Vi spieghiamo l’America di oggi con i numeri di domani.
Che cosa ci siamo detti nella diretta di domenica 30 agosto
Elezioni 10 min di lettura

Che cosa ci siamo detti nella diretta di domenica 30 agosto

La sintesi della diretta di domenica sera: l'impopolarità record del presidente, le sorprese di Texas, Iowa e Alaska al Senato, i dazi canadesi e la nuova rubrica di interviste The 51st.

Il modello di Focus America dà i democratici favoriti alla Camera con 80 probabilità su 100, mentre al Senato la sfida resta sostanzialmente in equilibrio: 54 probabilità su 100 per i democratici e 46 per i repubblicani. Sono alcuni dei numeri che sono stati al centro della diretta di ieri sera alle 21, la prima dopo un anno e mezzo di pausa.

Le dirette sono tornate e proseguiranno ogni domenica alle 21 fino al voto del 3 novembre, su YouTube, Facebook e X. L’ultima parte di ogni appuntamento, come già avvenuto ieri sera, sarà dedicata alle domande del pubblico, raccolte nei commenti durante la trasmissione.

Il caso della settimana: lo scontro tra Stati Uniti e Canada

La diretta si è aperta con il caso politico della settimana: lo scontro sempre più duro tra Stati Uniti e Canada. Dopo un breve video introduttivo con gli ultimi post provocatori pubblicati da Donald Trump su Truth Social sul Lago Ontario, Simona Fonda ha ricostruito la crisi cominciata nel febbraio del 2025, quando il primo ministro canadese era ancora Justin Trudeau, e progressivamente aggravatasi a causa dell’introduzione dei dazi americani.

Le misure decise da Washington hanno finito per avere anche conseguenze politiche in Canada, favorendo i liberali, che inizialmente erano molto indietro nei sondaggi e hanno poi vinto nettamente le elezioni portando al governo di Ottawa Mark Carney, ex governatore della Banca del Canada. Sono seguiti i dazi di ritorsione canadesi, il boicottaggio dei prodotti americani — con gli alcolici rimossi dagli scaffali di diversi negozi — e una sentenza della Corte Suprema statunitense che ha dichiarato illegittimi i dazi imposti dal presidente, aprendo il problema della restituzione di miliardi di dollari già incassati dagli Stati Uniti.

In tutto questo tempo, l'Amministrazione americana ha continuato intanto a parlare del Canada come del cinquantunesimo stato degli Stati Uniti e a definire Carney "governatore" invece che primo ministro, mentre al tavolo dei negoziati avanzava richieste contro alcune leggi canadesi a tutela del bilinguismo. Dopo che il Canada ha imposto dazi anche sul vino della Napa Valley, il presidente americano ha deciso di alzare i toni ribattezzando il lago Ontario "Lake America" con un ordine esecutivo. Il premier dell’Ontario ha risposto facendo installare sul lago un cartello bilingue.

Alessandro Benedetto Carelli, che ha vissuto per anni in Maine, uno Stato al confine con il Canada, ha spiegato quali Stati americani rischiano di pagare maggiormente il prezzo dello scontro commerciale. Il Maine esporta verso il Canada tra il 37 e il 39% dei propri prodotti, con un traffico intenso verso New Brunswick, Nuova Scozia e Quebec che dà lavoro a molti camionisti. L’impatto sarebbe stato ancora più pesante se la Ministra canadese della Pesca, Joanne Thompson, non avesse ritirato i dazi annunciati su aragoste e altri prodotti della pesca. La senatrice repubblicana Susan Collins ha pubblicamente ringraziato il Canada per la decisione e chiesto al rappresentante statunitense per il Commercio Jamieson Greer di tornare al tavolo dei negoziati.

Anche il Michigan però esporta verso il Canada circa il 37% dei propri prodotti, soprattutto nel settore manifatturiero e degli elettrodomestici. Whirlpool ha dichiarato a Bloomberg che intende aumentare i prezzi sul mercato americano e che i concorrenti potrebbero essere costretti ad alzarli ancora di più, perché l’azienda produce negli Stati Uniti mentre altri importano dal Canada. In Wisconsin il problema riguarda invece soprattutto formaggi e prodotti caseari.

Il Canada ha fatto sapere di aver scelto i settori da colpire anche guardando agli Stati in cui si disputano alcune delle corse al Senato più importanti. I nuovi dazi canadesi colpiranno 700 prodotti americani per un valore complessivo di 20 miliardi di dollari ed entreranno in vigore l’8 settembre.

