A meno di due mesi dal voto del 3 novembre non è ancora chiaro con quali regole si voterà per posta negli Stati Uniti. Il 4 settembre una giudice federale ha sospeso fino alle elezioni le nuove procedure volute dalla Casa Bianca, ma nello stesso giorno in North Carolina sono partite le prime schede e una decina di elettori ha già votato. È stato questo il tema principale della diretta di ieri sera alle 21, insieme all’aggiornamento sui nostri modelli per Camera e Senato e all’accordo firmato a Caracas che coinvolge anche l’Eni.
Le dirette proseguono ogni domenica alle 21 fino al giorno del voto, su YouTube, Facebook e X. L’ultima parte di ogni appuntamento è dedicata alle domande del pubblico, raccolte nei commenti durante la trasmissione.
Chi decide le regole del voto per posta
La diretta si è aperta con la ricostruzione di una vicenda che nelle ultime settimane è diventata difficile da seguire, tra nuovi regolamenti, ricorsi e decisioni contraddittorie dei tribunali. Il punto di partenza è il 31 marzo, quando Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che punta a cambiare le procedure del voto per posta, una modalità che il presidente contesta da anni perché la associa ai presunti brogli delle elezioni del 2020.
L’ordine esecutivo prevede tre cose: elenchi sulla cittadinanza compilati dal Dipartimento della Sicurezza Interna e trasmessi agli Stati, priorità alle indagini e alle azioni penali contro chi invia illegalmente schede a persone che non hanno diritto di voto e, soprattutto, l’incarico al servizio postale di introdurre nuovi requisiti per la spedizione delle schede.
Il 24 agosto la Corte Suprema, con 6 voti contro 3, ha sospeso il blocco che una corte inferiore aveva imposto all’ordine esecutivo, perché secondo la maggioranza dei giudici gli Stati lo avevano contestato troppo presto, prima che producesse un danno concreto. Una vittoria per Trump, ma non un’approvazione definitiva delle nuove regole, che restano impugnabili nel merito. Due giorni dopo è arrivato il regolamento definitivo del servizio postale: nuovi requisiti per le buste, codici a barre per tracciare le schede e caricamento dei dati dei destinatari su un portale federale, cosa che equivarrebbe a un elenco degli elettori gestito a livello federale. È il punto che nessuno degli Stati ricorrenti è disposto ad accettare.
Il 27 agosto la giudice federale Indira Talwani, di Boston, ha sospeso per 14 giorni le disposizioni del regolamento. Il 3 settembre l’Amministrazione ha chiesto alla Corte Suprema di sospendere anche questo blocco, ma il giorno successivo Talwani lo ha sostituito con un’ingiunzione preliminare che congela le nuove regole fino alle elezioni di novembre. La giudice contesta il potere del servizio postale di imporre quelle condizioni senza un’autorizzazione del Congresso e avverte che cambiare le procedure così tardi rischia di impedire il voto a milioni di elettori aventi diritto, oltre a generare un caos difficile da governare. Gli Stati sostengono ora che il ricorso presentato alla Corte Suprema sia superato, mentre la Casa Bianca ha depositato un nuovo esposto.
Alessandro Benedetto Carelli, collegato da Washington, ha spiegato che la battaglia riguarda in realtà chi abbia l’autorità di stabilire quelle regole: il Congresso oppure la Casa Bianca, che ritiene di poterlo fare attraverso il servizio postale. Uno scontro simile era già avvenuto nel 2020, nello stesso periodo dell’anno, quando il servizio postale pubblicò nuovi regolamenti e i democratici protestarono, mentre Trump parlava di brogli quando ancora non si era votato.
Nel frattempo restano in vigore le regole attuali, cioè il voto per posta senza codici univoci e senza registro nazionale. Il problema, ha aggiunto Carelli, è il calendario: se la Corte Suprema si esprimesse tra uno o due mesi, le persone che hanno già votato non sarebbero più una decina ma decine o centinaia di migliaia, soprattutto in Stati come Virginia, North Carolina, Colorado e Oregon. La Corte dovrebbe allora pronunciarsi anche sulla validità dei voti già espressi, oltre che sui regolamenti.
