Vi spieghiamo l’America di oggi con i numeri di domani.
Che cosa ci siamo detti nella diretta di domenica 13 settembre
Elezioni 11 min di lettura

Che cosa ci siamo detti nella diretta di domenica 13 settembre

La sintesi della diretta di ieri sera: i 25 anni dall’11 settembre, la convention repubblicana di Dallas, il voto ispanico in Texas e la mappa del Missouri.

La prima convention di metà mandato nella storia del Partito Repubblicano, a Dallas, non ha fermato il calo di Donald Trump: nella nostra media il suo tasso di approvazione è sceso per la prima volta sotto il 37%, con un net rating di -21,8, il punto più basso del mandato. È stato questo il filo della diretta di ieri sera alle 21, che si è aperta con il ricordo dei 25 anni dall’11 settembre e ha poi affrontato il ritorno degli elettori ispanici verso i democratici in Texas e l’epilogo della battaglia sulla mappa elettorale del Missouri.

Le dirette proseguono ogni domenica alle 21 fino al giorno del voto, su YouTube, Facebook e X. L’ultima parte di ogni appuntamento è dedicata alle domande del pubblico, raccolte nei commenti durante la trasmissione.

Il gioco d’apertura: lo Stato da guardare la notte delle elezioni

Da questa settimana la diretta si apre con un gioco. Uno dei partecipanti pone una domanda a sorpresa, gli altri hanno un minuto a testa per rispondere senza ripetere una risposta già data e alla fine vota il pubblico. La prima domanda l’ha posta Lorenzo Ruffino, che ha chiesto quale Stato bisogna guardare la notte delle elezioni per capire se le aspettative sui democratici vengono rispettate.

Alessandro Benedetto Carelli, collegato da Washington, ha scelto l’Ohio. In Stati come il Maine o l’Iowa la qualità dei singoli candidati rischia di confondere la lettura dei risultati, mentre l’Ohio è più repubblicano della media nazionale. Se i democratici sono davvero così avanti nel generic ballot, lì ci si può aspettare molto da loro anche al netto di Sherrod Brown. Se invece i repubblicani vincessero in modo convincente, sarebbe il segnale che il quadro è peggiore del previsto.

Davide Cocuzzi ha indicato l’Iowa, che Trump ha vinto di 13 punti nel 2024 e dove al Senato la repubblicana Ashley Hinson non ha particolari punti deboli. Una vittoria democratica in un contesto del genere vorrebbe dire una grande notte per il partito.

Daniele Angrisani ha scelto il Michigan, lo Stato in cui una sorpresa repubblicana è più realistica, anche per la candidatura particolare di Abdul El-Sayed. Da North Carolina e Georgia non si aspetta sorprese, perché un testa a testa in quei due Stati renderebbe da buttare tutti i sondaggi visti finora. Una vittoria repubblicana in Michigan direbbe invece che non si va verso un vantaggio democratico nazionale di 7 o 10 punti e sarebbe un pessimo segnale anche per il Texas.

Salvatore Stanizzi ha scelto la Pennsylvania guardando alla Camera, dove quattro collegi potrebbero passare ai democratici, dall’area di Scranton fino al primo distretto del repubblicano Brian Fitzpatrick. Se li conquistassero tutti, la serata sarebbe andata molto bene per loro.

I 25 anni dall’11 settembre

Il primo tema è stato il venticinquesimo anniversario degli attentati. Angrisani ha mostrato il video del secondo aereo che colpisce la Torre Sud, girato non da una televisione ma da persone che assistevano alla scena da un palazzo vicino.

Stanizzi, che per l’anniversario ha scritto un pezzo su chi quel giorno non c’era, è partito dalla frase di Virgilio che si legge a Ground Zero, secondo cui nessun giorno cancellerà le vittime dalla memoria del tempo. Il tempo però passa. Oggi circa 100 milioni di americani non possono avere un ricordo personale degli attentati, perché sono nati dopo e li hanno studiati a scuola o sentiti raccontare dai genitori. Alcuni sono cresciuti senza un familiare rimasto tra le 2.977 vittime, i cui nomi vengono letti uno per uno a ogni anniversario. È questo per Stanizzi il messaggio più forte della cerimonia: dire 2.977 richiede pochi secondi, leggere quei nomi in fila richiede ore.

Stanizzi ha poi ricordato le immagini rimaste nella memoria collettiva, come quelle dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Il capo di gabinetto Andrew Card che sussurra a George W. Bush, in una scuola di Sarasota, che l’America è sotto attacco, una scena che lo stesso Bush ha poi dipinto. E Bush a Ground Zero, abbracciato a un pompiere, che risponde alla folla che non riesce a sentirlo con un “io riesco a sentire voi”. Fu il momento più alto della sua presidenza, per popolarità ma anche per umanità.

