focus America, ha invitato a confrontare le midterm con le midterm, perché nelle presidenziali c’era Trump sulla scheda a mobilitare i suoi elettori. Il precedente più vicino è il 2018, ma per Cocuzzi quest’anno conta anche la persuasione, oltre all’affluenza, perché il clima economico e politico sta spostando voti verso i democratici. Per questo ritiene improbabile un errore eclatante come quelli del passato.
Alessandro Benedetto Carelli, collegato dagli Stati Uniti, ha parlato del Maine, dove nel 2020 i sondaggi davano in vantaggio la democratica Sara Gideon di 3 punti e Susan Collins vinse con quasi 9 punti di vantaggio. Secondo Carelli il timore di un nuovo errore è diffuso: nell’ultimo sondaggio Marist, che dava Collins indietro di qualche punto, il 57% degli elettori del Maine si aspettava comunque una sua vittoria. È anche uno Stato difficile da sondare, con molti elettori della classe operaia che rispondono poco. Daniele Angrisani, che conduceva la diretta, ha ricordato che 70 possibilità su 100 non sono una certezza, perché in tre simulazioni su dieci il Senato resta ai repubblicani.
I primi dati del voto anticipato
All’11 ottobre circa 3,14 milioni di americani avevano già votato in 34 Stati, secondo i dati raccolti nella nostra pagina sul voto anticipato. Cocuzzi ha invitato a non farsi impressionare dal fatto che tra loro i democratici siano quasi il doppio dei repubblicani. Finora si tratta quasi solo di voti per posta, che i democratici usano molto più dei repubblicani almeno dal 2020, anche perché Trump li ha a lungo scoraggiati. Con il voto anticipato di persona i repubblicani recupereranno, mentre la gran parte del loro voto arriverà il giorno delle elezioni.
In Pennsylvania sono già rientrate 228.000 schede e i democratici ne rappresentano circa il 73%. Per Cocuzzi è normale, perché nello Stato il voto anticipato è quasi solo postale ed è sempre stato a netta prevalenza democratica, anche se dal 2024 i repubblicani hanno cominciato a investirci grazie all’attivista Scott Presler. Rispetto al 2024 la quota repubblicana è più bassa di 5 punti, rispetto al 2022 di uno. In North Carolina i democratici sono al 44,7% dei voti espressi, 6,5 punti più del dato finale del 2022. Secondo Cocuzzi però la quota repubblicana crescerà nelle prossime settimane, mentre a parità di giorni dal voto i numeri sono in linea con quelli di quattro anni fa. In più i democratici candidano al Senato l’ex governatore Roy Cooper, la cui forza personale secondo Cocuzzi va oltre qualunque problema di affluenza.
In Michigan, dove non esiste la registrazione per partito, sono rientrate il 17% delle schede, circa 350.000. Le contee democratiche hanno raggiunto il 35% del loro totale del 2022, quelle repubblicane il 32%. Per Ruffino il quadro è simile al 2022 e al 2024, appena migliore per i democratici, in linea con i sondaggi che descrivono una sfida combattuta.
In Virginia le contee repubblicane hanno già raggiunto il 60% del loro totale del 2022, quelle democratiche il 47%. Ruffino ha spiegato che quattro anni fa le contee democratiche votarono soprattutto nelle ultime settimane, quindi a parità di giorni dal voto i ritmi oggi sono simili. Secondo una stima di State Navigate, poi, i voti già espressi sono di 3 punti più democratici rispetto al 2025, quando Abigail Spanberger vinse la corsa per governatore con 15 punti di vantaggio. Se fosse così, i democratici potrebbero vincere lo Stato con circa 18 punti.
In Maine è già rientrata circa una scheda su tre tra quelle richieste e i repubblicani sono sotto il 19% dei voti espressi. Per Carelli significa che una buona parte dell’elettorato democratico ha già votato, tanto che il democratico Troy Jackson è arrivato ai dibattiti con molti voti già in tasca. Le schede rientrate sono circa 44.000, su un totale che Carelli stima intorno ai 600.000 voti (nel 2020 furono oltre 800.000).
La Florida, l’eccezione repubblicana
C’è uno Stato in cui i repubblicani reggono, ed è la Florida. Cocuzzi ha confrontato il voto anticipato con lo stesso giorno del 2024, l’anno della vittoria di Trump: allora i democratici erano il 43,1% dei voti espressi e oggi sono il 43%, mentre i repubblicani sono passati dal 36,6% al 36%. Visto che in Florida la maggior parte del voto repubblicano arriva di persona, per ora il partito tiene. Secondo Cocuzzi lo Stato sta cambiando fisionomia, per effetto delle migrazioni interne e degli anni di governo di Ron DeSantis.