Il tasso di approvazione di Trump

Dal Canada la diretta è quindi passata ai numeri sull’approvazione di Donald Trump. Davide Cocuzzi, che segue i sondaggi sull’operato del presidente, ha ricordato che il 21 giugno il net rating era a -19,2 punti, mentre nell’aggiornamento di domenica è sceso a -20,2. Il net rating misura la differenza tra il tasso di approvazione e quello di disapprovazione.

Rispetto all’inizio dell’estate la situazione è quindi leggermente peggiorata, anche se rispetto alla settimana precedente si registra un minimo recupero. Come Cocuzzi ha scritto nell’articolo pubblicato poche ore prima della diretta, l’estate finisce come era iniziata: male. RealClearPolitics resta la media più favorevole al presidente, mentre quella di Silver Bulletin e la nostra di Focus America restituiscono un quadro leggermente più negativo.

Il tasso di approvazione di Trump rimane sotto il 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione resta vicina al 60%. Cocuzzi ha sottolineato che si tratta dei dati peggiori registrati in questa fase del mandato, inferiori anche a quelli di Joe Biden, che anche nei momenti più difficili non era mai arrivato a un net rating di -20.

Un sondaggio di American Research Group pubblicato la scorsa settimana ha misurato un tasso di approvazione del 30%, nonostante nelle medie siano comprese anche rilevazioni storicamente più favorevoli ai repubblicani, come quelle di Rasmussen, Quantus e RMG Research. I due cali più marcati sono arrivati nell’aprile dello scorso anno, con l’introduzione dei dazi, e alla fine di febbraio di quest’anno, con l’inizio della crisi con l’Iran.

Il confronto più significativo resta quello con il 2018, ovvero le prime elezioni di metà mandato di Trump. Allora il suo net rating era intorno a -10, circa la metà di quello attuale, eppure i repubblicani persero comunque la maggioranza alla Camera. "Non si preannunciano delle midterm scoppiettanti per i repubblicani", ha osservato Cocuzzi.

La nuova rubrica di Salvatore Stanizzi

A quel punto Salvatore Stanizzi ha presentato la nuova rubrica di Focus America, The 51st. Il nome riprende proprio l’idea di un immaginario cinquantunesimo Stato, ma per trasformarla in un punto di osservazione dal quale raccontare gli Stati Uniti senza la pretesa di spiegarli una volta per tutte.

Sarà un appuntamento settimanale composto da interviste scritte in dieci domande, tre delle quali uguali per tutti gli ospiti. Tra queste, una riguarderà il primo ricordo associato alle parole "Stati Uniti". La prima intervista uscirà martedì a mezzogiorno e avrà come protagonista Tommaso Labate, conduttore di Realpolitik su Rete 4. Tra gli altri ospiti annunciati ci sono il corrispondente dalla Casa Bianca Jacopo Luzzi e due nomi molto noti dell’analisi elettorale americana, Larry Sabato e Kyle Kondik del Crystal Ball.

Proprio Sabato e Kondik hanno fornito il ponte verso il cuore della diretta: le previsioni per le elezioni di metà mandato.

Le previsioni sulla Camera dei Rappresentanti

Alla Camera dei Rappresentanti il modello di Focus America stima 223 seggi ai democratici e 212 ai repubblicani, con la maggioranza fissata a quota 218. Lorenzo Ruffino, che cura la gestione dei modelli, ha ricordato però che un’80% di probabilità non equivale a una certezza: il restante 20% rappresenta comunque una possibilità concreta e significativa di vittoria repubblicana.

Il vantaggio democratico nasce soprattutto dal clima politico nazionale, misurato dal generic ballot, il sondaggio in cui agli elettori viene chiesto se voterebbero per un candidato democratico o repubblicano senza indicarne il nome. Oggi i democratici sono avanti di circa 5,5 punti, meno degli 8-9 punti con cui vinsero alle midterm del 2018.

L’impopolarità del presidente si è dunque tradotta solo in parte in un vantaggio per i democratici, segno che il Partito continua a faticare nell’intercettare una parte degli elettori delusi. Il margine attuale sarebbe comunque sufficiente per conquistare la maggioranza alla Camera nonostante il gerrymandering, cioè il ridisegno dei collegi volto ad avvantaggiare un partito politico. Su questo terreno i repubblicani hanno ottenuto un vantaggio, ma non abbastanza grande da compensare un distacco nazionale di circa 5 punti.