Non sono mancate le polemiche. Sui social sono circolati spezzoni in cui il sindaco di New York Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez sembravano ridere durante la commemorazione. Stanizzi ha segnalato che la CNN ha poi mostrato il video completo, in cui i due si limitano a salutarsi e tornano a seguire la cerimonia: lo spezzone della polemica durava circa cinque secondi.

La prima convention di metà mandato del Partito Repubblicano

Mercoledì e giovedì a Dallas i repubblicani hanno organizzato la prima convention di metà mandato della loro storia, con i soli precedenti del Partito Democratico tra il 1974 e il 1982. Trump ha chiuso la prima serata con un discorso di quasi due ore, chiedendo agli elettori di votare come se ci fosse lui sulla scheda e promettendo 5.000 dollari a ogni americano adulto se i repubblicani terranno Camera e Senato. Angrisani ha chiesto a Carelli, che ha lavorato al Senato americano, se una serata del genere aiuti o danneggi i repubblicani nei seggi in bilico.

Carelli si è detto d’accordo solo in parte con chi parla di un danno. La convention è servita a “lanciare carne rossa” alla base, cioè a mobilitare gli elettori leali a Trump che finora non seguivano la campagna, spingendoli anche a donare. Serve in Stati come il Texas, dove fino a una settimana fa il candidato repubblicano raccoglieva pochissimo rispetto al suo avversario. Con un repubblicano alla Casa Bianca i democratici sono entusiasti, mentre l’elettorato di Trump tende a votare meno alle elezioni di metà mandato.

Agli indecisi, invece, le due serate hanno prestato un’attenzione quasi nulla. Se fosse Brian Fitzpatrick in Pennsylvania, Susan Collins in Maine o Jon Husted in Ohio, Carelli si preoccuperebbe di un presidente che nazionalizza le elezioni, perché quei candidati preferiscono che si voti sui temi locali. Così invece tutto si riduce a una domanda: “Ti piace Trump o non ti piace Trump?”. Una nazionalizzazione così estrema Carelli non l’aveva mai vista e secondo lui è proprio la ragione per cui in passato non si facevano convention di metà mandato. È un rischio anche in Michigan, dove El-Sayed è in parità statistica con Mike Rogers e Trump ha un net rating tra -15 e -18. Diverso il caso di Nebraska e Kansas, dove i repubblicani sono maggioranza e basta portare la base al voto, come per Pete Ricketts contro l’indipendente Dan Osborn.

Il tasso di approvazione di Trump dopo Dallas

Le convention, ha spiegato Cocuzzi, portano di solito una lieve risalita che svanisce in fretta. Questa non serviva nemmeno a incoronare un candidato alla presidenza e se ne è parlato poco, quindi difficilmente sposterà i numeri.

I dati pubblicati poche ore prima della diretta sono i peggiori di sempre per Trump. Nella nostra media l’approvazione è al 36,8% e la disapprovazione al 58,6%, per un net rating di -21,8, in calo di 3,7 punti in una settimana. In calo anche il Silver Bulletin, a -19,9, oltre a RealClearPolitics, a -18,4. Con numeri del genere, secondo Cocuzzi, ai repubblicani servirebbe l’opposto della nazionalizzazione.

La promessa dei 5.000 dollari gli è sembrata una mossa della disperazione, “una cafonata”. Cocuzzi ha l’impressione che Trump stia perdendo la connessione con la base e con gli americani. Sabato a Dublino ha detto che gli piacerebbe vedere l’Irlanda unificata, una frase che in altri tempi sarebbe finita sulle prime pagine e che invece è passata quasi inosservata. Gli americani sembrano più interessati alla benzina, con il gasolio che ha superato i 6 dollari al gallone.

Carelli ha aggiunto che negli ultimi giorni Trump sembra aver gettato la spugna su queste elezioni e c’è già chi ragiona sul dopo, come un’analisi della Heritage Foundation su come governare con gli ordini esecutivi dopo aver perso il Congresso. Dal Regno Unito, dove vive, Stanizzi ha raccontato che la frase sull’Irlanda oltremanica è stata un assist per chi vuole la separazione dal Regno Unito. Secondo Stanizzi i leader di Irlanda del Nord, Scozia e Galles si incontreranno a Cardiff per parlare di indipendenza.

Il ritorno degli ispanici verso i democratici in Texas

Che la convention si sia tenuta in Texas non è un dettaglio, ha osservato Angrisani, perché la nuova mappa elettorale dello Stato è stata disegnata dando per scontato che gli elettori ispanici restassero con i repubblicani. Un sondaggio di Hart Research per TelevisaUnivision tra gli elettori latinos di 17 collegi competitivi dà però i democratici avanti di 58 a 35. Nel sottocampione texano, relativo a tre collegi, il vantaggio è di 56 a 36, mentre le stesse persone dicono di aver votato 44 a 44 tra Trump e Kamala Harris nel 2024.

