Al sesto mese di guerra contro l'Iran, gli alleati degli Stati Uniti temono sempre di più che Washington si stia avviando verso una sconfitta strategica. I fatti mostrano che nessuno degli obiettivi fissati da Donald Trump è stato raggiunto: i programmi nucleare e missilistico iraniani sono stati danneggiati, ma non distrutti, la Repubblica islamica appare ancora compatta sotto un governo ancora più radicale di quello precedente l'inizio della guerra, mentre le lo Stretto di Hormuz, attraversato da una quota rilevante del greggio mondiale prima dell'inizio degli attacchi, è ormai stabilmente sotto il controllo di Teheran. Non è servito a nulla neppure il fatto che il primo giorno di guerra un raid aereo abbia ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei.
Oggi missili e droni iraniani soffocano il traffico nello Stretto, colpiscono indisturbate le infrastrutture energetiche dei Paesi alleati degli Stati Uniti e continuano a minacciare le basi americane in Medio Oriente. Il 22 luglio la base aerea di Dover, in Delaware, ha accolto le salme di 4 militari statunitensi, 3 dei quali uccisi il 17 luglio nel corso dell'attacco iraniano contro la base di Muwaffaq Salti, in Giordania. Washington sta intanto esaurendo le munizioni per la difesa aerea e secondo una stima del Center for Strategic and International Studies, istituto di ricerca di Washington, gli Stati Uniti hanno già consumato oltre il 60% degli intercettori Patriot e THAAD, i due sistemi su cui si regge la loro difesa antimissile. Agli occhi di Mosca, Pechino e della stessa NATO, gli Stati Uniti appaiono sempre più incapaci, almeno per alcuni anni, di rifornire i propri alleati e sostenere una guerra prolungata.
Sei mesi di guerra contro l'Iran, e ora ogni mare è un fronte
Nessuno degli obiettivi fissati da Donald Trump è stato raggiunto. Lo Stretto di Hormuz è sotto controllo iraniano, gli arsenali americani si svuotano, gli alleati hanno smesso di fidarsi. Dal Golfo Persico al Baltico, sei mari sono diventati il teatro di un solo conflitto.
Un solo conflitto, sei mari
«Pensate a tutti i mari: sono diventati teatri di un'unica guerra del petrolio», dice Daniel Yergin, vicepresidente di S&P Global. La rotta del greggio dal Golfo Persico all'Europa attraversa oggi tre passaggi contesi.
Quattro obiettivi, nessuno raggiunto
Gli arsenali americani si stanno svuotando
Gli alleati hanno cominciato a proteggersi da soli
«Adesso l'America si è confermata una forza di disordine, tutti ne stanno traendo le conseguenze e cercano di dipendere sempre meno da lei.»
Robin Niblett, ex direttore di Chatham House
Gli alleati smettono di fidarsi degli Stati Uniti
Il risultato, almeno per ora, è "una sconfitta strategica e un imbarazzo per gli Stati Uniti", ha dichiarato al New York Times Robin Niblett, ex direttore di Chatham House, istituto di ricerca londinese. "Per gli alleati degli Stati Uniti e per chi dipende da loro per la propria sicurezza, questa è la conferma che degli Stati Uniti non ci si può più fidare." Anche se la Repubblica islamica dovesse crollare, ha aggiunto Niblett, "la gente non dimenticherà che la propria sicurezza e il proprio futuro sono stati messi in discussione da una politica estera americana totalmente imprevedibile e incostante".
Gli europei non hanno dimenticato né la promessa di Trump di impadronirsi della Groenlandia, territorio appartenente a un Paese della NATO, né la minaccia di abbandonare l'Alleanza Atlantica da parte di Trump se gli altri Stati membri non avessero aumentato la spesa militare. I partner mediorientali, pur restando legati a Washington, hanno visto la propria sicurezza indebolita dalla guerra e hanno già cominciato a proteggersi autonomamente, tentando di ricucire i rapporti con l'Iran e di rafforzare quelli con Europa, Cina e Russia, spiega Ali Vaez, direttore del programma Iran dell'International Crisis Group.