Dei 435 collegi della Camera soltanto una piccola minoranza è realmente competitiva: tra 20 e 30, secondo le stime del modello, concentrati in pochi stati e soprattutto nel sud del Texas. Dove esistono sondaggi locali sui candidati, il modello attribuisce loro un peso maggiore, mentre altrove conta soprattutto il generic ballot nazionale. Con l’avvicinarsi del voto aumenteranno le rilevazioni nei singoli collegi e, di conseguenza, anche il loro peso nelle previsioni.

Cocuzzi ha raccontato di aver già visto sondaggi in distretti vinti da Trump con 15 o 20 punti di margine nel 2024 che oggi risultano competitivi, in alcuni casi con i democratici avanti. Si tratta soprattutto di rilevazioni commissionate dalle campagne dei candidati, e quindi da leggere con cautela. Se il quadro venisse però confermato da sondaggi indipendenti, si tratterebbe però di un segnale estremamente preoccupante per i repubblicani, perché potrebbe suggerire un vantaggio democratico nazionale superiore ai 5,5 punti della media.

Le previsioni sul Senato

La parte più lunga della diretta è stata dedicata al Senato, dove la situazione è molto più incerta. Il modello stima attualmente 52 seggi per i democratici, ma "basta niente perché vincano i repubblicani", ha spiegato Ruffino. Al Partito Repubblicano è sufficiente, infatti, arrivare alla parità, perché in caso di 50-50 il voto decisivo spetta al vicepresidente, che oggi è il repubblicano JD Vance. Invece i democratici devono invece conquistare almeno 51 seggi.

La mappa elettorale è inoltre più sfavorevole ai democratici rispetto a quella del 2018, quando questi ultimi finirono per ottenere un risultato peggiore delle attese. Nonostante questo, il modello segnala diverse possibili sorprese.

In North Carolina il democratico Roy Cooper, ex governatore dello Stato, è dato nettamente in vantaggio. In Georgia il senatore uscente Jon Ossoff ha un vantaggio di circa 8 punti nella media, con alcuni sondaggi che lo portano a 10. In Ohio è in testa Sherrod Brown, che quel seggio lo aveva perso alle ultime elezioni. In Maine, invece, Susan Collins ha dimostrato più volte di essere più resistente di quanto indicassero i sondaggi: il candidato democratico è avanti di 1 o 2 punti, un margine che nello Stato non ha storicamente garantito la vittoria.

Le sorprese maggiori arrivano però da Alaska e Iowa. In Alaska i democratici sono favoriti nei sondaggi e le primarie della settimana scorsa hanno rafforzato questa impressione. Lo stato utilizza il ranked choice voting, il sistema in cui gli elettori ordinano i candidati per preferenza e che tende a favorire chi riesce a essere accettabile a una platea più ampia.

In Iowa, invece, il candidato democratico è indietro di appena 1 o 2 punti in uno Stato che Trump ha vinto con 13 o 14 punti di margine. Ma la sorpresa più grande è probabilmente il Texas, dove il candidato democratico James Talarico è avanti in tutti i sondaggi tranne uno. Come fa notare Ruffino, Focus America aveva classificato la corsa come competitiva già due mesi fa, quando quasi nessun altro osservatore lo faceva.

Anche Benedetto Carelli ha detto di condividere per la prima volta l’impostazione dei media americani, che stanno dedicando più attenzione a Texas e Iowa che a Maine e Ohio. Nei primi due Stati, ha spiegato, i repubblicani devono affrontare quello che ha definito "un cocktail fatale": nessun senatore uscente in corsa, primarie molto combattute e candidati deboli.

In Texas il candidato repubblicano è Ken Paxton, ex procuratore generale dello Stato, che tre anni fa era stato sottoposto a una procedura di impeachment dalla quale era uscito assolto al Senato statale. Secondo Carelli, il senatore uscente John Cornyn, sconfitto da Paxton alle primarie, avrebbe avuto molte più possibilità di vincere le elezioni generali.

Talarico sta ora impostando la sua campagna elettorale soprattutto sul prezzo della benzina e sul costo della spesa, i temi che negli Stati Uniti vengono definiti kitchen table issues, cioè i problemi economici concreti di cui le famiglie discutono a tavola. Deve però affrontare anche una tensione interna al partito: la deputata Jasmine Crockett, sconfitta alle primarie, sostiene che stia trascurando la comunità afroamericana del Texas.

In Iowa i democratici hanno scelto Rob Sand come candidato governatore e Turek per il Senato, un parlamentare statale eletto in un collegio di confine che Trump ha sempre vinto. In Alaska resta invece da valutare l’effetto della presenza di due candidati con lo stesso cognome, Sullivan, sulla corsa in cui è candidata anche la democratica Mary Peltola.

