Parliamo tantissimo degli Stati Uniti, probabilmente più di quanto ci rendiamo conto e ormai lo facciamo con la naturalezza con cui si parla di qualcosa che ci appartiene. Seguiamo le loro elezioni, conosciamo i candidati, discutiamo delle decisioni della Casa Bianca e della Corte Suprema, osserviamo quello che succede nelle università e nella Silicon Valley e qualche volta finiamo per sapere chi governa la California senza avere la minima idea di chi governi la provincia accanto alla nostra.
L’America, del resto, ha sempre avuto questo curioso privilegio: essere lontanissima e riuscire comunque a stare ovunque.
È nei film con cui siamo cresciuti, nella musica che abbiamo ascoltato, nelle università che abbiamo sognato, nelle piattaforme che apriamo appena svegli e negli oggetti che teniamo in tasca. È nelle discussioni sui diritti, sulla tecnologia, sull’intelligenza artificiale, sulla libertà di espressione e naturalmente nella politica, che dagli Stati Uniti arriva in Europa con una puntualità sorprendente, qualche volta sotto forma di idea e altre volte sotto forma di problema.
Da questa vicinanza un po’ assurda nasce The 51st, la nuova rubrica di interviste di Focus America.
Il nome parte da un dato che non richiede grandi competenze di geopolitica: gli Stati Uniti sono cinquanta. Eppure, periodicamente, nella storia americana qualcuno ha immaginato il cinquantunesimo, un nuovo territorio, una nuova stella sulla bandiera, un altro pezzo da aggiungere alla mappa.
The 51st prende sul serio quell’immagine soltanto per il tempo necessario a capovolgerla, perché qui non ci sarà nessun nuovo Stato. Nessun governatore, nessun senatore, nessuna capitale e, cosa probabilmente ancora più grave per gli americani, nessuna elezione da organizzare.
Il cinquantunesimo sarà un punto di osservazione.
Un luogo che non esiste sulle mappe e che proprio per questo può trovarsi ovunque: a Washington come a Roma, a Charlottesville come a Bruxelles, davanti alla scrivania di un professore o nel taccuino di un giornalista. Un posto immaginario dal quale osservare gli altri cinquanta e provare a capire l’America senza pretendere che ogni risposta debba necessariamente arrivare dall’America stessa.
Perché gli Stati Uniti che conosciamo in Europa sono anche il risultato di una gigantesca sovrapposizione di immagini. Ci sono l’America della CNN e quella di Fox News, quella di Hollywood e quella delle università, Wall Street e la provincia, Washington e la Silicon Valley, le campagne presidenziali e le serie televisive. C’è l’America che abbiamo visitato e quella nella quale non siamo mai stati, quella che ammiriamo e quella che critichiamo, qualche volta con la curiosa sicurezza di chi, pur trovandosi a migliaia di chilometri di distanza, è convinto di aver capito tutto.
The 51st partirà proprio da questo dubbio: quanto conosciamo davvero gli Stati Uniti e quanto, invece, conosciamo l’idea che ci siamo fatti degli Stati Uniti?
Per cercare qualche risposta serviranno persone diverse e, soprattutto, serviranno persone che non siano obbligate a essere d’accordo. Americani, italiani ed europei; giornalisti, studiosi, analisti, protagonisti della politica, delle istituzioni, della cultura e della tecnologia. Alcuni racconteranno l’America dall’interno, altri la osserveranno da questa parte dell’Atlantico e altri ancora avranno trascorso abbastanza tempo tra i due mondi da sapere che le distanze più interessanti non si misurano in chilometri.
I primi quattro ospiti annunciati raccontano già, in fondo, quale sarà lo spirito della rubrica, ma sono soltanto l’inizio di un elenco destinato ad allungarsi nelle prossime settimane.
Ci sarà Larry J. Sabato, fondatore e direttore del Center for Politics dell’Università della Virginia e una delle voci più riconoscibili nell’analisi della politica e delle elezioni americane. Con lui ci sarà Kyle Kondik, managing editor di Sabato’s Crystal Ball, osservatore delle mappe elettorali, degli equilibri politici e di quella complicatissima macchina che ogni due anni ricorda al mondo che negli Stati Uniti la campagna elettorale non finisce praticamente mai.
