Nella media di Focus America il net rating di Donald Trump è scivolato a -24,2 punti, il livello più basso di questo mandato e il peggiore mai misurato per un presidente a venti mesi dall’insediamento. È il numero da cui è partita la diretta di ieri sera alle 21, dedicata poi ai primi dati del voto anticipato, all’onda blu che si comincia a intravedere negli Stati repubblicani e alle 36 corse per governatore del 3 novembre.
Le dirette proseguono ogni domenica alle 21 fino al voto del 3 novembre, su YouTube, Facebook e X. L’ultima parte di ogni appuntamento è dedicata alle domande del pubblico, raccolte nei commenti durante la trasmissione.
Il gioco d’apertura: che cosa non diremmo più sulle midterm
La domanda del gioco di apertura l’ha scelta Salvatore Stanizzi. Chiedeva a ciascuno qual è la cosa detta sulle midterm negli ultimi mesi che oggi non ripeterebbe.
Lorenzo Ruffino ha indicato il Senato. A gennaio aveva scritto che per i democratici conquistarlo era sostanzialmente impossibile, mentre oggi sono avanti in tutti gli Stati contendibili e il nostro modello li dà favoriti con 75 possibilità su 100, un esito che continua a sembrargli strano. Davide Cocuzzi ha scelto il Texas, dove era convinto che i repubblicani avrebbero venduto cara la pelle mentre oggi i favoriti sono probabilmente i democratici.
Mimmo d’Elia era sicuro che la componente cristiana evangelica conservatrice sarebbe andata in massa a sostenere il presidente e i suoi candidati, ma oggi deve ricredersi, perché sta prendendo piede quella progressista. Daniele Angrisani ha scelto il Maine, dove Susan Collins sembra avere ancora la possibilità di sopravvivere. Trova inconcepibile che Maine e Michigan risultino oggi più a rischio del Texas, una lettura che i margini del modello confermano: in Maine la sfida tra Troy Jackson e Collins è ferma a 1,2 punti, in Michigan Abdul El-Sayed è avanti di 3,4 punti su Mike Rogers, in Texas James Talarico è avanti di 3,9 su Ken Paxton.
L’approvazione di Trump al punto più basso del mandato
Cocuzzi, che segue i sondaggi sull’approvazione, ha commentato l’aggiornamento pubblicato poche ore prima della diretta. Questa settimana sono cadute due soglie, perché per la prima volta l’approvazione è sotto il 40% in tutte e tre le medie che consideriamo e la disapprovazione è sopra il 60%. Nella media di Focus America l’approvazione è al 36,8% e la disapprovazione al 61%, con un net rating (la differenza tra i due valori) di -24,2 punti, tre punti in meno in sette giorni.
Anche RealClearPolitics, tradizionalmente la media più favorevole ai repubblicani, scende sotto il 40% e arriva a -21,2, mentre il Silver Bulletin di Nate Silver è a -22,8. Il quadro si è spostato anche negli istituti più vicini ai repubblicani, con Rasmussen, che non entra nelle nostre medie, a -18 e Quantus Insights a -19. Sul versante opposto American Research Group arriva a -42. Un sondaggio che dà il presidente a -20, ha detto Cocuzzi, oggi è di fatto un sondaggio positivo per lui.
Il confronto con il passato è la parte più dura. Alla stessa distanza dal voto Joe Biden era a -10,7 e Trump nel suo primo mandato a -10,4. Con quei numeri, nel 2018, le midterm sono andate come sono andate. Nessun presidente del dopoguerra era arrivato così impopolare a venti mesi dall’insediamento, nemmeno Harry Truman (-16,6). Come abbiamo raccontato, il presidente arriva al voto più impopolare di quanto fossero lui stesso nel 2018 e George W. Bush nel 2006.
Stanizzi si è concentrato sugli indipendenti, che di solito decidono le elezioni. Ha ricordato una rilevazione di Reuters e Ipsos che dava l’approvazione del presidente al 32%, in calo anche tra i repubblicani, dall’80-82% al 70-73%, con appena il 17% sulla gestione del costo della vita. Il rischio per i repubblicani, ha spiegato, non è soltanto che un indipendente insoddisfatto passi ai democratici, ma che non trovi una buona ragione per andare a votare. L’approvazione del presidente non va trasformata in una previsione elettorale, però se il voto diventa il referendum su di sé che il presidente ha cercato questi numeri sono un problema serio per il partito.