Un responsabile elettorale di contea che oggi deve spedire le schede, ha spiegato Carelli, dovrebbe procedere con le regole in vigore, perché l’ingiunzione della giudice ha valore federale finché la Corte Suprema non interviene. Il rischio esiste e riguarda anche i repubblicani: in Florida e in Arizona sono soprattutto gli anziani a votare per posta e, nonostante il calo degli ultimi anni dovuto proprio agli attacchi di Trump, resta una modalità molto usata dal suo elettorato. Cambiare le regole a votazioni iniziate aprirebbe inoltre una questione costituzionale sul diritto di voto.
C’è poi un elemento che rende il voto per posta più importante del solito: in alcuni Stati stanno chiudendo dei seggi. In Texas i luoghi dove si vota sono 92 in meno rispetto al 2024, dopo la revisione delle liste elettorali che ha eliminato elettori deceduti o inattivi da vent’anni ma che, in alcuni casi, ha cancellato anche persone regolarmente registrate e che avevano votato di recente, costrette poi a iscriversi di nuovo.
Quanto pesa davvero il voto per posta
Per dare una dimensione al problema, Lorenzo Ruffino ha ricordato che nel 2024 circa il 30% degli elettori americani ha votato per posta, vale a dire 48 milioni di persone. La diffusione cambia molto da Stato a Stato: in Oregon e Washington vota per posta quasi la totalità degli elettori, alle Hawaii, in Utah e in Colorado si supera il 90%, in California l’80% e in Arizona il 75%, mentre nel Sud la modalità è molto meno usata e nel Nord-est si ferma intorno al 30%.
Non è quindi una prerogativa degli Stati democratici, visto che riguarda tanto la California quanto lo Utah, uno degli Stati più repubblicani del Paese. Ed è un sistema sicuro: non esiste alcuna prova di manipolazione di massa e nel 2024, a differenza del 2020, anche i repubblicani lo hanno utilizzato senza problemi. Le schede respinte sono circa l’1% e quasi sempre per questioni di firma, perché manca oppure perché non corrisponde a quella depositata, non per voti falsi.
Diverse ricerche mostrano inoltre che il voto per posta non fa aumentare molto l’affluenza complessiva, perché è soprattutto un modo per anticipare il voto: l’effetto stimato è di circa 2 punti. Resta però un fattore importante in un Paese in cui si vota di martedì, in un normale giorno lavorativo e in cui i seggi sono molto più grandi dei nostri, con code che possono diventare chilometriche.
La data da tenere a mente adesso è quella del 19 settembre, termine ordinario per trasmettere le schede a tutti gli elettori militari e ai cittadini americani residenti all’estero. È una scadenza che riguarda anche chi conduce queste dirette, visto che Daniele Angrisani è cittadino americano e vota dall’Italia proprio per posta.
Il tasso di approvazione di Trump e il generic ballot
Con Davide Cocuzzi assente, è stato ancora Ruffino a occuparsi dei sondaggi sull’operato del presidente. Come Cocuzzi ha scritto nell’articolo pubblicato poche ore prima della diretta, c’è stata una risalita, ma il quadro resta profondamente negativo: nella nostra media l’approvazione è al 38,8% e la disapprovazione al 56,9%, per un net rating di -18. È il dato peggiore di sempre in questa fase del mandato, peggiore anche di quello del suo primo mandato e di quello di Joe Biden.
Le altre medie raccontano la stessa storia: il Silver Bulletin è a circa -19, molto vicino a noi, mentre RealClearPolitics resta la più favorevole al presidente con -16,5. Tra le singole rilevazioni ce ne sono poi alcune molto dure, come quella di Ipsos che indica un net rating di -30 e quella della University of Massachusetts che arriva a -32.
