L’America ha uno strano talento: riesce a diventare familiare anche a chi la guarda da migliaia di chilometri di distanza. Conosciamo i suoi presidenti prima ancora che entrino alla Casa Bianca, impariamo nomi di Stati e contee nei quali probabilmente non metteremo mai piede, trascorriamo notti davanti alle mappe elettorali aspettando che qualcuno assegni la Pennsylvania e discutiamo delle sue crisi con la sensazione che, prima o poi, finiranno per riguardare anche noi. A volte succede. Altre volte ci convinciamo che sia successo.
Per cominciare The 51st serviva qualcuno abituato a guardare la politica senza fermarsi alla politica. Tommaso Labate, conduttore di Realpolitik su Rete 4 e firma del Corriere della Sera, da anni racconta il potere italiano cercandolo anche dove le telecamere non sempre arrivano: nei rapporti personali, nelle ambizioni, nelle rivalità, nei caratteri e in tutto ciò che accade prima che una decisione diventi una dichiarazione ufficiale. È uno sguardo inevitabilmente destinato a incrociare anche l’America, perché ormai è difficile raccontare fino in fondo ciò che accade a Roma senza domandarsi, almeno qualche volta, che cosa sia già accaduto a Washington.
Quando gli si chiede perché gli italiani seguano con tanta attenzione la politica americana, però, Labate non tira fuori la geopolitica. Tira fuori il basket: «Un appassionato di politica italiano segue la politica americana come un appassionato di basket segue l’NBA». C’è più spettacolo, certo, ma soprattutto c’è quell’effetto di trascinamento che parte da Oltreoceano e finisce spesso per raggiungere l’Europa: Clinton e la Terza Via negli anni Novanta, Bush jr e una nuova destra negli anni successivi.
Oggi quell’onda ha un nome inevitabile: Donald Trump. Eppure, per Labate, sarebbe un errore pensare che tutto cominci e finisca con lui. Trump è piuttosto «l’ovvio risultato dell’avvento dell’algoritmo dei social nel gioco delle opinioni pubbliche occidentali» e, se non ci fosse stato lui, sostiene, «sarebbe arrivato un altro».
È da qui che parte la prima conversazione di The 51st: dall’America di Trump per arrivare all’Italia di Giorgia Meloni, dalla nuova “destra-destra” alla capacità delle istituzioni di sopravvivere agli uomini che temporaneamente le occupano, dal giornalismo travolto dalla velocità dei social fino a una parola, Occidente, che continuiamo a utilizzare come se il Novecento non fosse mai davvero terminato.
Ma c’è anche un’altra America, quella che non entra nelle categorie politiche e che appartiene ai ricordi. Quella di Labate passa da New York, dagli hamburger del Meatpacking, dal gospel di Harlem, dalle viste sulla High Line e dalle feste sotterranee di Williamsburg. È l’America che, scherza, lo ha portato a credere fino all’ultimo persino nella vittoria di Kamala Harris: «E poi è ovvio che prendi cantonate».
Forse è proprio da questa distanza tra l’America che analizziamo e quella che immaginiamo che vale la pena cominciare.
Dieci domande a Tommaso Labate. La prima parte da una contraddizione. L’ultima da un’America che, vista da questa parte dell’Atlantico, continuiamo a non vedere.
1. Se dovesse spiegare l’America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglierebbe?
“L’idea stessa di libertà: il paese occidentale a libertà illimitate si è trasformato nel paese delle libertà negate, a cominciare da quella di espressione”.
2. L’Italia guarda alla politica americana con un’attenzione quasi sproporzionata rispetto alla distanza che ci separa: seguiamo primarie, convention, swing states e dibattiti presidenziali come se una parte di quelle elezioni riguardasse anche noi. È soltanto una conseguenza del peso degli Stati Uniti o c’è qualcosa della politica americana che noi italiani continuiamo a cercare anche nella nostra?
“Un appassionato di politica italiano segue la politica americana come un appassionato di basket segue l’NBA: c’è più spettacolo, a cominciare dall’elezione del presidente. E poi c’è spesso un effetto trascinamento che parte da Oltreoceano: l’elezione di Clinton rappresentò negli anni Novanta il vero inizio di quella terza via della sinistra che prese corpo in Europa con Blair; quella di Bush jr diede corpo a una nuova destra”.
3. Prima della politica, però, c’è l’America personale. Qual è la sua? C’è un luogo, un viaggio, una persona o un momento che ha cambiato il suo modo di guardare gli Stati Uniti?
“Se sono il tipico italiano che sbaglia le previsioni sulle elezioni USA, quello che è stato convinto fino all’ultimo della vittoria persino di una candidata debole come Kamala Harris, la colpa è di New York. Il mio viaggio negli States rimane quello: la ricerca del nuovo miglior hamburger del Meatpacking, il gospel di Harlem, le viste mozzafiato sulla High Line, le feste sotterranee di Williamsburg. E poi è ovvio che prendi cantonate”.
4. Dieci anni fa Donald Trump poteva ancora essere raccontato come un’anomalia della politica americana. Oggi, dopo due vittorie presidenziali e una trasformazione profonda del Partito Repubblicano, ha ancora senso parlare di “fenomeno Trump”, oppure Trump è ormai soltanto il nome che diamo a qualcosa che esiste indipendentemente da lui?