Per Cocuzzi è un sondaggio affidabile e 20 punti di spostamento non sono pochi. Trump avrebbe perso soprattutto gli elettori conquistati in modo personale, come gli ispanici e le minoranze, arrivati per ultimi e ora primi ad andarsene, mentre tra i bianchi non si vedono grandi smottamenti. Uno spostamento di queste dimensioni cancellerebbe dieci anni di guadagni repubblicani in Texas.

Ruffino ha presentato l’analisi pubblicata domenica mattina. La mappa era stata ridisegnata per far guadagnare ai repubblicani fino a 5 seggi, ma misurare lo spostamento di un singolo gruppo non è semplice perché mancano raccolte di sondaggi divise per etnia. Il nostro modello applica a tutti lo stesso spostamento, che per gli ispanici del Texas vale un vantaggio democratico di circa 8 punti. Dai sondaggi dei singoli collegi emerge invece che quelli con più ispanici si muovono di più, da cui la nostra stima di 14 punti.

Con lo strumento interattivo pubblicato insieme all’analisi, Ruffino ha mostrato che a 14 punti passano ai democratici tre collegi che la nuova mappa voleva rendere repubblicani: il TX-28 attorno a Laredo, il TX-15 nella valle del Rio Grande e il TX-35 tra San Antonio e Seguin. A 20 punti diventano quasi sicuri, ma gli altri collegi si spostano poco perché hanno meno ispanici o sono più conservatori. Dei cinque seggi in più su cui contavano i repubblicani ne resterebbero due. Non è poco, visto che il nostro modello stima 223 seggi per i democratici con una maggioranza fissata a 218.

Al Senato i sondaggi restano molto favorevoli a James Talarico e solo uno dà Ken Paxton avanti. Trump dal palco ha ironizzato su come si veste Paxton e i repubblicani, preoccupati, stanno investendo per sostenerlo davanti alla raccolta fondi molto più ricca di Talarico. Se gli ispanici, che storicamente votano meno dei bianchi, andassero davvero alle urne, il Texas sarebbe molto in bilico. Per Ruffino si sgretolerebbe anche l’idea di un Partito Repubblicano più multietnico nata dopo la vittoria di Trump, che dopo nemmeno due anni sembra già tramontata anche per le politiche sull’immigrazione.

L’epilogo della battaglia sulla mappa del Missouri

Della mappa del Missouri avevamo parlato la settimana scorsa. Approvata dai repubblicani nel 2025, divideva il collegio di Kansas City del democratico Emanuel Cleaver per portare la delegazione dello Stato da sei repubblicani e due democratici a sette e uno. Il 3 settembre la Corte Suprema del Missouri l’ha bloccata in attesa del referendum di novembre.

Martedì il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Brett Kavanaugh ha respinto la richiesta dello Stato di ripristinarla. Meno di un’ora dopo il giudice federale Stephen Clark ha invece ordinato di usarla. Giovedì la Corte Suprema ha sospeso quell’ordine con un provvedimento non firmato e senza dissensi pubblici. A novembre il Missouri voterà quindi con la mappa del 2022 e i repubblicani perdono il seggio in più che si aspettavano.

Carelli ha spiegato che l’assenza di dissensi non significa un 9 a 0. È un ordine del cosiddetto shadow docket, la procedura d’urgenza, in cui i giudici possono scegliere se rendere pubblico un dissenso che andrebbe poi motivato per iscritto. Su una controversia così delicata la Corte ha probabilmente deciso di non esporsi e non è escluso che Clarence Thomas e altri abbiano votato contro. Un seggio può sembrare poco, ma la maggioranza che i modelli assegnano ai democratici alla Camera è più stretta di quella del 2018, perché il ridisegno dei collegi ha dato ai repubblicani tra i 5 e i 10 seggi. La Corte non si è pronunciata sulla questione costituzionale e lascia agli elettori la scelta della prossima mappa.

Ruffino ha spiegato che la decisione avvantaggia leggermente i democratici, come segnalato nell’ultimo aggiornamento del modello. Con la vecchia mappa hanno due seggi sicuri e c’è anche il secondo collegio, repubblicano, che Trump ha vinto di soli 8 punti e dove non esistono sondaggi. Il paradosso è che le primarie si sono svolte con la nuova mappa e le elezioni si terranno con la vecchia, tanto che alcuni elettori troveranno sulla scheda un candidato diverso da quello votato alle primarie. Per Ruffino la battaglia sul ridisegno dei collegi non si è rivelata il successo che sembrava qualche mese fa.

