Le elezioni di metà mandato di quest'anno somigliano più a quelle del 2006, vinte dai democratici contro un George W. Bush molto impopolare, che a quelle del 2018, il primo voto sulla presidenza di Donald Trump. È la tesi di un'analisi pubblicata su National Journal da Natalie Jackson, fondatrice della società di ricerca Centerline Research and Strategy. Il paragone con il 2018 è il più usato, perché anche allora il voto ruotava attorno al giudizio degli elettori su Trump. Secondo Jackson, però, sono i numeri del 2006 a descrivere meglio il clima di oggi, sia per la popolarità del presidente sia per i seggi che i democratici possono conquistare.
Nel 2006 Bush era al secondo mandato e, secondo Gallup, il suo tasso di approvazione oscillava tra il 33 e il 38 per cento. Pesavano ancora la cattiva gestione dell'uragano Katrina a New Orleans e le guerre in Afghanistan e in Iraq, che non davano segni di conclusione tre anni dopo che il presidente aveva annunciato "Mission Accomplished", missione compiuta. L'economia non era ancora in crisi, ma dopo quattro anni di aumenti la benzina costava in media 4,22 dollari al gallone (circa 3,8 litri) a valori di oggi, poco meno del prezzo attuale. Trump è fermo a un'approvazione media tra il 37 e il 39 per cento, a seconda degli aggregatori di sondaggi. Nello stesso momento del 2018 era rimasto per mesi tra il 41 e il 43 per cento, cioè 4-5 punti più in alto. Per Gallup restava quasi sempre sopra il 40.
Nel 2006 i candidati repubblicani non volevano fare campagna elettorale insieme a Bush, che a differenza di Trump oggi restò per lo più lontano dai comizi. Il risultato fu una vittoria netta dei democratici. Al Senato conquistarono i seggi di Montana, Missouri, Ohio, Pennsylvania, Rhode Island e Virginia, passando da una minoranza di 45 seggi contro 55 a una maggioranza di 51 contro 49. Alla Camera strapparono 31 seggi ai repubblicani, ribaltando una maggioranza repubblicana di 232 a 203 in una democratica di 233 a 202. Era la prima maggioranza democratica alla Camera dal 1994, quando i repubblicani guidati da Newt Gingrich l'avevano conquistata. I democratici vinsero in tutto il Midwest, nel Nord-est e nel sud-ovest del Texas.
Nel 2018 andò diversamente. I democratici non conquistarono il Senato, un fatto che oggi si tende a dimenticare: i repubblicani strapparono loro i seggi di North Dakota, Missouri, Indiana e Florida e ne persero due, in Nevada e in Arizona, chiudendo con un guadagno netto di due senatori. Il ricordo di quelle elezioni è legato soprattutto alla Camera, dove i democratici guadagnarono 40 seggi, molti più dei 23 che servivano per la maggioranza. Nel voto popolare, cioè la somma dei voti di tutte le sfide per la Camera, erano avanti di quasi 9 punti.
Quest'anno ai democratici servono 4 seggi in più per prendere il controllo del Senato e secondo Jackson l'obiettivo è alla loro portata. Come nel 2006, possono vincere in Stati che in un anno normale sarebbero fuori discussione: allora furono Montana e Missouri, oggi sono Texas e Iowa. Nessuno ipotizza seriamente che i repubblicani guadagnino seggi, anche se New Hampshire e Michigan potrebbero spostarsi a destra nel caso di un errore sistematico dei sondaggi che oggi sottostimi i candidati repubblicani. Nella maggior parte degli Stati in bilico i candidati democratici al Senato sono in vantaggio nei sondaggi. In Georgia il senatore Jon Ossoff ha buone probabilità di essere rieletto, mentre in North Carolina l'ex governatore Roy Cooper è favorito per conquistare il seggio lasciato libero dal repubblicano Thom Tillis.
Restano sette sfide che il Cook Political Report with Amy Walter, una delle newsletter di analisi elettorale più seguite negli Stati Uniti, considera in bilico. I democratici devono difendere New Hampshire e Michigan e conquistarne altre tre tra Texas, Iowa, Ohio, Maine e Alaska. Sarebbe un risultato difficile in qualsiasi anno, anche in questo, ma la maggior parte dei modelli previsionali dà ai democratici una probabilità di poco superiore al 50 per cento di riuscirci.
Alla Camera la differenza più importante rispetto al 2006, e anche rispetto al 2018, è che i collegi davvero contendibili sono molti meno. I confini dei distretti sono stati ridisegnati dopo il censimento del 2020 e poi di nuovo a metà decennio da diversi Stati, con operazioni di gerrymandering, cioè il disegno dei collegi a vantaggio di un partito. Per questo, secondo Jackson, è improbabile che i democratici ripetano il guadagno di 40 seggi del 2018. Il Cook Political Report considera in bilico solo 21 collegi e altri 16 leggermente favorevoli a uno dei due partiti. Se i democratici vincessero tutti i collegi in bilico e quelli leggermente favorevoli a loro ma oggi in mano ai repubblicani, guadagnerebbero 18 seggi. Vincendo anche i collegi leggermente favorevoli ai repubblicani ne aggiungerebbero altri 5, arrivando a 23. Sarebbe più che sufficiente per la maggioranza, ma con molti meno seggi in gioco rispetto alle midterm precedenti.
Nello scenario migliore ma realistico per i democratici, secondo Jackson, il partito guadagnerebbe tra 4 e 6 seggi al Senato e tra 18 e 23 alla Camera. È un risultato più vicino a quello del 2006, con 6 senatori e 31 deputati in più, che a quello del 2018, quando i democratici persero 2 seggi al Senato e ne guadagnarono 40 alla Camera.
