Ad aprile 40 senatori democratici su 47 hanno votato per bloccare la vendita di armi a Israele. Due anni prima erano stati 19. Tra i favorevoli figuravano anche gran parte dei possibili candidati democratici alla Casa Bianca. Secondo un'analisi di Franklin Foer pubblicata su The Atlantic, il principale responsabile di questo cambiamento è proprio l'uomo che per quarant'anni ha curato personalmente l'immagine di Israele negli Stati Uniti: Benjamin Netanyahu.
Nel 1982 Netanyahu aveva 32 anni e dirigeva il marketing di un mobilificio a Gerusalemme. L'Ambasciatore israeliano a Washington, che lo aveva conosciuto qualche anno prima a un convegno, ritenne che stesse "vendendo il prodotto sbagliato": invece di mobili agli israeliani, avrebbe dovuto "vendere" Israele agli americani. Lo portò con sé come vice e, nel giro di poco tempo, Netanyahu divenne il volto di Israele nella televisione statunitense. Era ospite fisso di programmi come Nightline e Larry King Live, brillante, combattivo e con un inglese impeccabile imparato durante l'adolescenza trascorsa nei sobborghi di Philadelphia. Nel 1984 fu nominato Ambasciatore alle Nazioni Unite.
Per i quarant'anni successivi, qualunque fosse l'incarico ricoperto, Netanyahu mantenne lo stesso obiettivo: preservare il sostegno americano a Israele. Non delegò mai questa missione, convinto che nessuno la comprendesse meglio di lui. Eppure il primo ministro più longevo della storia israeliana, atteso oggi alla Casa Bianca per un nuovo incontro con il presidente americano, ha finito per fallire proprio nel compito che considerava il più importante.
Come Netanyahu ha perso l’America
Per quarant’anni ha curato di persona il sostegno americano a Israele. Oggi il consenso bipartisan che aveva il compito di custodire non esiste più. La ricostruzione di Franklin Foer sull’Atlantic.
Senatori democratici che hanno votato per bloccare la vendita di armi a Israele
Il 15 aprile 2026 il Senato ha respinto le risoluzioni di Bernie Sanders, ma 40 democratici su 47 hanno votato per fermare una vendita di mezzi militari a Israele: più del doppio rispetto a due anni prima.
Dal venditore perfetto alla rottura
Netanyahu ha costruito la propria carriera sul rapporto con gli Stati Uniti, poi ha legato Israele a un solo partito. Tocca le tappe per i dettagli.
A 32 anni dirige il marketing di un mobilificio di Gerusalemme. L’ambasciatore israeliano a Washington lo porta con sé come vice: il suo compito è «vendere» Israele agli americani.
Nominato ambasciatore alle Nazioni Unite, diventa ospite fisso di programmi come Nightline e Larry King Live, con l’inglese impeccabile imparato da adolescente a Philadelphia.
Parla al Congresso contro l’accordo sul nucleare iraniano, invitato dai repubblicani all’insaputa della Casa Bianca: mai un leader straniero aveva contestato così un presidente in carica.
Definisce Trump «il più grande amico che Israele abbia mai avuto» e ottiene l’ambasciata a Gerusalemme e il ritiro dall’accordo con l’Iran. Ma così lega Israele a un solo partito.
Biden vola in Israele e difende l’offensiva su Gaza, pagando un prezzo politico crescente nell’ala sinistra del suo partito.
In un video in inglese accusa Washington di rallentare le forniture militari. In realtà la Casa Bianca aveva sospeso la consegna di un solo tipo di bomba.
40 senatori democratici su 47 votano per bloccare la vendita di armi a Israele. Nel novembre 2024 erano stati 19.
Il consenso che si sgretola
Quota di americani con un’opinione sfavorevole di Israele, per gruppo (Pew Research Center, marzo 2026).
Gli elettori che alle primarie democratiche del Michigan del 2024 votarono «uncommitted» contro la gestione della guerra a Gaza: l’inizio della contestazione del sostegno democratico a Israele.
Fonte: Franklin Foer, The Atlantic; Senato degli Stati Uniti (voti del novembre 2024 e del 15 aprile 2026); Pew Research Center, sondaggio 23–29 marzo 2026.
Poco più di dieci anni fa il sostegno a Israele era uno degli ultimi riflessi bipartisan della politica americana. I democratici moderati criticavano soprattutto l'ostacolo posto dal governo Netanyahu alla soluzione dei due Stati. Oggi il sindaco di New York City, la città con la più grande comunità ebraica del mondo, è un antisionista dichiarato che in campagna elettorale ha promesso di far arrestare Netanyahu se dovesse mettere piede nella sua città. Un attivista della Columbia University che l'8 ottobre 2023 partecipò a una manifestazione per celebrare l'attacco di Hamas è destinato con ogni probabilità a entrare nel prossimo Congresso. Senatori come Chris Murphy e Chris Van Hollen hanno fatto della critica a Israele uno dei pilastri del proprio messaggio politico.