Secondo Ruffino è improbabile un forte recupero nei prossimi mesi. Pesano la guerra in Iran, un tema che rimane estremamente negativo e di cui gli elettori non vogliono sapere nulla e soprattutto il ritorno dell’inflazione, che il presidente ha finora scelto di ignorare. È il paradosso della sua situazione: sul costo della vita e sul prezzo della benzina Trump ha costruito la campagna che gli ha fatto vincere le elezioni meno di due anni fa, mentre oggi è uno dei temi su cui va peggio, insieme all’immigrazione.
Il generic ballot, cioè il sondaggio in cui si chiede agli elettori se voterebbero per un candidato democratico o repubblicano al Congresso senza indicarne il nome, non registra invece variazioni rispetto alla settimana scorsa e resta intorno ai 5,5-5,6 punti di vantaggio per i democratici. È un dato stabile da febbraio-marzo, con oscillazioni minime. Proprio questa settimana un’analisi del Silver Bulletin invitava a diffidare delle medie che mostrano grandi sbalzi nel generic ballot, perché di solito il problema sta nel modo in cui la media è costruita e non in movimenti reali dell’elettorato.
Come evolverà nei prossimi due o tre mesi non è chiarissimo. Storicamente le variazioni arrivano dopo il Labor Day, che quest’anno cadeva proprio lunedì e che segna l’inizio vero della campagna elettorale. Di norma in questa seconda fase i democratici perdono qualcosa. Con un presidente così impopolare, però, è possibile che non succeda nulla o che il vantaggio cresca, anche perché i sondaggi locali per il Senato sono migliori di quanto il solo generic ballot lascerebbe prevedere.
Le previsioni sulla Camera dei Rappresentanti
Il nostro modello continua a prevedere una vittoria democratica alla Camera con 223 seggi, contro una maggioranza fissata a quota 218, con una probabilità di circa l’80%. Il punto di equilibrio, ha spiegato Ruffino, è intorno ai tre punti di vantaggio nel generic ballot: sopra quella soglia i democratici dovrebbero vincere nonostante il gerrymandering repubblicano, mentre per perdere la Camera dovrebbero scendere attorno ai due punti e mezzo.
È uno scenario che appare improbabile, salvo scossoni di grande portata nei prossimi mesi, tanto che altri modelli sono ancora più favorevoli ai democratici del nostro. Storicamente, del resto, il partito all’opposizione conquista quasi sempre la maggioranza alla Camera nelle elezioni di metà mandato. Discorso diverso, invece, per il Senato.
Le previsioni sul Senato
Al Senato si parte da 53 seggi repubblicani contro 47 democratici, un vantaggio costruito nel 2024, quando Trump era sulla scheda elettorale. Questa volta però in palio ci sono soprattutto seggi repubblicani e per questo Carelli l’ha definita un’elezione che i repubblicani hanno da perdere.
Le corse più competitive sono sei: cinque sono oggi in mano ai repubblicani, ovvero Alaska, Iowa, Maine, Ohio e Texas, mentre una è democratica, il Michigan, dove il senatore Gary Peters non si ricandida e Abdul El-Sayed, vincitore delle primarie democratiche contro Haley Stevens, affronta il repubblicano Mike Rogers. Ai democratici non bastano 50 seggi: devono arrivare a 51, perché in caso di parità il voto decisivo spetta al vicepresidente JD Vance. Devono quindi vincerne quattro su sei, mentre il nostro modello ne stima 52.
Il Maine è stato vinto da Kamala Harris per circa 4 punti e il Michigan da Trump per 1,5: in entrambi i casi la situazione è complicata. Susan Collins ottiene sistematicamente più voti del candidato presidenziale repubblicano, intercettando anche molti elettori democratici. In Michigan, invece, Carelli ritiene la corsa competitiva perché il candidato democratico non è tra i migliori possibili, pur considerando più probabile una vittoria del suo partito.