La sessione finale di Q&A

La prima domanda riguardava alcuni sondaggi con un testa a testa in South Carolina e in Florida. Per Cocuzzi la South Carolina è troppo repubblicana per essere in bilico. In Florida il sondaggio di Change Research sulla corsa a governatore dà il democratico David Jolly avanti di 47 a 44 su Byron Donalds, ma Cocuzzi dubita fortemente che finisca così. Alle primarie i repubblicani hanno tenuto bene e i sondaggi hanno sbagliato molto, con un candidato dato tra il 20 e il 30% che ha preso meno del 10%. Carelli ha ricordato che nel sud della Florida gli ispanici, arrivati soprattutto da Cuba e dal Venezuela, rispondono meno ai sondaggi e votano repubblicano.

Un’altra domanda sosteneva che quasi tutti i presidenti perdono le elezioni di metà mandato. Stanizzi ha precisato che solo in due casi il partito del presidente ha guadagnato seggi in entrambe le camere, con Franklin Delano Roosevelt nel 1934 e con George W. Bush nel 2002. Nel 1998 Bill Clinton guadagnò seggi alla Camera senza perderne al Senato, mentre nel 2018 Trump perse circa 40 seggi alla Camera guadagnandone due al Senato. Il tema tornerà nella prossima intervista di The 51st, dopo quelle a Tommaso Labate e Kyle Kondik. L’ospite è Larry Sabato, che legge le elezioni di metà mandato dal 1960 a oggi attraverso la tenuta della democrazia. L’intervista esce martedì a mezzogiorno.

Sui 5.000 dollari Cocuzzi ha ricordato che Trump aveva già promesso dividendi del DOGE e dei dazi che non sono mai arrivati. Ha anche ricordato che gli assegni del periodo Covid erano stati approvati dal Congresso. Come funzionerebbe il nuovo assegno lo abbiamo spiegato nei giorni scorsi. A chi si aspettava che Trump licenziasse i collaboratori che gli hanno consigliato di nazionalizzare il voto, Angrisani ha risposto che probabilmente nessuno glielo ha consigliato e che ha deciso da solo. Trump va spesso a braccio, ha aggiunto Cocuzzi, come dimostrano le battute ripetute su Paxton.

Sul voto anticipato Ruffino ha spiegato che i dati sono già raccolti in una pagina aggiornata due volte al giorno, ma che è presto per trarre conclusioni. In North Carolina le schede postali restituite sono circa un migliaio a 50 giorni dal voto e arrivano soprattutto da militari all’estero ed elettori fuori dallo Stato. In Florida le richieste di voto per posta sono già milioni, ma restano richieste.

Sulla Georgia, per Cocuzzi Jon Ossoff è già nettamente avanti nei sondaggi, quindi il segnale vero sarebbe semmai una vittoria di misura. Carelli ha ricordato che nel 2024 lo Stato era andato sotto le aspettative per Trump, vinto di 2 o 3 punti contro gli oltre 10 del Texas. Oggi entrambi i senatori, Ossoff e Raphael Warnock, sono popolari, mentre il candidato repubblicano è ancora poco conosciuto, in una situazione simile a quella della North Carolina.

Alla domanda su un candidato del 2028 capace di far rimpiangere Trump, Carelli ha risposto che Tucker Carlson vincitore delle primarie repubblicane sarebbe un cataclisma. Si è detto tra i pochi a preferire Trump a JD Vance, mentre una candidatura di Donald Trump Jr. sarebbe “l’imbarazzo più totale”. In diretta è stato ricordato che Carlson ha di fatto sostenuto El-Sayed in Michigan per la comune ostilità verso Israele, un esempio della teoria del ferro di cavallo secondo cui gli estremi finiscono per toccarsi.

L’ultima domanda chiedeva se in Alaska possa davvero vincere Mary Peltola. Angrisani ha mostrato il momento più commentato del primo dibattito con Dan Sullivan, dedicato alla pesca. In un giro di risposte con i cartelli Peltola ha alzato subito il “no”, mentre Sullivan ha esitato, ha guardato il cartello dell’avversaria e l’ha copiata. Lei ha poi pubblicato il video scrivendo “Happy to help, Dan”. Anche i risultati delle primarie danno speranze ai democratici, pur sapendo che a novembre vota più gente. Secondo Angrisani il leader democratico al Senato Chuck Schumer ha reclutato candidati di alto livello, da Sherrod Brown a Peltola fino a Talarico. In un clima favorevole, ha concluso, si può vincere anche in Alaska, Texas e Ohio.

La domanda a sorpresa della prossima settimana la farà Cocuzzi. Chi non ha seguito la diretta può rivederla sul nostro sito. Il prossimo appuntamento è domenica alle 21.

Condividi
Redazione
Autore

Redazione

Seguici anche sui social

Le notizie più importanti dagli Stati Uniti, ogni giorno.