Il voto anticipato: come funziona e che cosa dicono i primi numeri
Il blocco successivo si è aperto con un video sul funzionamento del voto. Il 3 novembre gli americani rinnovano tutta la Camera dei rappresentanti, 35 senatori su 100 e 36 governatori, ma le regole del voto non le scrive il governo federale, le scrive ciascuno dei 50 Stati, ed è il motivo per cui in Virginia si vota già dalla metà di settembre. I modi per votare sono tre, al seggio il giorno delle elezioni (che però è un martedì lavorativo), al seggio nelle settimane precedenti oppure per posta.
Nel novembre 2022 un elettore su due aveva già votato prima del giorno delle elezioni. Alle midterm ogni voto raccolto in anticipo è un voto messo in banca, che una coda o un temporale non possono più far perdere. Le buste per posta però si contano più lentamente: quattro anni fa il controllo del Senato si è saputo quattro giorni dopo il voto, quando le schede contate a Las Vegas hanno assegnato il Nevada ai democratici, mentre per la Camera sono serviti otto giorni in California. Il 3 novembre, insomma, non è il giorno del voto, è l’ultimo giorno per votare.
Ruffino ha poi mostrato la pagina aperta sabato, che segue questi dati giorno per giorno. Finora hanno votato 335.000 persone, 138.000 di persona e 197.000 per posta. La mappa mostra dove il voto per posta è aperto e quali sono i tre Stati senza nessuna forma di voto anticipato. Diversi Stati, tra cui California, Oregon, Utah e Arizona, votano quasi solo per posta, ed è anche il motivo per cui sono lentissimi a contare, perché devono verificare che nessuno abbia votato due volte.
Più della metà del totale nazionale arriva da un solo Stato, la Virginia, con circa 180.000 voti, dove si vota più velocemente del 2022 e più lentamente del 2024. È anche l’unico Stato in cui sono già visibili le correlazioni per contea, che la pagina calcola sopra i 50.000 voti. La correlazione non è forte, ma le contee democratiche sembrano votare più di quelle repubblicane, un possibile segno di una maggiore mobilitazione democratica. Va però messa accanto a un fattore già visto, perché il presidente per anni ha definito il voto per posta una truffa, poi ha incoraggiato i repubblicani a usarlo e adesso è di nuovo scettico, con i suoi elettori che si adeguano.
Nella scheda della North Carolina, dove hanno votato appena 12.000 persone, si vedono invece i dati demografici. È il primo Stato a votare, dall’inizio di settembre, perché parte dai militari all’estero. Lì cresce la quota di chi è registrato come indipendente e cala quella dei democratici, mentre aumentano gli uomini e calano leggermente le donne. Il partito di registrazione, ha ricordato Ruffino, non dice per chi si voterà, perché si può essere registrati come democratici da trent’anni e votare repubblicano.
Mettere insieme lo storico è stata la parte più complicata, come abbiamo spiegato nell’articolo di presentazione, perché nessun ente raccoglie questi dati in modo sistematico. L’Election Lab dell’Università della Florida pubblica solo il dato per Stato e solo la fotografia dell’ultimo giorno. Per recuperare il resto, ha detto Ruffino, sono stati usati approcci non convenzionali che ha preferito non descrivere in diretta.
Per Cocuzzi è ancora presto per le correlazioni, ma quello che si vede non lo sorprende. Il tema è quello dei low propensity voters, gli elettori che vanno alle urne solo in circostanze particolari: nel 2024 il presidente aveva pescato molto tra i delusi dell’Amministrazione Biden-Harris, soprattutto tra gli ispanici e i neri, che vedevano in lui una figura forte, come diceva lo slogan Trump will fix it. Quegli elettori, secondo Cocuzzi, torneranno serenamente ad astenersi, come suggeriscono già i primi numeri della Virginia.
L’onda blu negli Stati repubblicani
Raffaele Dirigolamo ha spiegato che i democratici vanno meglio del previsto non da qualche mese ma dall’immediato dopo presidenziali del 2024, spesso in Stati dove non sarebbe normale aspettarselo. Due anni fa, quando in diretta si commentavano le prospettive per il 2026, sembrava difficile che il Senato potesse essere contendibile, perché per conquistarlo i democratici devono vincere in Texas, in Ohio, in Alaska e in Iowa, oltre che in Georgia e in Michigan, Stati che il presidente aveva vinto nel 2024.
Per dare la misura del cambiamento ha citato un’analisi di Ballotpedia uscita due giorni fa sui seggi delle assemblee statali cambiati di partito nelle elezioni speciali di questi due anni, 13 ai democratici e nessuno ai repubblicani, tra Mississippi, Florida, Iowa, Pennsylvania e Arkansas. Vanno prese con le pinze, perché l’affluenza bassa premia l’elettorato democratico, ma il trend si vede da due anni: nei 62 collegi confrontabili con un’elezione generale lo spostamento è andato verso i democratici nel 76% dei casi, in media di 5 punti.