Le vere sorprese restano Iowa e Ohio, due Stati che da tempo votano repubblicano. In Ohio si vota per il seggio che era di JD Vance e che è poi passato a Jon Husted, nominato dal governatore, il quale si trova ora ad affrontare l’ex senatore democratico Sherrod Brown. In Iowa il candidato democratico è Josh Turek e anche lì i sondaggi indicano una corsa aperta.
North Carolina e Georgia non rientrano invece tra le sei perché appaiono meno incerte. In North Carolina tutte le medie danno l’ex governatore Roy Cooper avanti tra i 4 e gli 8 punti sull’ex presidente del Comitato nazionale repubblicano Michael Whatley. In Georgia Jon Ossoff è avanti tra i 3 e i 6 punti a seconda della media, anche perché nelle primarie repubblicane c’è stata una battaglia interna in cui un candidato molto popolare, non appoggiato da Trump, ha rischiato di vincere.
Il problema per i democratici potrebbe arrivare da dove non se lo aspettano, cioè dal New Hampshire, dove tre o quattro sondaggi recenti hanno mostrato numeri preoccupanti. Chris Pappas, deputato del primo distretto dello Stato, era dato per vincente con un ampio margine, ma affronta John Sununu, già senatore e fratello dell’ex governatore, che negli ultimi rilevamenti si è avvicinato fino alla parità o a uno o due punti di distanza. Il Minnesota, altro seggio aperto, dovrebbe invece andare ai democratici.
Sul Texas, di cui avevamo già parlato la settimana scorsa, sono cominciate dal Labor Day le prime pubblicità elettorali pesanti, quelle che accompagneranno la campagna fino a novembre, con i repubblicani che stanno investendo molto. Il fatto stesso che il Texas sia competitivo rappresenta un problema per loro, perché è un mercato molto costoso e i soldi spesi lì vengono sottratti ad altre corse utili a difendere la maggioranza.
The 51st: l’intervista a Tommaso Labate
Nel frattempo è uscita la prima intervista di The 51st, la nuova rubrica curata da Salvatore Stanizzi. L’ospite è Tommaso Labate, firma da anni del Corriere della Sera e conduttore di Realpolitik su Rete 4.
Stanizzi ha spiegato di aver scelto Labate per tre ragioni. La prima è che il punto di vista giusto con cui aprire la rubrica era quello capace di dire che cosa noi europei, e in particolare noi italiani, sbagliamo quando leggiamo gli Stati Uniti. La seconda è che Labate ha sempre raccontato la politica andando oltre l’analisi dei fatti, attraverso i rapporti personali, le informazioni riservate e le voci nei palazzi. La terza è il rapporto tra Trump e Giorgia Meloni, oggi molto deteriorato, su cui serviva lo sguardo di un osservatore privilegiato della politica italiana.
Il passaggio più discusso è quello in cui Labate afferma che la solidità di una democrazia si dimostra quando le sue radici sono più forti del taglialegna armato di sega elettrica, e che proprio la Corte Suprema, anche sui dazi, si è dimostrata più solida della volontà di Trump. Una lettura che sembra in tensione con quanto accaduto il 24 agosto, quando la stessa Corte ha dato ragione all’Amministrazione sul voto per posta, seppure solo sul piano procedurale.
Secondo Stanizzi non c’è contraddizione, perché negli ultimi mesi le decisioni sono andate in entrambe le direzioni. La Corte si è pronunciata contro l’Amministrazione a giugno proprio sul voto per posta, stabilendo che vanno conteggiate anche le schede che arrivano dopo la chiusura dei seggi, poi sulla tutela della Federal Reserve e sui dazi; le ha invece dato ragione sull’abolizione dello ius soli, sullo sblocco dei lavori della East Wing, sulla riforma del finanziamento elettorale, sull’immigrazione e sull’immunità presidenziale. Labate non sostiene quindi che la Corte sia un argine totale a Trump, ma che una democrazia è solida quando le sue radici reggono a chi prova a forzarle: oggi il Partito Repubblicano appare molto appiattito sulle posizioni del presidente, mentre la Corte, pur avendo una maggioranza conservatrice schiacciante e giudici nominati dallo stesso Trump, ha votato più volte contro la sua volontà, in particolare bloccando l’uso sistematico degli ordini esecutivi.