“Trump è l’ovvio risultato dell’avvento dell’algoritmo dei social nel gioco delle opinioni pubbliche occidentali. Se non ci fosse stato lui, sarebbe arrivato un altro. E passerà presto lui, come sarebbe passato presto l’altro”.
5. Già nel 2016 lei scriveva dei “trumpisti d’Italia”, quando ancora non sapevamo fino a che punto Trump avrebbe trasformato la politica americana. Dieci anni dopo, quanto del trumpismo ha davvero attraversato l’Atlantico? E quanto della politica italiana di oggi sarebbe riconoscibile nell’America contemporanea?
“Trump è il leader della nuova destra-destra mondiale. E rappresenta il sogno della destra-destra di superare il centrodestra. Oggi in Italia la sua emanazione non è più Salvini ma Vannacci. Vale come per i social: un influencer è meglio di uno vecchio che ha raggiunto la saturazione dei suoi followers”.
6. Per mesi Giorgia Meloni è sembrata la leader europea con le maggiori possibilità di parlare a Donald Trump, quasi un ponte naturale tra Washington e Bruxelles. Oggi quel rapporto appare molto più logorato. Che cosa si è rotto davvero tra Meloni e Trump: un rapporto personale, una convergenza politica o l’illusione che Roma potesse tenere insieme due sponde dell’Atlantico sempre più distanti?
“Questa l’unica cosa che avevo indovinato: la vera sfortuna di questa legislatura di Giorgia Meloni non è stata il referendum sulla giustizia ma l’elezione di Trump. Con una democratica alla Casa Bianca, avrebbe continuato a costruire la sua nuova destra europea conservando gli ottimi rapporti che aveva con Joe Biden; The Donald l’ha ricacciata all’indietro, spingendola a cercare un dialogo che non poteva essere diverso da com’è stato. Perché a Trump piace dare ordini; non conosce altre vie di discussione”.

7. Lei racconta da anni la politica anche attraverso ciò che accade fuori dalle dichiarazioni ufficiali: rapporti personali, telefonate, ambizioni, rivalità, caratteri. Con Trump questa dimensione sembra essere diventata parte dello stesso esercizio del potere. Quanto possono resistere le istituzioni quando la politica diventa così profondamente legata alla personalità di chi, temporaneamente, le occupa?
“La solidità di una democrazia si dimostra dal quando le sue radici siano più forti del taglialegna armato di sega elettrica. E per esempio la Corte Suprema, anche sui dazi, si è dimostrata più solida delle volontà di Trump”.
8. Dopo dieci anni di Trump, esiste il rischio che anche il giornalismo si sia abituato all’eccezione? Cose che nel 2016 avrebbero dominato le prime pagine per giorni oggi sembrano talvolta attraversare un ciclo di notizie in poche ore. È cambiata la politica americana o è cambiata la nostra soglia dello stupore?
“La prima trascina la seconda. I social danno l’impressione che succedano sempre troppe cose e tutte inedite. La gran parte di queste, alla fine, rientrano come il dentifricio nel tubetto. Prendiamo i dazi: l’effetto collaterale del primo annuncio di Trump è stato gettare un pezzo di mondo nella disperazione. E invece siamo tutti ancora vivi”.
9. Per gran parte del dopoguerra abbiamo pronunciato la parola “Occidente” quasi come se Europa e Stati Uniti appartenessero naturalmente allo stesso spazio politico, culturale e perfino morale. Nel 2026 quella parola descrive ancora qualcosa di reale o continuiamo a utilizzarla soprattutto perché non ne abbiamo ancora trovata un’altra?
“Occidente non è la direzione della bussola o la parte sinistra della carta geografica del libro delle scuole elementari. È il luogo dello spazio in cui ci sono elezioni libere, in cui chi vince governa, in cui la stampa può esprimersi senza minacce, in cui l’opinione pubblica è matura abbastanza per scegliere consapevolmente se e che cosa votare nel segreto dell’urna. Tutto questo è il lascito del Novecento; se varrà ancora alla fine del secolo, nessuno può dirlo con certezza”.
10. Qual è l’America che dall’Europa non riusciamo ancora a vedere?
“Quella che non abbiamo mai visto con chiarezza: quella della pena di morte, per fortuna sempre meno diffusa; quella delle armi in mano a chiunque; quella del successo o dell’insuccesso portati all’estremo. Abbiamo pensato di essere simili, abbiamo pensato di essere come le puntate di Beautiful, di essere semplicemente in ritardo rispetto alla loro programmazione, che prima o poi sarebbe arrivata anche qua. Per fortuna non è così, non è mai stato così”.
Labate, alla fine, lascia sul tavolo un dubbio più interessante di una risposta. Per decenni abbiamo guardato gli Stati Uniti convinti che fossero qualche anno avanti a noi, come se l’Atlantico fosse soltanto il ritardo con cui la stessa storia sarebbe arrivata in Europa. Poi cita Beautiful, sorride dell’equivoco e lo liquida in poche parole: «Per fortuna non è così, non è mai stato così».
Forse abbiamo passato troppo tempo a chiederci quando saremmo diventati americani e troppo poco a domandarci perché non lo siamo mai diventati.
The 51st comincia da qui: non dà una risposta sull’America ma fornisce una distanza, quella che separa un Paese da tutto ciò che abbiamo immaginato guardandolo da lontano.