Le elezioni di metà mandato di novembre potrebbero essere le peggiori del secolo per il Partito Repubblicano. È la tesi di un'analisi di Aaron Blake pubblicata dalla CNN, che confronta i sondaggi di oggi con quelli dei due anni in cui i repubblicani hanno subito le sconfitte più pesanti dal 2000: il 2006, quando George W. Bush pagò l'impopolarità della guerra in Iraq, e il 2018, quando gli elettori punirono lo stile caotico di Trump nel suo primo mandato. Quasi tutti gli indicatori sono oggi peggiori di allora. Uno solo, il voto generico per il Congresso, non si è ancora spostato con la stessa forza verso i democratici.
Nel nuovo sondaggio della CNN il presidente ha un saldo negativo di 34 punti tra gli adulti americani, cioè la differenza tra chi disapprova il suo operato e chi lo approva. La media dei sondaggi calcolata dalla stessa rete lo colloca a meno 29. Nello stesso momento del 2018 Trump era in genere tra meno 13 e meno 15. Nel 2006 Bush non aveva ancora toccato il fondo: un sondaggio CNN di fine settembre lo dava a meno 15 e i dati di Gallup di quelle settimane oscillavano tra meno 7 e meno 22. Trump è quindi circa due volte più impopolare di quanto fosse il presidente repubblicano in entrambe quelle elezioni. Secondo il giornalista dei dati G. Elliott Morris è il presidente più impopolare alla vigilia di elezioni di metà mandato della storia moderna.
Si tratta di sondaggi nazionali. Gli equilibri di Camera e Senato dipenderanno dal voto nei singoli Stati e collegi. Alcuni di questi sono stati disegnati per favorire un partito (una pratica chiamata gerrymandering) e questo li rende meno sensibili alle tendenze nazionali. Trump però ha chiesto esplicitamente agli elettori repubblicani di votare come se il suo nome fosse sulla scheda: per questo la sua impopolarità rischia di pesare su tutto il partito.
Il dato più pesante per il presidente riguarda l'economia. Solo il 27 per cento degli americani approva la sua gestione, mentre il 73 per cento la disapprova: un saldo di meno 46. Nel 2018 l'approvazione di Trump sull'economia era in genere intorno al 50 per cento e di solito in territorio positivo. Nel 2006 Bush non era messo bene, ma il suo saldo sull'economia era tra meno 18 e meno 25, molto meglio di quello attuale.
L'economia conta anche molto di più nelle scelte di voto. Nel 2018 il 69 per cento degli americani giudicava la situazione economica almeno "abbastanza buona" e nel 2006 lo faceva il 59 per cento. Oggi la giudica così solo il 28 per cento, mentre altri indicatori, come la fiducia dei consumatori, sono vicini ai minimi storici. Il 68 per cento degli elettori (contro il 44 per cento del 2018 e il 32 per cento del 2006) dice che l'economia è "estremamente importante" per il proprio voto.
Nel 2006 la sconfitta repubblicana era arrivata soprattutto per la guerra in Iraq e per alcuni scandali che avevano coinvolto esponenti del partito. Oggi la guerra con l'Iran è più impopolare di quanto fosse l'Iraq allora. Gli americani che disapprovano la gestione del conflitto da parte di Trump superano di 47 punti quelli che la approvano. Chi pensa che la guerra non valesse la pena supera di 52 punti chi pensa il contrario. Nel 2006 sia l'approvazione di Bush sulla guerra sia il sostegno all'intervento erano, nel momento peggiore, circa 30 punti sotto. Harry Enten, analista della CNN, ha calcolato che il saldo di Trump sulla politica estera, meno 42, è il peggiore di qualsiasi presidente almeno da Ronald Reagan.
Non è detto che l'Iran pesi quanto l'Iraq. A differenza di allora non ci sono truppe americane impegnate sul terreno né un numero elevato di soldati morti. La lamentela principale degli elettori riguarda il prezzo alto della benzina. La quota di chi considera la guerra "estremamente importante" per il voto è però simile: il 46 per cento nel 2006, il 48 per cento oggi.
Il 44 per cento degli elettori registrati dice che il proprio voto servirà a esprimere opposizione a Trump, mentre il 19 per cento dice che servirà a sostenerlo. Il divario di 25 punti è più ampio di quello del 2018, quando il 38 per cento voleva mandare un messaggio contro il presidente e il 25 per cento a suo favore, e di quello del 2006, quando le quote erano del 36 e del 15 per cento, con un distacco di 21 punti. Trump e i suoi consiglieri puntano sulla sua capacità di portare alle urne gli elettori repubblicani, ma la sua presenza rischia di mobilitare anche chi vuole votargli contro.
Il voto generico è l'unica eccezione. È la domanda con cui i sondaggisti chiedono agli intervistati se voterebbero per un democratico o per un repubblicano alle elezioni per il Congresso, senza indicare i nomi dei candidati. Nell'ultimo sondaggio CNN i democratici sono avanti di 8 punti. Nello stesso periodo del 2018 il loro vantaggio era tra 9 e 12 punti e nel 2006 tra 13 e 18.
Una possibile spiegazione è la cattiva immagine del Partito Democratico. Nel sondaggio CNN di luglio solo il 30 per cento degli americani ne aveva un'opinione favorevole, il dato più basso prima di elezioni di metà mandato almeno dal 1994 e non migliore del 31 per cento dei repubblicani. Nel 2018 i democratici avevano un'immagine leggermente migliore dei repubblicani, con il 46 per cento di giudizi favorevoli contro il 40 per cento. Nel 2006 il distacco era più ampio, 56 per cento contro 44 per cento.
Ci sono comunque segnali che il vantaggio democratico nel voto generico si stia allargando. Molti elettori ancora indecisi sembrano alla portata del partito. Per ora il voto generico resta l'unico grande indicatore che non segnala una situazione molto negativa per Trump e per i repubblicani.