La prossima intervista uscirà martedì e sarà con Kyle Kondik, managing editor del Crystal Ball, e sarà molto diversa dalla prima perché si sposterà sul terreno delle midterm, del gerrymandering e delle mappe elettorali. Seguiranno Larry Sabato e il corrispondente dalla Casa Bianca Jacopo Luzzi. Ogni intervista è composta da dieci domande, di cui la prima e l’ultima uguali per tutti (che cosa non riusciamo a vedere degli Stati Uniti e un ricordo personale legato al Paese), mentre le altre sette cambiano a seconda dell’ospite.

L’accordo sul petrolio venezuelano e il ruolo dell’Eni
Mercoledì a Caracas è stato firmato il contratto di partecipazione produttiva degli idrocarburi, alla presenza del ministro dell’Energia americano Chris Wright, dell’amministratore delegato della società di Stato venezuelana, di Delcy Rodríguez e del ministro dell’Energia del Venezuela. Simona Fonda ha spiegato che l’Eni è firmataria dell’accordo e ne è la vera protagonista, Stati Uniti a parte.
All’azienda italiana spetta infatti la gestione e la responsabilità esclusiva, sia finanziaria sia commerciale, del giacimento Junín 5, che rientra tra i cosiddetti giant field e ha 35 miliardi di barili già certificati. Gli Stati Uniti hanno invece ottenuto l’accesso a 17 aree petrolifere, come avevamo raccontato nei giorni scorsi. L’Eni è presente in Venezuela dal 1998, quindi da 28 anni, con partecipazioni anche in altri giacimenti e nella produzione di gas.
Quanto queste opportunità dipendano dalla situazione politica venezuelana resta però una domanda aperta. L’accordo è stato concluso sotto la presidenza di Delcy Rodríguez, insediata dopo la cattura di Nicolás Maduro, che ha quindi tutto l’interesse a favorire l’Amministrazione americana. La popolazione venezuelana aveva inizialmente accolto bene l’intervento statunitense, perché quella di Maduro era una dittatura e perché il petrolio del Paese finiva ai russi, ma ora emerge un certo malcontento: molti speravano in una sostituzione del regime che non c’è stata.
C’è poi un elemento che dice qualcosa della politica estera dell’Amministrazione, apparentemente schizofrenica: Trump elogia quasi sempre Vladimir Putin, ma intanto gli sta togliendo gli alleati uno dopo l’altro, dal Venezuela all’Iran. In ogni caso, ha concluso Fonda, il Venezuela ha le riserve di petrolio più grandi al mondo e qualunque governo salga al potere avrà interesse a far ripartire l’economia.
La sessione finale di Q&A
La prima domanda del pubblico riguardava il socialismo democratico: consolidamento o moda passeggera? Secondo Fonda non è una moda, ma una corrente che ha preso piede soprattutto tra i giovani. All’interno del Partito Democratico sembra però in atto una correzione di rotta verso il centro, mai dichiarata apertamente: anche esponenti della sinistra come Alexandria Ocasio-Cortez hanno cominciato a insistere su lavoro ed economia, temi concreti in un Paese in cui le uova sono arrivate a costare 20 dollari a confezione.
