Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha chiesto a Donald Trump di intervenire militarmente contro gli Houthi, la milizia yemenita alleata dell'Iran, ma il presidente ha rifiutato. Giovedì scorso, come aveva rivelato Axios, il principe aveva chiamato Trump due volte mentre gli Houthi avanzavano verso la città costiera di Mokha e, durante la seconda telefonata, gli aveva chiesto di ordinare raid americani. Secondo il New York Times, il rifiuto ha lasciato Riyadh sempre più frustrata e delusa del comportamento della Casa Bianca proprio mentre l'Arabia Saudita si trova sempre più esposta nella guerra tra Stati Uniti e Iran. "In questo momento i sauditi sono davvero frustrati. In un certo senso è il loro scenario da incubo", ha detto al quotidiano Michael Ratney, ex ambasciatore americano a Riyadh.
L'Arabia Saudita sempre più esposta
Nei primi mesi del conflitto il regno saudita era rimasto relativamente al riparo dalle rappresaglie iraniane, a differenza dei Paesi vicini. Ora, mentre non si intravede ancora una fine delle ostilità e Teheran cerca di aumentare la pressione sugli Stati Uniti, l'Arabia Saudita è diventata uno dei suoi principali bersagli. Il Paese, che prima della guerra era il maggiore esportatore mondiale di petrolio, è stato colpito nelle ultime due settimane da gruppi sostenuti dall'Iran da est, sud e nord.
Il 31 agosto la Sidr, una petroliera della compagnia di Stato Bahri, è stata colpita nello Stretto di Hormuz e due marinai filippini sono morti e Riyadh ha accusato l'Iran. L'8 settembre gli Houthi hanno attaccato con missili e droni gli impianti di Saudi Aramco ad Abha, Najran e Jazan, ferendo 73 persone. Venerdì, dopo aver dichiarato a luglio un embargo sul petrolio saudita diretto verso il Mar Rosso, hanno battuto le forze yemenite alleate di Riyadh e conquistato l'isola strategica di Perim, nello Stretto di Bab el-Mandeb, arrivando così a controllare l'intera costa yemenita sul Mar Rosso.
Giovedì 10 settembre, secondo il Ministero dell'Energia saudita, alcuni droni partiti dall'Iraq avevano inoltre colpito l'oleodotto Est-Ovest nelle regioni di Riyadh e Medina, costringendo le autorità a chiuderlo per precauzione. L'Arabia Saudita ha attribuito l'attacco a una milizia irachena sostenuta dall'Iran, anche se nessun gruppo lo ha rivendicato. Il governo di Baghdad ha poi rimosso un comandante militare della provincia di Maysan, da dove, secondo le indagini, sarebbero partiti i droni.
L'oleodotto attraversa il regno dai giacimenti vicini al Golfo Persico fino ai terminal di esportazione sul Mar Rosso e può trasportare 7 milioni di barili al giorno. Dopo che l'Iran aveva di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, era diventato la principale via alternativa per il greggio saudita. Ad agosto l'amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, aveva affermato che la condotta aveva contribuito a stabilizzare i mercati più del massiccio rilascio di riserve strategiche guidato dagli Stati Uniti.
Il petrolio sfiora i 110 dollari
Riyadh non ha comunicato l'entità dei danni né per quanto tempo l'oleodotto resterà chiuso. Secondo Andy Lipow, presidente di Lipow Oil Associates, una stazione di pompaggio sembra essere stata gravemente danneggiata: i sauditi potrebbero però aggirarla e riavviare il flusso a capacità ridotta, ma "a giudicare dalle immagini online, ci vorranno mesi per le riparazioni".
Non meraviglia quindi che lunedì il Brent, il riferimento internazionale, ha chiuso in rialzo dell'1% a 105,68 dollari al barile, dopo aver sfiorato i 110 dollari durante la seduta. Il greggio americano è salito dell'1,3% a 101,39 dollari. La settimana precedente i prezzi erano già aumentati di circa il 9%.
Secondo Janiv Shah, analista di Rystad Energy, la reazione relativamente contenuta mostra che il mercato confida ancora nelle scorte saudite per sostenere le esportazioni nel breve periodo, ma la situazione "potrebbe cambiare rapidamente" se l'interruzione superasse i 5-7 giorni attualmente coperti dalle riserve. Matt Smith, direttore della ricerca sulle materie prime di Kpler, stima che una chiusura di un mese, con l'esaurimento delle scorte nel porto di Yanbu, sul Mar Rosso, sottrarrebbe al mercato 120 milioni di barili, con un effetto "molto pesante sui prezzi, soprattutto in una fase in cui il mercato globale è già a corto di barili".
Anche nello Stretto di Hormuz la situazione resta precaria. Lunedì i Guardiani della rivoluzione iraniani hanno sostenuto, secondo l'agenzia Fars, che una petroliera battente bandiera panamense, la El Gaia, fosse esplosa e avesse preso fuoco dopo aver urtato delle mine nello Stretto, senza precisare quando sarebbe avvenuto l'incidente. Il Comando Centrale americano (CENTCOM) ha però smentito questa versione: secondo i militari statunitensi, la nave era stata colpita il mese scorso da un missile iraniano, che l'aveva messa fuori uso, e poi nuovamente nel fine settimana da un drone iraniano mentre si trovava al largo dell'Oman. La petroliera è stata ora rimorchiata da un Paese partner della regione.