La sessione finale di Q&A

A questo punto siamo passati alla sezione finale con le domande e risposte ai commenti degli utenti. Anche qui il Texas è stato un argomento chiave: Stanizzi ha ricostruito i precedenti elettorali dello "Stato della Stella Solitaria" per spiegare perché una corsa competitiva al Senato non sia sufficiente, da sola, a cambiare la sua natura politica. Nel 2018 Ted Cruz batté Beto O’Rourke per poco più di 2 punti, ma nello stesso anno il governatore Greg Abbott vinse con 13 punti di margine. Nel 2022 O’Rourke perse contro Abbott di oltre 11 punti; nel 2024 Trump ha battuto Kamala Harris di 13 punti e Cruz ha battuto Colin Allred di quasi 9 punti. Sei anni fa Cornyn aveva vinto con circa 10 punti di vantaggio.

La differenza oggi, secondo Stanizzi, è rappresentata da Paxton, che a causa dei suoi scandali è probabilmente il candidato repubblicano più vulnerabile in assoluto, mentre Talarico sta cercando di trasformare la corsa in un referendum sulla persona anziché in una semplice sfida tra partiti. La sua strategia passa dal recupero di voti nelle aree suburbane e nelle grandi città, seguendo una strada simile a quella percorsa da O’Rourke nel 2018.

Un’eventuale vittoria democratica, tuttavia, non trasformerebbe automaticamente il Texas in uno swing State. "Il Texas è uno Stato rosso, è uno Stato repubblicano. Non è uno swing State", ha detto Stanizzi, ricordando i casi di Doug Jones in Alabama e Joe Manchin in West Virginia, due ex senatori democratici eletti in Stati che alle presidenziali votano nettamente repubblicano.

Anche Cocuzzi ha definito il Texas uno stato "rosso sangue", capace di dare ai repubblicani un sussulto d’orgoglio persino nei momenti politicamente più difficili. Le difficoltà del Partito nello Stato, ha aggiunto, sarebbero legate non tanto ai numeri complessivi dell’immigrazione quanto alle espulsioni, che possono pesare su un elettorato con una forte presenza di immigrati di prima e seconda generazione e su molti imprenditori alle prese con carenze di manodopera.

Secondo Simona Fonda, i democratici dovrebbero ora costruire la propria campagna elettorale per le elezioni di ,età mandato sui temi più concreti, perché l’Amministrazione "gliela sta servendo su un vassoio d’argento", invece di consumarsi nelle divisioni interne. Ha indicato come esempio negativo proprio lo scontro tra Jasmine Crockett e James Talarico e, viceversa, come segnale positivo il maggiore spazio dedicato all’economia e al lavoro anche da figure della sinistra del partito come Alexandria Ocasio-Cortez.

Un’altra corsa molto equilibrata al Senato è quella del Michigan. L’establishment democratico dello stato, insieme a Chuck Schumer e alla leadership del partito al Senato, ha dato il proprio sostegno ad Abdul El-Sayed, il candidato più a sinistra emerso dalle primarie. Secondo Carelli, però, il fattore decisivo potrebbe essere soprattutto l’effetto dello scontro commerciale con il Canada, considerando la profonda integrazione economica tra Detroit e Windsor.

Il candidato repubblicano Mike Rogers, che nel 2024 aveva perso per pochissimo, è considerato moderato e ha lanciato una campagna chiamata Democrats for Mike Rogers per cercare di intercettare gli elettori democratici delusi dall’esito delle primarie, nelle quali era stata sconfitta Haley Stevens. La corsa resta in equilibrio, ma secondo Daniele Angrisani il quadro politico generale è chiaro: "Donald Trump è il migliore alleato dei progressisti democratici".

Nella parte finale della diretta Fonda ha risposto a una domanda sul possibile terremoto interno al Partito Repubblicano. Se i democratici conquistassero entrambe le Camere, ha spiegato, lo scossone sarebbe inevitabile, ma una resa dei conti arriverà comunque nei prossimi due anni, perché "la nave Trump è un Titanic che sta affondando e verrà abbandonato". Cocuzzi ha aggiunto che difficilmente, nei prossimi anni, si ripresenterà per i democratici una congiuntura politica favorevole come quella attuale.

Chi non ha seguito la diretta può rivederla sul nostro sito. Il prossimo appuntamento è domenica alle 21.

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