Il vicepresidente americano JD Vance e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sono incontrati da soli martedì sera a Washington e hanno affrontato le loro divergenze in un colloquio che funzionari israeliani e statunitensi hanno definito "diretto". L'appuntamento si è svolto a Blair House, la residenza riservata agli ospiti di Stato di fronte alla Casa Bianca, e serviva soprattutto a chiarire i rapporti tra i due.
Vance è stato fin dall'inizio della guerra la voce più scettica verso Netanyahu nella cerchia ristretta di Donald Trump e le sue critiche sono cresciute man mano che il conflitto si allungava. Con il passare dei mesi ha assunto un ruolo sempre più ampio nella conduzione della guerra e nel negoziato con l'Iran, fino al Memorandum d'Intesa tra Washington e Teheran che ha difeso in prima persona. Netanyahu era contrario ma non lo ha mai attaccato pubblicamente: contava che l'accordo si sfaldasse da solo, come poi è successo qualche settimana dopo.
Netanyahu mal sopportava da mesi le critiche pubbliche del vicepresidente, che lo ha accusato di alimentare l'opposizione al memorandum e di non essere abbastanza leale verso Trump; in privato, il premier criticava a sua volta il ruolo di Vance nella guerra. Il vicepresidente era invece convinto che Netanyahu stesse usando i propri collaboratori e i media a lui vicini, in Israele e negli Stati Uniti, per colpirlo e indebolirlo politicamente.
Un alto funzionario israeliano ha riferito che nella stanza Netanyahu ha contestato a Vance le critiche recenti al governo israeliano e ha parlato della posizione di Israele tra i repubblicani. "È stata una conversazione franca e schietta", ha detto la stessa fonte, mentre un funzionario americano ha confermato quella descrizione: "La conversazione è stata diretta".
L'ufficio del vicepresidente non ha voluto commentare, ma una seconda fonte americana ha dato una versione più distesa, parlando di un colloquio "cordiale e produttivo su questioni mediorientali importanti per entrambi i Paesi". "Il vicepresidente e il primo ministro hanno concordato di continuare a cercare occasioni di cooperazione tra Israele e Stati Uniti nelle aree di interesse comune e di obiettivi condivisi", ha aggiunto, precisando che l'incontro non sarebbe stato conflittuale e che tra i due ci sarebbe un rapporto di lavoro produttivo.
A marzo Vance e Netanyahu avevano avuto una telefonata tesa, nella quale il vicepresidente aveva fatto notare che diverse previsioni del premier sulla guerra si erano rivelate troppo ottimistiche, a cominciare dalla rivolta popolare che avrebbe dovuto far cadere il regime iraniano.
Dal cessate il fuoco dell'8 aprile Vance è diventato il difensore più esposto della linea diplomatica con l'Iran dentro l'Amministrazione statunitense e ripete che l'obiettivo di Trump debba essere impedire a Teheran di dotarsi dell'arma nucleare senza restare impantanati in una campagna militare senza fine. A giugno ha rivolto un avvertimento pubblico ai ministri israeliani che attaccavano l'intesa, chiamando in causa per nome Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir: "Se fossi nel gabinetto del governo israeliano, forse non attaccherei l'unico alleato potente che mi resta in tutto il mondo".
A luglio, in un'intervista al podcast di Joe Rogan, ha accusato alcuni esponenti del governo israeliano di condurre una campagna di influenza per allontanare gli Stati Uniti dal negoziato e tenere aperta la guerra. Nella stessa conversazione ha sostenuto che Jeffrey Epstein avesse legami con "i livelli più alti dell'intelligence israeliana", salvo ammettere di non avere prove documentali.