Un’altra domanda chiedeva se Trump sia ormai al livello di Jimmy Carter nel 1980. Stanizzi ha risposto che il paragone non è campato in aria sul piano dei numeri, visto che alcune rilevazioni danno il presidente al 36% e altre addirittura al 33%, mentre Carter toccò il minimo nel settembre del 1980 con il 37-38% di approvazione e il 55% di disapprovazione, prima di perdere sonoramente contro Ronald Reagan. La differenza decisiva, però, è che Carter era candidato e Trump no: le midterm sono 435 elezioni alla Camera, 35 seggi al Senato e le corse per i governatori, non un referendum su una singola persona, per quanto il presidente tenda a personalizzare ogni sfida. Alla proposta di un paragone alternativo con Bush nel 2006, Stanizzi ha ricordato che quattro anni prima, con l’11 settembre di mezzo, allo stesso Bush le midterm erano invece andate molto bene.
Sul Kansas, Carelli ha descritto una situazione simile a quella del Nebraska: candidati indipendenti che sfidano i repubblicani perché il Partito Democratico è troppo impopolare per farlo direttamente, con i candidati democratici usciti dalle primarie che si sono ritirati per non togliere voti. In Kansas prevede comunque una vittoria repubblicana, salvo una sconfitta nazionale di proporzioni simili a quella del 2006. Guarderebbe piuttosto al Nebraska, dove Dan Osborn aveva già perso di poco contro Deb Fischer e ora affronta Pete Ricketts, più vulnerabile perché da governatore si era autonominato al Senato.
A chi chiedeva se i democratici possano davvero vincere in Ohio o in Texas, Ruffino ha risposto che i sondaggi sono ottimi per loro un po’ ovunque, non solo in quei due Stati. L’Ohio appare più alla portata, perché Sherrod Brown ha rappresentato lo Stato per molti anni prima di perdere e resta un nome forte e molto conosciuto. Il Texas è invece più difficile da prevedere: tutti i sondaggi danno James Talarico leggermente avanti, cosa che nel 2018 non era mai accaduta, ma molto dipenderà dagli elettori ispanici, passati in larga parte ai repubblicani nel 2024 e che Trump sembra aver perso con le politiche sull’immigrazione. Il punto è capire se andranno davvero a votare, visto che hanno storicamente un’affluenza più bassa. Non è un caso che anche i seggi della Camera in bilico in Texas siano quelli del sud dello Stato, dove la popolazione ispanica è altissima.
L’ultima domanda riguardava Susan Collins. Carelli, che ha dichiarato apertamente il proprio bias di ammiratore della senatrice, ha spiegato che il problema dei democratici nasce dalla sostituzione del candidato: Jackson è più forte di Platner, ha esperienza legislativa a livello statale, viene dalla stessa contea di Collins e può attrarre elettori rurali, ma ha cambiato posizione praticamente su tutto rispetto a quando era un democratico conservatore contrario all’aborto e al matrimonio omosessuale. Se i democratici vinceranno, sarà quindi più per i fundamentals che per il candidato: nel 2024 il Maine ha tenuto meglio della media nazionale, con Harris scesa a 4-5 punti di vantaggio rispetto agli 8-9 di Biden.
Collins resta però un caso a parte, con elettori democratici anziani che continuano a dirsi soddisfatti del suo lavoro. Oggi presiede inoltre la commissione Appropriazioni, decidendo dove vanno i soldi stanziati e potendo quindi dirottarli nel proprio Stato: è quello che fece Lisa Murkowski per l’Alaska, contribuendo alla sua rielezione. Le due campagne sono agli antipodi, con Collins concentrata sui risultati ottenuti e Jackson all’attacco sul fatto che sia senatrice dai tempi di Bill Clinton pur avendo promesso di fermarsi dopo due mandati. Per Carelli sarà sul filo del rasoio.
Sono rimaste fuori le domande sull’Alaska e quella sul seggio del Missouri, dove la Corte Suprema dello Stato ha bloccato la nuova mappa elettorale e la vicenda potrebbe finire davanti alla Corte Suprema federale: ne parleremo nelle prossime dirette.
Chi non ha seguito la diretta può rivederla sul nostro sito. Il prossimo appuntamento è domenica alle 21.