A peggiorare le cose c'è il fatto che la settimana scorsa Trump ha annunciato un accordo nucleare con l'Arabia Saudita, per poi rimangiarsene le condizioni nel giro di sole ventiquattr'ore, su pressione israeliana. "I sauditi hanno raggiunto un accordo nucleare con Trump e lui lo ha smontato in un solo giorno", ha osservato Vaez. "Non ci si può fidare più né della potenza militare americana né delle sue promesse diplomatiche."
Molti Paesi non amavano l'ordine internazionale precedente, osserva Niblett, ma almeno era un ordine che esisteva. "Adesso l'America si è confermata una forza di disordine, tutti ne stanno traendo le conseguenze e cercano di dipendere sempre meno da lei." Per Aaron David Miller, ex negoziatore americano oggi al Carnegie Endowment for International Peace, il conflitto "ha eroso la deterrenza e la credibilità degli Stati Uniti, indispettito gli alleati e fatto contenti gli avversari". Se lo Stretto finirà stabilmente sotto il controllo iraniano, aggiunge Miller, "si tratterà di una vera e propria sconfitta strategica" per gli Stati Uniti.
La guerra ha incrinato anche l'alleanza con Israele, sostiene l'analista francese François Heisbourg. Washington e Gerusalemme si rimpallano la responsabilità dello stallo e alcuni alti funzionari americani, tra cui il vicepresidente JD Vance, hanno persino lasciato intendere che il primo ministro Benjamin Netanyahu avesse convinto Trump della possibilità di una guerra rapida e risolutiva sulla base di previsioni eccessivamente ottimistiche. Sommandosi al giudizio già negativo maturato durante il lungo conflitto con Hamas a Gaza, che molti americani definiscono apertamente un genocidio, il risultato collaterale di questa situazione è un aumento dell'antisemitismo e degli episodi di violenza contro la comunità ebraica americana.
Trump aspetta la resa, Teheran punta tutto su Hormuz
Da parte sua, Trump continua a sostenere che impedire all'Iran di dotarsi dell'arma atomica sia vitale e che Teheran finirà per cedere di fronte a una forza superiore. "Li colpiremo, li colpiremo molto duramente", ha detto ancora venerdì. "A un certo punto diranno: non ce la facciamo più." Allo stesso tempo, il presidente sembra avere perso ogni fiducia nella controparte, che a suo dire "vuole sempre parlare" per poi rimangiarsi la parola una volta conclusi i negoziati. Ma non sarebbe la prima volta che le cose non vadano in questa direzione. Dalla Seconda guerra mondiale in poi, il bilancio militare americano è stato altalenante: in Vietnam, Iraq e Afghanistan hanno prevalso avversari disposti a sopportare più a lungo il costo del conflitto e questo Teheran lo sa benissimo.
Per Heisbourg e Vaez, il negoziato più importante non è più quello tra Teheran e Washington, bensì quello tra Iran e Oman, i due Paesi direttamente affacciati sullo stretto. Teheran rivendica il controllo esclusivo della rotta settentrionale e quello condiviso della rotta meridionale, una soluzione che le assicurerebbe di fatto un potere di veto sul traffico marittimo. Pretende inoltre un pedaggio obbligatorio per il transito, mentre Muscat propone un contributo volontario ed è considerata dagli iraniani troppo vicina a Riyadh e Washington. "Potrebbe essere la fine del diritto del mare come lo abbiamo conosciuto", avverte Heisbourg, ricordando che la libertà di navigazione abbia costituito un interesse vitale americano fin dalla fondazione degli Stati Uniti.
Gli iraniani, però, non credono che Trump rispetterebbe neppure un'eventuale intesa sullo Stretto: hanno visto l'attuale presidente stracciare l'accordo nucleare del 2015 e attaccare l'Iran ben due volte mentre erano in corso negoziati sul nucleare. Per questo pretendono un accordo definitivo su Hormuz prima di qualsiasi intesa con Washington, oltre al ritiro, perlomeno parziale, delle forze militari americane dalla regione. "Il calcolo iraniano è semplice", spiega Vaez: con i propri alleati regionali sempre più in difficoltà, Teheran ha bisogno della leva dello Stretto per strappare concessioni e ottenere la garanzia che un altro attacco militare non si ripeta. Quella leva si è rafforzata da quando gli Houthi yemeniti hanno iniziato a bloccare l'altro vitale Stretto di Bab el-Mandeb, attraversato dal greggio saudita diretto in Asia, dopo il blocco di Hormuz.