Lo stesso spostamento si vede ora nei sondaggi per il Senato. In Michigan la media dà El-Sayed avanti di 3,4 punti e in Georgia Jon Ossoff avanti di 9 su Mike Collins, risultati che in un anno di onda blu ci si aspetterebbe. Meno attesi sono quelli negli Stati che il presidente aveva vinto con ampio margine. In Ohio Sherrod Brown è avanti di 4,6 punti su Jon Husted, in Iowa Josh Turek è leggermente avanti su Ashley Hinson e il Nebraska è un testa a testa, con Dan Osborn che corre da indipendente. È il quadro che abbiamo descritto parlando dei candidati moderati che stanno rendendo contendibili gli Stati conservatori.
D’Elia ha collegato questo movimento a una parola che sta tornando in uso, comeback, perché l’elettorato cristiano evangelico progressista sta tornando forte e sta pesando sui sondaggi. La base conservatrice resta solida, con l’approvazione del presidente in quell’elettorato passata dall’81-82% al 60-61%, numeri che dovrebbero ancora bastare ai candidati repubblicani. Non sta però succedendo, perché i messaggi dell’evangelismo progressista stanno facendo breccia in Stati dove non ci si sarebbe mai aspettati che un candidato repubblicano potesse perdere.
Alla domanda su quale singola corsa deciderà la maggioranza al Senato, Dirigolamo ha scelto il Texas, dove la sfida sarà più equilibrata di quanto dicono i sondaggi ma la combinazione tra Talarico, Paxton e il clima nazionale dà ai democratici possibilità reali. Nel nostro modello Talarico ha 78 possibilità su 100 di vincere. D’Elia è d’accordo e ha aggiunto che Paxton si è messo nei guai da solo, perché quando uno fa certe cose diventa difficile farsi votare. Ha indicato anche il Kansas, che non elegge un senatore democratico da 94 anni e che nel nostro modello è oggi un testa a testa.
Le 36 corse per governatore
Stanizzi ha ricordato che quando si parla di midterm la testa va alla Camera e al Senato, mentre il 3 novembre si vota anche per 36 governatori. Chi vince sarà in carica durante le presidenziali del 2028, un buon punto di partenza per la Casa Bianca se si guarda a George W. Bush e a Bill Clinton, governatori prima di essere eletti presidenti. Tra i nomi in circolazione ci sono Gavin Newsom, Josh Shapiro in Pennsylvania e Gretchen Whitmer, che in Michigan non può ricandidarsi.
Le corse per governatore sono più personali: Stanizzi ne conta almeno dieci tra il testa a testa e il vantaggio minimo. Nel Nevada il governatore uscente Joe Lombardo sfida Aaron Ford, l’attorney general democratico dello Stato. In Ohio Vivek Ramaswamy prova a continuare una tradizione che dura dal 2006, l’anno dell’ultima vittoria democratica, dopo i mandati di John Kasich e Mike DeWine. È lo stesso Stato in cui nel 2024 Bernie Moreno batté Brown di quattro punti mentre il presidente vinceva su Kamala Harris di oltre undici. Il Michigan resta leggermente democratico anche senza Whitmer, mentre sono aperte le corse in Georgia (Brian Kemp non può ricandidarsi) e in Wisconsin.
Il punto più importante, ha detto, è che dall’Europa il governatore viene visto come un presidente di regione con più poteri, mentre ha competenze enormi sul bilancio e il veto sulla legislazione statale. Da giovedì il nostro modello stima anche queste 36 corse: oggi le sfide con un margine sotto i tre punti sono sette, tra cui Nevada, Georgia, Ohio, Florida e Texas. Tra i candidati di quest’anno, ha aggiunto Stanizzi, l’unico che si vede in corsa per la Casa Bianca nel 2028 è Ramaswamy, che le ambizioni presidenziali le ha già mostrate nel 2024.
Perché i governatori contano anche per le regole del voto
Ruffino ha spiegato perché i governatori pesano sul voto. Negli Stati Uniti non esiste un ministero dell’interno che organizzi le elezioni, sono i singoli Stati a farlo. Il governatore firma la certificazione, il documento con cui lo Stato comunica chi sono i suoi grandi elettori ed è quello che vale a Washington. Nel 2020 le pressioni del presidente sui governatori e sui funzionari statali servivano a bloccare quel passaggio.
Poi c’è l’amministrazione del voto e la formazione delle liste elettorali. Anche in questi giorni l’Amministrazione sta chiedendo agli Stati di consegnare le proprie liste al governo federale, con gli Stati che hanno fatto causa e i tribunali che bloccano il tentativo, come abbiamo scritto. Altrove il voto è amministrato dal segretario di Stato, che però in Pennsylvania e in Texas è nominato dal governatore.