Dall’altra parte dell’Atlantico arriverà invece Tommaso Labate, giornalista, conduttore di Realpolitik su Mediaset e osservatore della politica italiana, il quale ci fornirà una prospettiva particolarmente adatta a una rubrica che vuole capire non soltanto come l’America racconta se stessa, ma anche cosa succede quando a guardarla sono occhi abituati a un altro continente.
Ci sarà poi Iacopo Luzi, italiano che vive negli Stati Uniti da undici anni e che dell’America ha imparato a conoscere tanto lo sguardo di chi arriva dall’Europa quanto quello di chi, giorno dopo giorno, ha finito per chiamarla casa. Corrispondente dalla Casa Bianca, collabora con Sky TG24, La Stampa, Adnkronos e diversi media dell’America Latina, dopo essere stato per anni corrispondente per Voice of America. La sua è forse una delle prospettive che meglio raccontano lo spirito di The 51st: abbastanza italiana da continuare a osservare gli Stati Uniti con gli occhi di chi viene dall’altra parte dell’Atlantico, abbastanza immersa nell’America da sapere che, vista da dentro, è quasi sempre più complicata di come appare da lontano.
Sono i primi quattro nomi di The 51st, non gli unici. Altri ospiti, italiani, europei e americani, si aggiungeranno nelle prossime settimane, portando con sé nuove storie, competenze e soprattutto nuovi modi di guardare lo stesso Paese.
Quattro persone, quattro punti di osservazione diversi e nessuna necessità di arrivare alla stessa conclusione. Sarebbe anzi piuttosto deludente se accadesse.
Si parlerà inevitabilmente di Trump e di ciò che verrà dopo Trump, di elezioni e Congresso, di Casa Bianca e Corte Suprema, ma Washington non diventerà la comoda scorciatoia attraverso cui spiegare un Paese di oltre trecento milioni di persone. Ci sarà spazio per la società, le università, il diritto, la tecnologia, l’intelligenza artificiale, l’informazione, la cultura e per quelle trasformazioni che sembrano improvvise soltanto perché spesso iniziamo a guardarle quando sono già avvenute.
Ci sarà soprattutto una domanda che accompagnerà The 51st: che cosa continuiamo a non capire dell’America?
È una domanda volutamente semplice e probabilmente destinata a ricevere risposte incompatibili tra loro. Ed è proprio questo il punto, perché l’obiettivo non sarà costruire una teoria definitiva sugli Stati Uniti, ma mettere una voce dopo l’altra e vedere che cosa succede quando l’immagine cambia insieme alla persona che la racconta.
Anche il percorso inverso farà parte della conversazione. Perché mentre l’Europa osserva ossessivamente l’America, l’America continua a costruirsi una propria idea dell’Europa, e tra le due sponde dell’Atlantico sopravvive da decenni un rapporto fatto di ammirazione, irritazione, dipendenza, imitazione e incomprensioni. Siamo abbastanza vicini da condizionarci e abbastanza lontani da fraintenderci, che forse è una delle ragioni per cui continuiamo ad avere così tante cose da dirci.
The 51st proverà a stare esattamente in quello spazio, evitando per quanto possibile interviste costruite come interrogatori e domande scritte soltanto nell’attesa della frase perfetta da mettere nel titolo. Ogni ospite avrà domande pensate per la sua storia e il suo lavoro, mentre alcune torneranno, intervista dopo intervista, perché sarà interessante scoprire come la stessa America possa cambiare completamente a seconda di chi la sta guardando.
Alla fine, dietro un nome volutamente provocatorio, rimane un’idea piuttosto semplice: gli Stati Uniti hanno già cinquanta luoghi dai quali raccontare se stessi e Focus America proverà ad aggiungerne uno dal quale osservarli.
Non avrà confini, non avrà una capitale e non avrà cittadini. Esisterà soltanto per il tempo di una domanda e di una risposta, poi scomparirà e riapparirà con l’ospite successivo, ogni volta in un posto leggermente diverso.
Non sarà il cinquantunesimo Stato.
Sarà The 51st.