Ma ora persino chi in Iran preferirebbe trattare è ormai "profondamente pessimista su quanto la diplomazia con l'Amministrazione Trump possa consentire di ottenere", osserva Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation, istituto di ricerca sulla diplomazia economica. Molti dirigenti considerano il presidente imprevedibile e non vedono come sia possibile concludere un patto con un Paese che alla prima occasione dà l'impressione di voler abbandonare persino i propri alleati storico.
Dal Caspio al Mediterraneo, diverse guerre si saldano
Lo scorso fine settimana Kyiv ha annunciato di avere colpito nel Mar Caspio una nave da carico iraniana che trasportava materiale militare verso la Russia. Pochi giorni dopo, un drone ha incendiato due navi che trasportavano gas nel porto egiziano di Damietta, sul Mediterraneo, una delle quali di proprietà statunitense, mettendo così in discussione persino la sicurezza del Canale di Suez. L'Egitto ha confermato che l'incendio è stato provocato da un drone, ma nessuno ha rivendicato l'attacco. Teheran, da parte sua, ha negato qualsiasi ruolo in questo attacco e ha chiesto agli europei di fermare gli attacchi ucraini contro le sue navi.
"Le due guerre in corso in Iran e in Ucraina potrebbero stare per connettersi", scrive Dan Alamariu, capo stratega geopolitico di Alpine Macro, segnalando il rischio di una convergenza tra i due conflitti e le possibili conseguenze che questo avrebbe sui prezzi del gas, sui noli marittimi e sulle assicurazioni in Europa. Da febbraio l'Iran e i suoi alleati hanno colpito o minacciato quasi tutti i Paesi della regione: "L'Egitto era il più grande di quelli rimasti intatti e aveva lavorato per restarlo, tenendo aperti i rapporti sia con Washington sia con Teheran. ma a quanto pare la neutralità non l'ha salvato".
Hamidreza Azizi, esperto di Iran dell'istituto tedesco SWP Berlin, ha indicato su X tre possibili interpretazioni del raid ucraino nel Caspio: Kyiv vuole dimostrare agli Stati Uniti il proprio valore come partner, Washington e Gerusalemme le hanno chiesto di esercitare pressioni su Teheran al posto loro, nel timore di ritorsioni contro gli obiettivi economici della regione, oppure si tratta di una risposta alle minacce degli Houthi su Bab el-Mandeb. Secondo il Financial Times, a Teheran c'è invece chi considera il raid ucraino come un avvertimento sulla vulnerabilità della rotta caspica, da utilizzare come strumento di pressione nei colloqui con gli americani.
L'Ucraina è del resto già diventata un attore importante nel Medio Oriente. A marzo ha firmato un'intesa di sicurezza con l'Arabia Saudita per trasferire al regno saudita l'esperienza accumulata nel contrasto ai droni di progettazione iraniana impiegati dalla Russia. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha inoltre stretto accordi analoghi anche con gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, altri due Paesi attaccati dall'Iran nel corso della guerra. Riyadh ha intanto formato una coalizione militare di 14 Paesi per proteggere il traffico nel Mar Rosso, alla quale partecipano, tra gli altri, Turchia, Egitto, Pakistan e Nigeria.
La guerra rischia così di estendersi quasi per inerzia, un mare dopo l'altro, attraverso quella successione di tregue precarie e nuove escalation che Vaez descrive come una nuova forma di "guerra infinita": proprio il genere di conflitto al quale Trump aveva promesso di porre fine durante la campagna presidenziale del 2024. A riassumere la portata della crisi nel migliore dei modi è stato Daniel Yergin, vicepresidente di S&P Global: "Pensate a tutti i mari: il Golfo Persico, il Mar Rosso, il Mediterraneo, il Mar Nero, il Baltico, il Caspio. Sono diventati tutti teatri di un'unica guerra del petrolio", ha dichiarato alla CNBC.