La quarta ragione è che se un senatore muore in carica è il governatore a nominarne il sostituto, per qualche mese o anche per l’intero mandato. Chuck Grassley, il senatore più anziano con i suoi 93 anni, ha detto due giorni fa che non vorrebbe che il suo rimpiazzo lo nomini Rob Sand, il democratico oggi avanti nella corsa per governatore dell’Iowa. Sembra in buona salute, ma l’ipotesi l’ha nominata letteralmente lui.
La sessione finale di Q&A
La prima domanda chiedeva perché nei dati del voto anticipato non si veda una mobilitazione democratica superiore al 2018 e al 2022. Cocuzzi ha risposto che è troppo presto, perché solo la Virginia ha un numero di voti minimamente consistente. Lì, nei distretti più rurali, l’affluenza sembra piuttosto bassa. Se ne riparlerà tra un paio di settimane.
A Ruffino è stato chiesto del ridisegno dei collegi della Camera, che in alcuni Stati si sta trasformando in un boomerang. Le mappe sono state disegnate quando l’elezione sembrava molto più in bilico, mentre i pochi seggi che i repubblicani pensavano di guadagnare oggi non bastano più. In Texas il meccanismo si sta ritorcendo contro chi l’ha messo in piedi, perché per costruire nuovi seggi favorevoli i repubblicani hanno ridotto i propri margini altrove e adesso rischiano di perdere seggi che ritenevano sicuri. Raramente, ha aggiunto, chi modifica le mappe ne trae davvero beneficio.
Un’altra domanda chiedeva se un Senato con 54 democratici sia improbabile. Per Stanizzi no, dipende dal voto generico e ci si può arrivare, anche se la soglia psicologica resta 51, perché a 50 pari il voto decisivo spetta al vicepresidente JD Vance. Il suo punto è un altro: con questi numeri, se il 3 novembre i democratici non li capitalizzano, qualcuno dovrà andare in televisione a fare mea culpa per non aver approfittato di una situazione ai limiti del devastante per i repubblicani.
Due domande riguardavano John Fetterman e la possibilità che passi ai repubblicani, soprattutto in un Senato a 51 a 49. Dirigolamo ha detto che il rischio esiste ma non è una certezza, perché alcune dichiarazioni sono state ambigue e la partecipazione a distanza alla convention repubblicana di Dallas ha fatto rumore, ma il suo voting record resta allineato con il Partito Democratico. Passare dall’altra parte nell’anno in cui i repubblicani prendono una batosta non sarebbe una scelta strategica. Lo scenario più probabile è quello di un senatore che resta un po’ qua e un po’ là e che cambierebbe partito solo quando i repubblicani torneranno in rampa di lancio.
Un’altra domanda chiedeva quale candidata democratica abbia più possibilità per il 2028. D’Elia ha risposto che nei sondaggi Kamala Harris continua ad andare bene, pur non credendo che abbia davvero delle possibilità, mentre Angrisani ha aggiunto Whitmer ed Elissa Slotkin, nomi che circolano da anni. La candidata di cui si è parlato più a lungo è però Alexandria Ocasio-Cortez, che nell’intervista al New York Times della scorsa settimana è rimasta vaga, di quel vago che lascia intendere che il pensiero ci sia. Ruffino ha citato la frase esatta che ha detto, “la vita non aspetta che tu sia pronta”, mentre per Angrisani il rischio è che essendo molto giovane finisca per bruciarsi.
Una domanda riguardava il governatorato della Florida e i primi voti anticipati. Cocuzzi ha risposto di dubitare che i democratici vincano, pur ammettendo che questo potrebbe essere l’anno in cui si avvicinano di più, mentre dai primi voti non direbbe nulla. In Florida il voto per posta si sviluppa in modo particolare, tanto che nel 2020 Joe Biden era partito in pompa magna per poi finire come è finita. Quello che fa la differenza, lì, è il voto in presenza, che aprirà il 24 ottobre.
L’ultima domanda ricordava che anche nel 2022 si parlava di un’onda rossa che poi non arrivò, per chiedere se il rischio non sia che tutto questo sia montato dai sondaggi. Stanizzi ha ripetuto il suo punto: se i democratici non sfruttano l’impopolarità del presidente, la sera del 3 novembre andrebbe fatto un mea culpa per non essere stati un’alternativa, perché il terreno è tanto fertile che perdere questa occasione sembra quasi folle. Sui sondaggi ha citato Larry Sabato e Kyle Kondik, secondo cui restano il migliore strumento che abbiamo per capire come si muove l’elettorato.
Chi non ha seguito la diretta può rivederla sul nostro sito. Il prossimo appuntamento è domenica alle 21.
