Per quanto divisi, molti americani condividono una profonda sfiducia verso le istituzioni e i settori da cui dipende il funzionamento del Paese. È questo il filo conduttore individuato da Sabrina Tavernise in un reportage del New York Times, costruito raccogliendo per mesi le voci di elettori di ogni orientamento. Dai data center alle sostanze chimiche negli alimenti, dai documenti sul caso Epstein alla guerra in Iran, molti raccontano la stessa sensazione: che qualcuno non stia dicendo loro la verità.
Nel 1958, quando la domanda fu posta per la prima volta dall’American National Election Study, il 73% degli americani dichiarava di fidarsi del governo federale. La quota raggiunse il 77% nel 1964, prima di precipitare nel decennio segnato dalla guerra del Vietnam, dai disordini civili e dal Watergate. Nell’ultima rilevazione del Pew Research Center, condotta nel settembre 2025, appena il 17% degli americani dichiarava di fidarsi del governo di Washington “quasi sempre” o “per la maggior parte del tempo”, uno dei livelli più bassi da quando viene posta la domanda.
Secondo il New York Times, epidemie di origine alimentare, incidenti aerei, ritardi dei voli, telecamere di sorveglianza e truffe online contribuiscono alla sensazione che nessuno abbia davvero il controllo, mentre la guerra in Iran sta ricevendo una copertura mediatica molto più limitata rispetto ai grandi conflitti del passato.
Questa erosione della fiducia ha indebolito anche il legame di molti elettori con i partiti tradizionali, aprendo nuovi spazi a populisti e outsider. La delusione non riguarda un solo schieramento e spinge molti americani ad allontanarsi da entrambi. A sinistra alimenta il sostegno ai socialisti democratici e ad altri candidati progressisti; allo stesso tempo, secondo il quotidiano newyorkese, l’iniziale appoggio di esponenti democratici ai data center in Stati contesi come Michigan e Pennsylvania ha alimentato l’opposizione anche contro rappresentanti del proprio stesso partito.
Il costo della vita mette alla prova Trump
Trump ha costruito per oltre dieci anni una parte importante del proprio successo politico proprio sulla sfiducia verso l’establishment, arrivando nel 2016 a vantarsi di poter sparare a qualcuno sulla Fifth Avenue senza perdere elettori. Sul tema che oggi pesa maggiormente sulle preoccupazioni degli americani, il costo della vita, emergono però segnali di malcontento anche all’interno della sua coalizione.
Nel sondaggio New York Times/Siena University condotto dall’8 al 13 settembre su 1.503 elettori probabili, con un margine di errore di 2,9 punti percentuali, il 60% degli elettori bianchi senza laurea - un segmento decisivo della base elettorale di Trump negli ultimi cicli elettorali - disapprovava la sua gestione del costo della vita. Tra i repubblicani, solo il 29% riteneva che l’economia fosse migliorata rispetto a un anno prima, contro il 72% di gennaio. Nello stesso sondaggio, gli elettori probabili preferivano votare il candidato democratico al Congresso nel proprio distretto con il 51% delle preferenze, contro il 43% per quello repubblicano.
Jeff Sieting, sindaco di Kalkaska, in Michigan, e per anni sostenitore di Trump, ha raccontato al Times di essersi allontanato dal presidente per il modo in cui ha gestito il caso Epstein. Ha inoltre definito “la cosa più offensiva e patetica” la promessa di Trump di versare 5.000 dollari a ogni adulto americano se i repubblicani manterranno il controllo del Congresso. Sieting ha detto che a novembre non voterà per alcun candidato statale o federale, che molti suoi amici, finora convinti sostenitori di Trump, intendono fare lo stesso e che si aspetta una netta affermazione democratica.
La rivolta contro i data center
La sfiducia è diventata una questione centrale anche nella battaglia contro i data center, esplosa in numerose comunità mentre le aziende tecnologiche stanno investendo centinaia di miliardi di dollari nella costruzione di nuove infrastrutture. In Michigan, Pennsylvania e Wisconsin l’opposizione nasce non soltanto dai timori legati alla tecnologia, ma soprattutto dalla convinzione che amministratori locali troppo deboli non riescano a tenere testa alle grandi aziende o, peggio, siano troppo vicini ai loro interessi.
Il risultato, osserva il New York Times, è una nuova inedita convergenza fra elettori di schieramenti opposti contro un avversario comune.
In Pennsylvania il governatore democratico Josh Shapiro, che in passato aveva favorito gli investimenti del settore, il 18 agosto ha firmato un ordine esecutivo che impone requisiti più stringenti ai nuovi data center, rafforza il ruolo delle comunità locali e vieta l’uso di accordi di riservatezza per questi progetti.
A CBS News Shapiro ha spiegato che il cambio di rotta è maturato ascoltando i cittadini e vedendo sviluppatori che, a suo giudizio, cercavano di imporsi sulle comunità locali. Nel presentare il provvedimento ha citato anche Archbald, una cittadina di circa 7.500 abitanti dove è stata proposta la costruzione di sei grandi data center.
Nella vicina contea di Carbon la protesta ha prodotto un esito politico insolito. Alle primarie di maggio il deputato statale repubblicano Doyle Heffley correva senza avversari nel suo partito e sulla scheda democratica non compariva alcun candidato. Centinaia di elettori hanno allora scritto a mano il nome di Christian Bartulovich, 37 anni, amministratore locale iscritto al Partito Repubblicano, permettendogli di ottenere la candidatura democratica per novembre proprio per la sua opposizione alla costruzione di un data center. “Ricevo messaggi di persone che mi scrivono: non ho mai donato a un repubblicano in vita mia, spero che tu vinca”, ha raccontato Bartulovich.