Il cambiamento non riguarda soltanto i democratici. Il vicepresidente JD Vance, considerato da molti come il favorito per la nomination repubblicana del 2028, ha dichiarato questo mese al podcaster Joe Rogan che Jeffrey Epstein "aveva chiaramente legami con i più alti livelli dell'intelligence israeliana", una tesi per la quale non esistono prove. Ha inoltre accusato Israele di aver cercato di sabotare i suoi negoziati con l'Iran. Dieci anni fa dichiarazioni simili avrebbero probabilmente messo fine alla carriera di un dirigente repubblicano. Oggi arrivano da uno dei possibili futuri leader del partito.
Lo scontro con Obama e la scelta di Trump
Il padre di Netanyahu, Benzion, storico dell'Inquisizione spagnola, aveva educato il figlio alla convinzione che la storia ebraica fosse una "storia di Olocausti", che l'antisemitismo fosse una costante della diaspora e che solo uno Stato ebraico forte potesse garantire sicurezza. Negli anni Ottanta, però, il mondo sembrava smentire questa visione: Israele era pienamente integrato in Occidente, i suoi artisti e scienziati erano accolti nelle principali istituzioni internazionali e il sostegno americano appariva incrollabile.
L'ostilità esplosa dopo il 7 ottobre 2023 può essere letta come una conferma delle paure di Benzion Netanyahu, ma l'antisemitismo non basta a spiegare il mutamento dell'opinione pubblica americana. Può chiarire alcuni doppi standard applicati a Israele, ma non spiega perché tanti democratici abbiano iniziato a considerarlo un peso dal punto di vista elettorale o perché molti americani vedano oggi lo Stato ebraico come indifferente alle sofferenze dei palestinesi. Secondo Foer, le decisioni politiche e comunicative di Netanyahu hanno contribuito in modo decisivo a questa percezione.
I precedenti primi ministri israeliani avevano avuto duri contrasti con presidenti americani di entrambi i partiti, da Gerald Ford a Ronald Reagan fino a George H. W. Bush. Tuttavia avevano sempre evitato di trasformare Israele in una questione partitica, contando sul sostegno trasversale del Congresso.
Netanyahu, cresciuto politicamente negli Stati Uniti e cittadino americano fino al 1982, ha sviluppato invece una profonda diffidenza verso il Partito Democratico e verso il liberalismo di gran parte della comunità ebraica statunitense, che riteneva più interessata alla giustizia sociale che all'identità ebraica. Del futuro capo di gabinetto della Casa Bianca Rahm Emanuel arrivò a dire che era uno "che odia sé stesso". Secondo il suo biografo Anshel Pfeffer, all'inizio della carriera cercò di mascherare queste convinzioni. Con il passare degli anni smise di farlo.
Il momento simbolico arrivò il 3 marzo 2015, quando Netanyahu intervenne davanti al Congresso per attaccare l'accordo sul nucleare iraniano voluto da Barack Obama. Il discorso era stato organizzato dallo Speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti senza informare la Casa Bianca: un precedente senza eguali, con un leader straniero invitato dall'opposizione per contestare pubblicamente il presidente in carica.
Eppure Obama era stato uno dei presidenti più favorevoli a Israele. Da candidato aveva parlato della propria "grande affinità" con il primo movimento sionista e aveva definito uno Stato ebraico sicuro "un'idea fondamentalmente giusta". Da presidente firmò il più grande pacchetto di aiuti militari mai concesso dagli Stati Uniti a un altro Paese.
Netanyahu, invece, lo trattò rapidamente come un avversario politico: lo corresse davanti alle telecamere nello Studio Ovale, utilizzò quelle immagini nella propria campagna elettorale e nel 2012 lasciò intendere di preferire apertamente Mitt Romney. Queste scelte accelerarono l'allontanamento della sinistra americana, già influenzata dallo stallo del processo di pace, dall'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e dalla crescente mobilitazione filo-palestinese nei campus universitari. Anziché cercare di preservare il consenso bipartisan, Netanyahu contribuì a collocare Israele sempre più nettamente nel campo repubblicano.
Con Donald Trump questa strategia ha raggiunto il suo apice. Netanyahu arrivò a definirlo "il più grande amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca". Ha fatto affiggere manifesti con le loro strette di mano, ha dedicato a Trump l'insediamento di Trump Heights e i suoi alleati hanno proposto perfino di intitolargli una stazione ferroviaria vicino al Muro Occidentale. In cambio Trump ha trasferito, nel corso del suo primo mandato, l'Ambasciata americana a Gerusalemme, ha ritirato gli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare iraniano e rinunciato a fare pressioni su Israele per rilanciare il negoziato con i palestinesi.
Ma legando così strettamente Israele alla figura di Trump, Netanyahu ha finito per ereditarne anche le divisioni politiche. Molti esponenti della comunità ebraica americana e del Partito Democratico lo avvertirono che stava commettendo un errore strategico. Lui ha sempre ignorato quei consigli.
