JD Vance è diventato il bersaglio di una vasta campagna di attacchi online proveniente dal suo stesso partito, a due anni dalla scelta del candidato repubblicano alle presidenziali del 2028. Lo riporta il Washington Post, secondo cui gli alleati del vicepresidente considerano l'offensiva un'operazione coordinata per avvelenare il terreno politico prima ancora che Vance annunci le proprie intenzioni.
I detrattori hanno adottato lo slogan "Never Vance" e nell'ultima settimana hanno inondato i social media di accuse: sostengono che il vicepresidente sarebbe "inadatto" all'incarico per il suo impegno nella ricerca di un accordo di pace con l'Iran e affermano, senza fornire prove, che assumerebbe posizioni non condivise dal presidente Donald Trump. Alcuni dei suoi critici sono arrivati persino a paragonarlo a Barack Obama e al senatore Bernie Sanders.
Per intensità e precocità, secondo il quotidiano della capitale statunitense, l'ostilità che Vance incontra nel proprio campo non avrebbe precedenti tra i vicepresidenti americani degli ultimi decenni: il fenomeno riflette sia il crescente peso dei social media nel dibattito politico americano sia la posta in gioco nella scelta dell'erede di Trump.
La reazione degli alleati di Vance
Il team politico di Vance minimizza l'impatto della campagna sull'elettorato repubblicano e sostiene che molti degli attacchi non siano spontanei. Un collaboratore vicino al vicepresidente, intervenuto in forma anonima, ha dichiarato al Washington Post che sarebbe "ovvio a chiunque abbia un quoziente intellettivo superiore a 70" che l'offensiva è "del tutto inautentica e probabilmente, almeno in parte, coordinata". A suo giudizio, l'ondata di critiche non trova riscontro nei sondaggi: la popolarità di Vance tra gli elettori repubblicani resta infatti vicina a quella di Trump e non è diminuita negli ultimi nove mesi, come sarebbe presumibilmente accaduto se gli attacchi fossero stati autentici ed efficaci.
Gli alleati del vicepresidente intravedono nella campagna persino un possibile vantaggio. Il fatto che l'establishment repubblicano e gli avversari bollati come neoconservatori si schierino apertamente contro Vance potrebbe rafforzarne l'immagine agli occhi della base conservatrice in vista delle primarie. "Le voci rumorose dell'establishment di Washington producono una cacofonia online", ha dichiarato al quotidiano il commentatore conservatore Steve Cortes, "ma non rappresentano affatto il consenso degli elettori repubblicani".
Jon Schweppe, sostenitore di Vance e consigliere dell'American Principles Project, ha pubblicato su X un grafico che mostra la stabilità del gradimento del vicepresidente nonostante quella che definisce un'"operazione anti-Vance". Il post ha ricevuto in breve tempo decine di risposte ostili da parte di account che non seguivano Schweppe, benché nessun profilo di rilievo lo avesse rilanciato. "È assolutamente organizzato", ha commentato, accusando i detrattori di voler "creare una frattura e separare Vance dal presidente".
Lo scontro su Iran e Israele
Al centro delle tensioni c'è soprattutto la politica estera. Le critiche avevano raggiunto un primo picco nell'autunno scorso, quando esponenti neoconservatori e attivisti filoisraeliani avevano accusato Vance di antisemitismo per la sua vicinanza a figure critiche nei confronti del rapporto tra Stati Uniti e Israele. La nuova escalation è cominciata dopo l'intervista di quasi tre ore concessa il 15 luglio al podcast di Joe Rogan. In quell'occasione Vance si è definito un "moderato ragionevole" nel dibattito sulle relazioni con Israele e ha citato un'inchiesta di Time riguardante un'operazione di influenza online filoisraeliana gestita da un ex funzionario della campagna di Trump. "La mia risposta è: andate all'inferno", ha detto. "Io rappresento prima di tutto gli americani".
L'analisi del Washington Post sui contenuti pubblicati dagli influencer conservatori su X ha rilevato un'impennata delle critiche subito dopo l'intervista, con interventi di commentatori come Ben Shapiro, Marc Thiessen e Batya Ungar-Sargon. Alcuni account che affermano di sostenere il Segretario di Stato Marco Rubio nel 2028 presentavano inoltre elementi nei propri profili che ne suggerivano una provenienza estera. Vance rimane comunque il favorito nei sondaggi sulle future primarie repubblicane, anche se Rubio, sostenuto soprattutto dall'ala più tradizionale del partito e vicina al mondo degli affari, ha guadagnato terreno negli ultimi mesi.
