Vi spieghiamo l’America di oggi con i numeri di domani.
A 40 giorni dalle midterm il vento si è spostato verso i democratici
Daniel Torok, White House, 2026, Flickr, Opera del governo USA
Elezioni 73 min di lettura

A 40 giorni dalle midterm il vento si è spostato verso i democratici

La guerra in Iran, il caro prezzi e il crollo di Trump tra gli elettori decisivi spingono i democratici verso Camera e Senato. Ma la polarizzazione può limitarne i guadagni.

A 40 giorni dal voto le midterm si sono spostate in modo netto verso i democratici. I mercati delle scommesse politiche danno al partito il 90 per cento di probabilità di conquistare la Camera e oltre il 60 per cento di prendere anche il Senato. È il quadro tracciato da Doug Sosnik nel suo aggiornamento sulle elezioni di metà mandato, secondo cui i democratici sono oggi in posizione per ottenere guadagni che a inizio anno sembravano impensabili.

Secondo Sosnik lo spostamento, evidente da inizio settembre, è l'effetto accumulato di più fattori: una guerra in Iran che non sta andando come previsto, i prezzi in aumento, l'arricchimento personale del presidente e della sua famiglia e un comportamento sempre più imprevedibile. La decisione di entrare in guerra con l'Iran, una guerra voluta e senza una fine in vista, viene indicata come il vero punto di svolta. Da allora Trump e i repubblicani hanno perso consenso in modo lento e costante, fino a una rottura nelle ultime due settimane.

I segnali di questa rottura arrivano dall'interno del partito. Negli ultimi dieci giorni lo Speaker ha chiuso i lavori della Camera con sette settimane di anticipo per evitare un voto sull'impeachment del segretario alla Guerra promosso da un deputato repubblicano. Un deputato repubblicano della Florida ha iniziato a trasmettere spot contro la politica migratoria del presidente. Due senatori repubblicani hanno chiesto un'indagine su Donald Trump Jr. e diversi candidati repubblicani al Senato e alla carica di governatore negli stati del Midwest chiedono a Trump di chiudere la guerra.

Midterm 2026
A 40 giorni dal voto, le midterm pendono verso i democratici
La guerra in Iran e il caro vita stanno spostando gli elettori. I democratici sono ora favoriti per la Camera e in corsa anche per il Senato: ecco i numeri che spiegano la svolta.
Le probabilità di vittoria dei democratici secondo i mercati delle scommesse
Camera
0%
Senato
oltre il0%
I democratici sono nettamente favoriti per conquistare la maggioranza della Camera.
Al Senato la partita è aperta: a inizio anno una vittoria democratica sembrava fuori portata.
Alla Camera la maggior parte delle sfide in bilico riguarda seggi repubblicani
Le 37 sfide competitive, divise secondo il partito che oggi occupa il seggio
In totale equilibrio Competitive, con un favorito
Ai democratici basta un guadagno netto di tre seggi per prendere la Camera. Delle 21 sfide in totale equilibrio, 16 sono in seggi repubblicani.
Perché gli elettori si spostano
Con la guerra in Iran il carburante costa molto di più
Prezzo medio al gallone negli Stati Uniti, dall’inizio della guerra al 21 settembre
Da cinque mesi i prezzi crescono più in fretta dei salari
Variazione in un anno, dati di agosto 2026
Il punto
Dall’inizio della guerra la benzina costa il 50% in più. Il diesel, che muove gran parte delle merci, è salito del 74% fino al record storico. Intanto i salari crescono al ritmo più lento degli ultimi cinque anni.
I repubblicani ora difendono Stati che davano per vinti
Gli Stati chiave indicati da Sosnik. In palio ci sono 35 seggi, 22 dei quali repubblicani
Il punto
Trump aveva vinto sette dei nove Stati in bilico, cinque con più di dieci punti di margine. Oggi i democratici sono avanti nella maggior parte di questi Stati e i repubblicani spostano fondi da Georgia e North Carolina per difendere Kansas e Nebraska.
Trump perde terreno tra gli elettori che lo avevano fatto vincere
Calo del consenso rispetto al voto del 2024, in punti
La maggioranza degli americani boccia Trump sull’economia e sulla guerra
Quota degli intervistati, sondaggi di settembre
La linea verticale indica la metà degli intervistati
Il punto
Il calo tocca anche la base: tra i repubblicani solo il 29% dice che l’economia va meglio di un anno fa. A gennaio lo pensava il 72%.
Fonte Doug Sosnik, «Midterms Update: 40 Days Out» (24 settembre 2026), su dati dei mercati delle scommesse e sondaggi New York Times, CNN, Fox News e NBC; EIA, prezzi al 21 settembre 2026; BLS, dati di agosto 2026. Confini degli Stati: US Census Bureau.