Nel nostro modello la repubblicana Ashley Moody vince la corsa per il Senato 91 volte su 100, mentre per il governatore Byron Donalds vince 69 volte su 100 ed è avanti di 2,4 punti sul democratico David Jolly. Ruffino è scettico sulle possibilità dei democratici, perché in Florida i sondaggi li sopravvalutano sistematicamente: gli elettori ispanici che parlano spagnolo rispondono poco a interviste in inglese. Le corse per governatore però dipendono più delle altre dalle dinamiche locali. Donalds è molto vicino a Trump, le cui politiche sull’immigrazione hanno pesato sull’elettorato ispanico. Se il governatore fosse davvero in gioco, secondo Ruffino i democratici potrebbero rimpiangere di aver scelto alle primarie per il Senato Angie Nixon, candidata della sinistra più radicale, in uno Stato in cui servirebbe un moderato.
Le registrazioni al voto tornano a favorire i democratici
Dal novembre 2024 i democratici hanno perso 2,22 milioni di iscritti e i repubblicani 543.000, soprattutto per le normali revisioni delle liste elettorali. Negli ultimi due mesi però la tendenza si è invertita. Ad agosto i democratici hanno guadagnato 77.000 iscritti contro i 67.000 dei repubblicani, a settembre (senza contare la California) 137.000 contro 64.000, facendo meglio dei repubblicani in 20 Stati su 26. Secondo Cocuzzi si è chiuso così il lungo ciclo, cominciato intorno al 2020, in cui i repubblicani hanno guadagnato elettori in quasi tutti gli Stati preparando la vittoria di Trump nel 2024.
In Pennsylvania il vantaggio democratico tra gli iscritti è passato da 25.000 prima di agosto a 53.000. Secondo Cocuzzi è lo Stato in cui si vede meglio una base democratica più motivata, forse anche per l’effetto del governatore Josh Shapiro. In North Carolina il vantaggio repubblicano tra gli elettori attivi è sceso in due mesi da 113.000 a 100.000, mentre contando anche gli inattivi c’è una sostanziale parità con i democratici di nuovo leggermente avanti. In Florida a settembre i democratici hanno guadagnato circa 500 iscritti più dei repubblicani, per la prima volta dal gennaio 2021. Per Cocuzzi non cambia il quadro di uno Stato in cui i repubblicani hanno 1,55 milioni di iscritti in più, ma mostra che anche lì il vento tira un po’ verso i democratici.
In Kansas, dove i democratici hanno deciso di investire per il Senato, nel mese delle primarie si sono registrati 17.000 nuovi elettori democratici. Secondo Ruffino hanno contato le primarie combattute per il governatore e l’entusiasmo per una corsa che i democratici pensano di poter vincere, anche se lo Stato resta repubblicano. Le registrazioni si spostano verso i democratici anche in Nevada e in Iowa, dove le corse per il Senato e per il governatore sono in bilico e dove secondo Ruffino ai repubblicani non giova la rabbia degli agricoltori per il prezzo del diesel.
I dibattiti in Maine e in Michigan
Carelli ha seguito i dibattiti della settimana. Quelli in Maine tra Collins e Jackson sono stati i più civili. Jackson ha accusato senza prove Collins e il marito di guadagnare dalla guerra con l’Iran. La senatrice ha chiesto delle scuse che non sono arrivate. Jackson ha anche paragonato Collins a un piromane che contribuisce ad appiccare un incendio e poi vuole il merito di aver portato un bicchiere d’acqua. Nel complesso però Carelli lo ha trovato impreparato, come il panel della CNN che ha commentato i confronti, soprattutto nel secondo dibattito in cui non erano ammessi appunti. Più volte Collins lo ha corretto sulle competenze dello Stato e del governo federale. Restano altri due dibattiti, ma se andranno così secondo Carelli Jackson non ci guadagnerà molto.
Il dibattito per il Senato in Michigan è stato invece molto più confuso. I due candidati hanno litigato perfino durante la pubblicità, parlandosi sopra come Biden e Trump nel primo dibattito del 2020. Il repubblicano Mike Rogers ha insistito per tutto il confronto sui presunti legami del democratico Abdul El-Sayed con il terrorismo, senza ottenere risposte chiare, mentre del costo della vita si è parlato pochissimo. Per Carelli il confronto non ha spostato voti, perché rispecchia uno Stato molto polarizzato.
Costruisci il tuo scenario
Nel nostro modello Jackson vince in Maine 61 volte su 100 ed El-Sayed in Michigan 80 volte su 100, ma in Maine il vantaggio di Jackson è di appena un punto. Per capire che cosa succederebbe se vincesse Collins, ieri abbiamo pubblicato uno strumento che permette di scegliere il vincitore di una o più sfide per il Senato. Ruffino ha spiegato che lo strumento filtra le 50.000 simulazioni giornaliere del modello e tiene solo quelle compatibili con le scelte dell’utente. Se Collins conservasse il seggio, le possibilità dei democratici al Senato scenderebbero da 70 a 41 su 100. Se invece James Talarico battesse Ken Paxton in Texas salirebbero a 82.
