Il 27 per cento degli americani approva l'operato del presidente Donald Trump sull'economia, ventidue punti in meno rispetto all'autunno del 2018. Solo il 28 per cento giudica buone le condizioni economiche del paese, quarantuno punti in meno di otto anni fa. Sono i numeri di un sondaggio condotto da SSRS per la CNN che fotografa un quadro per i repubblicani peggiore di quello che avevano davanti alle elezioni di metà mandato del primo mandato di Trump.
Gli elettori dicono di preferire i candidati democratici a quelli repubblicani nel proprio collegio per la Camera con un margine di otto punti, 49 a 41. È un vantaggio più contenuto dei dodici punti che i democratici avevano nella rilevazione di settembre 2018, ma il contesto è cambiato in peggio per il presidente su quasi ogni altro fronte. Nel primo mandato Trump aveva giudizi positivi sull'economia, che gli americani consideravano in salute. Oggi il 20 per cento approva la sua gestione dell'inflazione e due terzi degli americani dicono che ha peggiorato le condizioni economiche del paese.
Il gradimento complessivo del presidente è sceso a un terzo degli americani, il valore più basso dei suoi due mandati, in linea con il 34 per cento di luglio ma in fondo a una discesa costante iniziata all'inizio della seconda presidenza. Solo il 13 per cento dice di approvare fortemente il suo operato, un altro minimo assoluto. Il 24 per cento ritiene che abbia le priorità giuste.
Maggioranze di americani dicono che la guerra con l'Iran e i nuovi dazi hanno avuto un effetto negativo sulle proprie finanze. Pochi vedono benefici dalle misure volute dal presidente, come le modifiche alla legge fiscale o i Trump Accounts, i conti aperti a nome dei bambini nati durante il secondo mandato. La gran parte degli americani considera l'aumento del prezzo della benzina un peso per il bilancio familiare, anche se solo un quarto lo definisce grave. Resta scettica sull'esistenza di un piano del presidente per affrontarlo. Il rapporto tra il prezzo del greggio e quello alla pompa è lo stesso che spiega perché la benzina scende più lentamente di quanto salga.
Il 57 per cento degli americani dice di sentirsi incerto sulla propria situazione finanziaria e quasi la metà prova ansia per il futuro economico, un sentimento più diffuso tra i giovani. Il 31 per cento dice di provare speranza e il 23 per cento sicurezza, rispettivamente otto e sette punti in meno rispetto alla primavera. Più di un terzo non è sicuro di riuscire a mantenere il proprio tenore di vita: un dato peggiore di quello registrato nella fase finale della grande recessione (2008-2009).
I repubblicani non hanno abbandonato il presidente ma lo seguono con molto meno entusiasmo di un tempo. Solo il 35 per cento degli elettori del partito dice di approvare fortemente il suo operato, contro il 66 per cento del settembre 2018. Il 50 per cento dei repubblicani disapprova la sua gestione dell'inflazione, il 59 per cento dice che la guerra con l'Iran ha danneggiato le proprie finanze e quasi la metà ritiene che abbia peggiorato le condizioni economiche del paese o non abbia avuto alcun effetto.
Gli elettori democratici e quelli che si dichiarano vicini al partito sono sedici punti più propensi dei loro omologhi repubblicani a dirsi estremamente motivati ad andare a votare quest'anno. Il 44 per cento degli elettori registrati dice che il proprio voto per il Congresso sarà un messaggio di opposizione al presidente, contro il 19 per cento che lo considera un messaggio di sostegno. È il valore più alto registrato per un presidente in carica alle elezioni di metà mandato almeno dai tempi di George W. Bush.
La rabbia verso il presidente non si traduce però in fiducia verso l'opposizione. I democratici e i repubblicani del Congresso sono impopolari in misura quasi identica, con circa un americano su quattro che ne approva l'operato. Gli americani dicono con un margine di dieci punti che un Congresso a maggioranza democratica avrebbe un effetto positivo sulla sanità, ma si dividono quasi a metà su cosa comporterebbe un cambio di maggioranza per il costo della vita, per le proprie finanze, per la corruzione e per la politica estera.
Sull'economia i democratici sono comunque davanti: sette punti di vantaggio sui repubblicani come partito più vicino alle posizioni degli americani sul tema. Negli ultimi quattro anni è il risultato migliore per i democratici e il peggiore per i repubblicani su questa domanda e segna un'inversione rispetto a una tendenza che da tempo favoriva il partito del presidente.
Il 68 per cento degli elettori definisce l'economia un tema estremamente importante per il proprio voto, più di ogni altro in un elenco di oltre dieci questioni. Era il 59 per cento nell'autunno del 2022 e il 44 per cento in quello del 2018. Al secondo posto ci sono le elezioni stesse, l'integrità del voto e i diritti elettorali, indicati come estremamente importanti dal 61 per cento degli elettori mentre il presidente continua a mettere in discussione parti del sistema di voto. Seguono l'inflazione e la sanità, mentre altri temi molto discussi, come i data center e l'intelligenza artificiale, l'aborto e le politiche sull'identità di genere e le persone transgender, pesano molto meno.
La scelta di voto non dipende però solo dai temi. Più della metà degli elettori dice che altri fattori conteranno di più nel voto per il Congresso. Circa un terzo indica come motivazione principale quale partito controllerà la Camera dei rappresentanti, una quota che sale a quasi quattro su dieci tra gli elettori più motivati. Il malcontento verso Washington resta il filo che tiene insieme il quadro: un elettorato in cui i sostenitori del presidente sono tiepidi e i suoi oppositori sono arrabbiati.