Come quasi tutte le elezioni di metà mandato, anche queste saranno un referendum sul partito al potere. Nel 2024 Trump aveva fatto campagna promettendo di rimettere in sesto l'economia e di chiudere le "guerre infinite". Una volta in carica si è dedicato soprattutto a grandi opere celebrative, a vecchi conti politici da regolare, ai propri affari e agli eventi sportivi. In un sondaggio del New York Times del 13 settembre il 61 per cento degli intervistati ha detto che il presidente si occupa dei temi sbagliati. Trump ha anche definito le preoccupazioni sul costo della vita una "bufala" e una "truffa" dei democratici, sostenendo che i prezzi stanno scendendo.

I repubblicani hanno poco da rivendicare. L'unico risultato di peso è il Big Beautiful Bill, la grande legge fiscale e di bilancio approvata dal Congresso, che resta impopolare. Milioni di americani stanno iniziando a subire i tagli che contiene a Medicaid, il programma pubblico di assistenza sanitaria per i redditi bassi, ai sussidi per l'assicurazione sanitaria e agli aiuti alimentari. La strategia del partito è dipingere i democratici come socialisti e comunisti e sommergerli con il proprio vantaggio economico. Trump invece vuole che il voto sia su di lui e nei comizi chiede agli elettori di votare come se il suo nome fosse sulla scheda, un messaggio che in passato non ha mai funzionato. Per questo i candidati repubblicani nelle sfide in bilico prendono sempre più le distanze dal presidente: nel sondaggio del New York Times il 49 per cento preferisce un candidato che faccia da contrappeso a Trump, contro il 26 per cento che ne vuole uno che lo sostenga.

Sosnik considera la spesa dei partiti l'indicatore più affidabile dello stato della corsa. Secondo un'analisi di Politico sui dati di AdImpact, la società che monitora la pubblicità elettorale, quasi due terzi della spesa in spot per la Camera si concentrano in collegi con un deputato repubblicano uscente. Oltre 110 milioni di dollari sono stati spesi in seggi che Trump aveva vinto con più di 10 punti di margine nel 2024. Al Senato Trump aveva vinto sette dei nove stati considerati in bilico, ma i candidati democratici oggi sono avanti nella maggior parte di essi. La Georgia sembra ormai al sicuro e il North Carolina è considerato una probabile conquista, tanto che i repubblicani hanno spostato i fondi da questi stati verso Kansas e Nebraska, dove i loro seggi appaiono sempre più a rischio.

Ci sono però limiti strutturali. La polarizzazione ha ridotto molto il numero di collegi davvero competitivi e i repubblicani hanno un forte vantaggio nella raccolta fondi. Questo potrebbe impedire ai democratici di ripetere i successi dei repubblicani nel 1994 e nel 2010, anche se Trump è molto più impopolare di quanto lo fossero Bill Clinton e Barack Obama alla vigilia di quelle elezioni. Un'analisi del New York Times sul suo ultimo sondaggio stima che dal 2024 il voto si sia spostato di 11 punti verso i democratici. È uno spostamento paragonabile a quello del 2006, quando il partito conquistò il Congresso prendendo cinque seggi al Senato e 31 alla Camera, e a quello del 2018, quando riprese la Camera con un guadagno netto di 41 seggi.

Il tasso di approvazione di Trump è sceso in modo costante dall'inizio del mandato ed è sotto il 40 per cento da fine marzo. Il motivo principale è il costo della vita. In un sondaggio di Fox News chiuso il 16 settembre quasi metà degli intervistati indica l'economia come il tema più importante per il voto. Nel sondaggio del New York Times il 73 per cento giudica l'economia mediocre o cattiva, il 71 per cento disapprova come il presidente gestisce l'inflazione, il 60 per cento come gestisce l'economia e il 58 per cento è contrario ai dazi. Per NBC il 55 per cento pensa che le politiche economiche di Trump abbiano danneggiato l'economia, mentre solo il 26 per cento pensa che l'abbiano aiutata, 16 punti in meno rispetto a marzo. Anche tra i repubblicani solo il 29 per cento dice che l'economia va meglio di un anno fa, contro il 72 per cento di gennaio. A settembre la fiducia dei consumatori misurata dall'Università del Michigan è scesa al secondo livello più basso di sempre, con un calo del 16 per cento dall'inizio della guerra.

Gli elettori collegano sempre di più l'aumento dei prezzi al conflitto. Il 66 per cento disapprova la gestione della guerra da parte di Trump, secondo il New York Times. Per CNN il 64 per cento pensa che gli Stati Uniti stiano perdendo, contro il 36 per cento che pensa stiano vincendo. Per Fox News il 71 per cento non crede che il presidente abbia un piano per chiuderla. Dall'inizio dell'invasione la benzina è passata da 2,98 a 4,48 dollari al gallone in media, vicino ai massimi degli ultimi cinque anni. Il diesel, il carburante da cui dipende gran parte del trasporto merci, ha raggiunto il record storico, salendo da 3,76 a 6,53 dollari al gallone.