Gaza, Biden e il costo politico
Joe Biden ha fatto probabilmente più di qualsiasi suo predecessore per sostenere Israele dopo il massacro del 7 ottobre. Subito dopo l'attacco è volato personalmente nel Paese, per garantirgli appoggio militare e diplomatico e ha difeso l'offensiva militare israeliana a Gaza nonostante le crescenti critiche dell'ala sinistra del Partito Democratico. Col tempo ha maturato però la convinzione che eliminare Hamas fosse irrealistico e che il costo umano della guerra stesse diventando insostenibile.
Netanyahu ha ricambiato ignorando quasi tutti i suggerimenti della precedente Amministrazione americana. Nel giugno 2024 ha pubblicato un video in inglese rivolto chiaramente al pubblico statunitense, in cui ha accusato Washington di rallentare le forniture militari e sostenuto che Biden gli impedisse di vincere la guerra. L'accusa era fortemente esagerata: la Casa Bianca aveva sospeso soltanto una fornitura relativa a un unico tipo di bomba. Così, mentre Biden pagava un prezzo politico crescente per aver deciso di difendere Israele, Netanyahu lo attaccava da destra.
Alle primarie democratiche del Michigan del 2024 oltre 100.000 elettori votarono "uncommitted" per protestare contro la gestione della guerra a Gaza. Quella protesta si trasformò progressivamente in una contestazione del tradizionale sostegno democratico a Israele. Anche AIPAC, il gruppo di pressione che per decenni aveva consolidato il consenso bipartisan, è diventato il bersaglio di una parte crescente del partito.
Gavin Newsom, Cory Booker, Ruben Gallego e Seth Moulton, tutti esponenti moderati, hanno annunciato che non accetteranno più finanziamenti da AIPAC. Molti democratici sono arrivati alla conclusione che difendere Israele non offra più vantaggi politici. A pesare non è soltanto il cambiamento dell'elettorato, ma anche la convinzione che Netanyahu non ricambi la lealtà dei presidenti americani che lo sostengono.
A questa trasformazione hanno contribuito anche le scelte del governo israeliano. Nel 2022 Netanyahu ha portato nella propria coalizione Itamar Ben-Gvir, erede politico del rabbino Meir Kahane, e lo ha nominato Ministro della Sicurezza Nazionale. Ben-Gvir ha sostenuto che non dovesse entrare a Gaza "neppure un grammo di cibo" e ha promosso l'"emigrazione volontaria" dei palestinesi della Striscia. Le sue dichiarazioni sono diventate uno degli elementi citati nei procedimenti che contestano a Israele un intento genocida. Netanyahu non lo ha mai realmente sconfessato, anche perché il suo partito è indispensabile per mantenere in vita la coalizione di governo.
Il primo ministro avrebbe potuto prendere decisioni capaci di migliorare l'immagine internazionale di Israele come garantire l'afflusso degli aiuti umanitari, presentare un piano credibile per il futuro di Gaza o aprire a un percorso verso uno Stato palestinese. Secondo Foer, non lo ha fatto perché ciascuna di queste scelte avrebbe potuto far cadere il governo e mettere a rischio anche la sua posizione giudiziaria.
Nemmeno la prospettiva di una storica normalizzazione con l'Arabia Saudita è bastata a cambiare rotta. Riyadh chiedeva un solo impegno: l'avvio di un percorso credibile verso la nascita di uno Stato palestinese. Netanyahu ha però rifiutato, temendo di perdere il sostegno della destra più radicale. Così Israele ha continuato a combattere senza una strategia politica per il dopoguerra. Sul piano militare ha affrontato Hamas, Hezbollah e l'Iran. Su quello diplomatico, invece, ha progressivamente perso il sostegno dell'opinione pubblica americana.
Oggi gli indipendenti statunitensi simpatizzano più per i palestinesi che per gli israeliani, il 60% degli adulti ha un'opinione negativa di Israele, la maggioranza dei repubblicani sotto i 45 anni è contraria al rinnovo del pacchetto di aiuti militari firmato da Obama e anche tra i giovani evangelici il sostegno allo Stato ebraico è in forte calo.
L'estremismo anti-israeliano nei campus americani esisteva già prima del 7 ottobre e chi era ostile a Israele avrebbe probabilmente trovato comunque un motivo per esserlo. Ma il consenso politico perso negli Stati Uniti avrà effetti di lungo periodo. Secondo Foer, il vero fallimento di Netanyahu non è aver assistito a questo cambiamento, bensì non aver mai davvero cercato di impedirlo. Ha avuto più volte l'occasione di cambiare rotta, ma ogni scelta che avrebbe potuto rafforzare la posizione internazionale di Israele avrebbe indebolito la sua coalizione e complicato la sua situazione giudiziaria. Alla fine ha sempre scelto di proteggere sé stesso.