"La falsa affermazione dei Guardiani della Rivoluzione è l'ennesimo esempio delle loro menzogne e dei loro tentativi di intimidazione, mentre cercano di ostacolare le navi commerciali nello stretto", ha scritto il CENTCOM su X.
🚫 CLAIM: Iran's Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) claims a Panama-flagged oil tanker recently struck a naval mine in the Strait of Hormuz. This is FALSE.
— U.S. Central Command (@CENTCOM) September 14, 2026
✅ FACT: The Panama-flagged oil tanker El Gaia was struck by an Iranian missile last month and rendered inoperable.… pic.twitter.com/JXi2X8d5oV
Secondo il Ministero degli Esteri indiano, 13 dei 14 marinai indiani a bordo sono stati salvati e proseguono le ricerche dell'unico disperso. La nuova dichiarazione iraniana arriva tre settimane dopo il post su Truth Social con cui Trump, il 25 agosto, aveva assicurato che "tutte le mine sono state rimosse e/o fatte esplodere" nelle acque internazionali dello Stretto di Hormuz.
Riyadh punta sulla diplomazia
Il rifiuto di Trump di aiutare l'Arabia Saudita pesa ancora di più perché da anni il governo di Mohammed bin Salman, sovrano di fatto del Paese, ha investito miliardi di dollari e un considerevole capitale politico nella costruzione di rapporti personali con il presidente e con la sua famiglia. "Un Paese come l'Arabia Saudita investe così tanto in una partnership di sicurezza con gli Stati Uniti proprio per evitare un'eventualità del genere", ha detto Ratney.
Riyadh non vuole affrontare da sola gli Houthi, anche perché la precedente campagna militare saudita contro il gruppo yemenita si è trasformata in un conflitto logorante durato dieci anni. "Serve un sostegno internazionale, non solo dell'Arabia Saudita e dei Paesi della regione", ha scritto sabato Abdulrahman al-Rashed, editorialista vicino al governo, su un quotidiano di proprietà saudita.
Trump, tuttavia, appare poco disposto a lasciarsi trascinare in un nuovo fronte. "Già alle prese con un conflitto senza scadenza con l'Iran, con una Marina sovraccarica e scorte di munizioni in calo, non sorprende che non voglia aprire questo nuovo fronte. Ma per i sauditi è una delusione amara", ha detto al New York Times Dan Shapiro, ex alto funzionario del Pentagono per il Medio Oriente durante l'Amministrazione Biden.
Sabato, a Dublino, il presidente ha detto ai giornalisti che gli Houthi "ci hanno chiamato e non vogliono combattere con noi" e ha aggiunto, riferendosi all'Arabia Saudita: "C'è solo un Paese con cui non sono molto contenti e sistemeremo la cosa". Mohammed al-Bukhaiti, esponente politico degli Houthi, ha però negato qualsiasi contatto: "Non abbiamo comunicato con Trump, né gli abbiamo chiesto di non attaccarci".
Gli Stati Uniti continueranno comunque a fornire ai sauditi informazioni di intelligence sugli Houthi e dati sugli obiettivi. In Arabia Saudita sono già presenti circa 200 militari americani con compiti di supporto non combattente proprio per questo motivo. Un alto funzionario dell'Amministrazione ha spiegato ad Axios che Washington si concentra sulla libertà di navigazione nel Mar Rosso e intende mettere i partner regionali nelle condizioni di guidare la gestione delle crisi nell'area. Il viceammiraglio in pensione John W. Miller, ex comandante della Marina americana in Medio Oriente, ha detto al New York Times che un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in Yemen resta comunque un'ipotesi sul tavolo.
Anche il dialogo con Teheran ha prodotto finora pochi risultati. L'incontro tra Iran e Paesi arabi del Golfo sulla situazione a Hormuz, previsto per lunedì a Salalah, in Oman, è stato rinviato improvvisamente domenica sera, senza che fosse fissata una nuova data e con le posizioni dei vari Paesi ancora molto distanti. Secondo la stampa del Golfo, proprio Riyadh aveva chiesto all'ultimo minuto di modificare la proposta di Iran e Oman sullo stretto, temendo che consolidasse uno status quo per lei inaccettabile, mentre il Bahrein aveva fatto sapere che non avrebbe partecipato. "Nell'interesse del consenso, la riunione regionale prevista per domani a Salalah è stata rinviata", ha scritto il Ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi.
Per Barbara Leaf, ex assistente Segretaria di Stato per il Vicino Oriente, intervistata dal New York Times, Riyadh continuerà comunque a puntare sulla diplomazia perché, nonostante anni di bombardamenti sauditi, americani e israeliani contro gli Houthi, "nessuno è in grado di trovare una soluzione militare". Il regno saudita potrebbe cercare insieme ai vicini e all'Iran un "insieme di accordi sgradevoli" per porre fine alla guerra, oppure rivolgersi alla Cina, che nel 2023 aveva già mediato il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran, poi progressivamente logoratosi, anche se gli sforzi diplomatici di Pechino nella regione non hanno finora prodotto paci durature.