Da cinque mesi consecutivi l'inflazione cresce più dei redditi. L'ultimo dato sui prezzi al consumo indica un aumento del 3,4 per cento in un anno, contro una crescita dei salari del 3,1 per cento, la più lenta degli ultimi cinque anni. Il tasso medio dei mutui trentennali a tasso fisso ha superato il 7 per cento, il livello più alto da due anni. La settimana scorsa la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha alzato i tassi all'unanimità per la prima volta in tre anni e i mercati si aspettano un altro rialzo entro fine anno. I rincari colpiscono soprattutto la base di Trump: il 60 per cento dei probabili elettori bianchi senza laurea disapprova come gestisce il costo della vita. Secondo CBS, tra chi dice che i prezzi più alti gli hanno creato difficoltà, i democratici sono avanti di 24 punti.

I democratici sono in vantaggio sulla maggior parte dei grandi temi, nonostante l'immagine del partito resti molto debole. Nel sondaggio di NBC, per la prima volta in nove anni, gli elettori si fidano più dei democratici che dei repubblicani sull'economia. Per Fox News i democratici sono avanti di sette punti nel voto generico per il Congresso, cioè nella domanda su quale partito si intende votare alla Camera senza indicare i candidati. Il vantaggio sale a due cifre tra i probabili votanti. Il consenso nasce più dall'opposizione a Trump e ai repubblicani che da un reale entusiasmo per il partito: tra gli elettori che non amano nessuno dei due partiti i democratici sono avanti di 26 punti.

Al Senato i democratici devono guadagnare quattro seggi per ottenere la maggioranza, sempre che il senatore democratico della Pennsylvania John Fetterman non cambi partito dopo il voto. Dei 35 seggi in palio, 22 sono oggi dei repubblicani e 13 dei democratici. Le sfide competitive sono nove e in sette il seggio è repubblicano. Trump aveva vinto tutti e sette questi stati nel 2024, cinque con più di dieci punti di margine. Delle sette sfide considerate in totale equilibrio, cinque riguardano seggi repubblicani. I dazi di Trump e la guerra commerciale con il Canada pesano sui candidati repubblicani in Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Nebraska, New Hampshire e Ohio. I repubblicani però possono contare su un vantaggio netto di 244 milioni di dollari nella raccolta fondi per le sfide decisive del Senato, che si vede già nella spesa per la campagna.

Alla Camera ai democratici basta un guadagno netto di tre seggi. Le sfide competitive sono 37, di cui 23 in collegi repubblicani e 14 in collegi democratici. Tra queste 21 sono in totale equilibrio: 16 riguardano seggi repubblicani e cinque seggi democratici. Nel 2024 in 29 collegi gli elettori hanno scelto un partito per la presidenza e l'altro per la Camera: 21 di questi seggi sono oggi repubblicani. I repubblicani hanno inoltre 24 seggi in collegi dove Trump ha vinto con dieci punti o meno e altri 34 dove ha vinto con un margine tra 10 e 16 punti. Anche la strategia di ridisegnare i collegi elettorali a proprio favore rischia di ritorcersi contro il partito: diversi nuovi collegi disegnati in Florida e Texas si stanno spostando verso i democratici.

Trump ha perso terreno proprio tra gli elettori che nel 2024 gli avevano permesso di diventare il primo repubblicano in vent'anni a vincere anche il voto popolare. Rispetto ad allora è sceso di 12 punti tra le donne, di nove tra i giovani, di 16 tra gli elettori ispanici e di 21 tra gli indipendenti. Molti di questi elettori ora disapprovano il suo operato in modo netto. Il calo riguarda anche la base: in un sondaggio del Financial Times l'approvazione tra i repubblicani è scesa al 72 per cento e per NBC la quota di chi lo approva con convinzione è calata di 11 punti da aprile.

Alle midterm l'affluenza decide molto. Da quando il titolo di studio è diventato la principale linea di divisione della politica americana, il voto di metà mandato è molto diverso da quello presidenziale: l'affluenza è tra il 15 e il 20 per cento più bassa e i laureati pesano di più. In un recente sondaggio Economist/YouGov l'approvazione di Trump tra i laureati è appena del 30 per cento. Per CBS il 49 per cento dei bianchi laureati è motivato a votare per opporsi al presidente, contro il 25 per cento che andrà a votare per sostenerlo. Nel sondaggio di Fox News i democratici hanno 11 punti di vantaggio sui repubblicani nell'interesse per il voto di novembre.

In parte si sta già votando. Nel 2024 quasi il 60 per cento degli elettori ha votato prima del giorno delle elezioni. Quest'anno le prime schede per posta sono state spedite in North Carolina il 4 settembre ed entro il 6 ottobre il voto per posta sarà aperto in 24 stati. Il voto anticipato di persona è già iniziato in quattro stati e in altri 18 partirà entro la prima settimana di ottobre.

Sosnik avverte però che il risultato delle midterm dirà poco sulle presidenziali del 2028. Le elezioni di metà mandato sono un referendum sul partito al potere, mentre quelle presidenziali sono una scelta tra due candidati. Nel 1994 e nel 2010 i repubblicani ottennero guadagni storici al Congresso, ma in entrambi i casi due anni dopo persero la corsa per la Casa Bianca.

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