Il motivo è che gli Stati sono legati tra loro, per vicinanza geografica o per tipo di elettorato. Se Collins vince in Maine, vuol dire che per i democratici le cose vanno peggio del previsto e diventa più probabile che perdano anche in Michigan o in Minnesota. Se Talarico perde in Texas, vuol dire che lo spostamento degli elettori ispanici verso i democratici è più debole del previsto. Secondo Ruffino è un promemoria per novembre, perché molte delle probabilità dei democratici poggiano su vantaggi piccoli che possono cambiare in fretta.
Il diesel russo e la tregua che non c’è
L’ultimo tema prima delle domande è stato lo scontro tra Trump e Zelensky. Venerdì il presidente ha annunciato un accordo con Putin per far arrivare sul mercato fino a 4,8 milioni di tonnellate di diesel russo, di cui 300.000 subito, mentre il Tesoro ha sospeso le sanzioni sul gasolio russo fino ad aprile. L’intesa è stata criticata dall’Ucraina e da diversi repubblicani, tra cui secondo Angrisani il deputato Don Bacon, la senatrice Lisa Murkowski e l’ex vicepresidente Mike Pence. Sabato Trump ha detto che l’Ucraina dovrebbe trovarsi un nuovo presidente, mentre a Zaporizhzhia un bombardamento russo uccideva almeno 20 persone. Ieri ha proclamato una tregua sugli attacchi agli impianti energetici, ma Zelensky ha detto di averlo saputo dall’annuncio e poche ore dopo la Russia ha colpito una centrale termica a Kharkiv.
Per Carelli la mossa non ha senso dopo che il Congresso ha approvato quasi all’unanimità la legge sulle sanzioni promossa dal senatore Lindsey Graham. Il repubblicano Brian Fitzpatrick ha annunciato una proposta per vietare qualunque acquisto di petrolio russo, il Ronald Reagan Peace Through Strength Act. Carelli non crede che la vicenda sposti molti voti, ma allarga le difficoltà di Trump con i repubblicani al Congresso. Durante la diretta è arrivata anche la notizia di una lettera di senatori dei due partiti, tra cui secondo Angrisani Collins, Murkowski e Thom Tillis, che chiedono al presidente di rinunciare all’accordo. Per Cocuzzi il diesel è forse il tema che conta di più per gli elettori, ma a meno di un mese dal voto qualche carico di gasolio russo difficilmente cambierà il quadro.
La sessione finale di Q&A
Prima delle domande Angrisani ha ricordato che il podcast Midterm di questa settimana, registrato con Raffaele Digirolamo, è dedicato ad Alaska, Ohio e Iowa. La notte elettorale del 3 novembre Focus America sarà in diretta fino ai risultati.
A chi chiedeva se a essere sottostimati potessero essere i democratici, come nel 2025, Cocuzzi ha risposto che nel contesto attuale è persino più probabile un errore in quella direzione, che produrrebbe un’onda capace di sconvolgere la politica americana. A chi chiedeva chi è avanti in Maine, Ohio, Texas e Alaska, Angrisani ha risposto che nel nostro modello sono avanti i democratici in tutti e quattro gli Stati, con il Maine paradossalmente come il più incerto.
Sulla previsione di Allan Lichtman, che considera in bilico South Carolina, Kansas, Nebraska e Ohio, Angrisani ha detto di non dargli più molto credito dopo l’errore del 2024. Per Ruffino Lichtman è uno dei grandi caduti di quell’elezione insieme ad Ann Selzer e a Jon Ralston: Kansas e Nebraska si possono capire, mentre il South Carolina continua a sembrargli molto improbabile.
Su Collins, definita da un utente “un fossile degli anni Novanta”, Carelli ha spiegato che fa ancora campagna all’antica, tra adesivi regalati ai bambini e parate alle feste di paese. In un piccolo Stato come il Maine funziona, anche perché la senatrice è riuscita a portare molti fondi federali.
Su un possibile impeachment in caso di vittoria democratica, Angrisani ha escluso che possa arrivare a una condanna perché al Senato mancherebbero i voti, mentre Carelli non esclude che i democratici ci provino. Per Cocuzzi già alla fine del voto anticipato avremo indicazioni chiare, senza dover aspettare l’Election Day.
L’ultima domanda riguardava il Texas, il sogno di Angrisani fin dal 2016. Talarico era tornato in pubblico dopo un’influenza, smentendo le voci senza fondamento circolate sulla sua assenza. Cocuzzi pensa che una sua vittoria potrebbe rilanciare la sinistra anche fuori dagli Stati Uniti, come Trump fece con la destra nel 2016, mentre per Ruffino Talarico è molto lontano dalla sinistra europea e oggi si presenta come un moderato. Ruffino ha poi guardato al 2028, forse l’ultima elezione in cui i democratici potranno conquistare la Casa Bianca vincendo i tre Stati del Midwest. Dal 2032, con i seggi ridistribuiti dopo il censimento, conteranno di più gli Stati del Sud: per questo sarà interessante il margine con cui Jon Ossoff vincerà in Georgia.
Chi non ha seguito la diretta può rivederla sul nostro sito. Il prossimo appuntamento è domenica alle 21.
