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Gli Stati Uniti sono tornati a bombardare l'Iran dopo l'attacco alle basi americane in Giordania
U.S. Air Force photo by Staff Sgt. William Rio Rosado
Politica estera 5 min di lettura

Gli Stati Uniti sono tornati a bombardare l'Iran dopo l'attacco alle basi americane in Giordania

Colpite decine di obiettivi nella notte. Il conflitto si allarga con l'ingresso dell'Arabia Saudita e un drone su una nave americana in Egitto, mentre l'amministrazione è divisa sulla strategia

Gli Stati Uniti sono tornati a bombardare l'Iran nella notte tra mercoledì e giovedì. Il Comando centrale americano (CENTCOM), che dirige le operazioni militari in Medio Oriente, ha parlato di una "pesante ondata" di attacchi contro decine di obiettivi e l'ha definita una "risposta potente" all'attacco missilistico tentato dall'Iran contro le basi americane in Giordania. I raid sono iniziati alle 20 di mercoledì, ora di Washington (le 2 di giovedì in Italia) e si sono conclusi quando in Iran erano circa le 5:30 del mattino. Secondo un funzionario americano l'operazione, pur più ampia delle precedenti, non ha segnato un ritorno alle operazioni di combattimento su larga scala.

I bombardamenti hanno colpito centri di comando militari, impianti per missili e droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e mezzi navali. Secondo i media di stato iraniani gli attacchi hanno interessato le province meridionali di Hormozgan e Khuzestan, il cuore delle riserve e delle raffinerie di petrolio del paese, con esplosioni ad Abadan, Bushehr e sulle isole di Qeshm e Kish. La televisione di stato ha riferito che uno degli attacchi ha centrato una casa sull'isola di Qeshm, dove i soccorritori cercano due persone rimaste intrappolate sotto le macerie.

La rappresaglia era attesa da quando, nella notte tra martedì e mercoledì, l'Iran aveva lanciato a sorpresa cinque missili balistici contro le basi in Giordania usate dalle truppe americane, il primo attacco diretto dopo giorni di calma relativa. Tutti i colpi sono stati intercettati dai sistemi di difesa antiaerea Patriot. Mercoledì il presidente Donald Trump aveva promesso una reazione dura: "Li colpiremo molto duramente, perché è il nostro turno di colpirli", ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale. In mattinata aveva dichiarato a Fox News che gli iraniani "prenderanno una batosta". A bombardamenti conclusi, l'esercito giordano ha fatto sapere di avere abbattuto giovedì mattina altri cinque colpi lanciati dall'Iran, senza vittime.

L'attacco iraniano ha fatto saltare la tregua di fatto in vigore da venerdì, quando le due parti avevano sospeso i raid per dare spazio ai negoziati mediati dall'Oman su un meccanismo per il passaggio delle navi nello stretto di Hormuz, da cui transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale. I colloqui sono falliti martedì, quando l'Iran ha respinto la proposta di una gestione condivisa dello stretto per rivendicarne un controllo maggiore. Poche ore dopo la fine delle discussioni sono partiti i missili verso la Giordania.

La guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele in cui è stato ucciso l'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran per quasi 37 anni, è entrata nel sesto mese. Al vertice del regime è salito il figlio Mojtaba, considerato più intransigente del padre e, secondo le valutazioni dell'intelligence americana, più propenso a dotarsi di un'arma nucleare. Ad aprile Washington e Teheran avevano concordato un cessate il fuoco temporaneo e a giugno il presidente aveva firmato a Versailles un memorandum d'intesa, un primo accordo per porre fine alle ostilità che secondo la Casa Bianca l'Iran ha poi violato. All'inizio di luglio il presidente aveva dichiarato conclusa la tregua promettendo un "attacco massiccio".

Nella stessa notte dell'attacco alla Giordania l'Arabia Saudita è entrata direttamente in guerra: i suoi caccia hanno bombardato insieme a quelli americani le milizie filo-iraniane in Iraq, la prima partecipazione ai combattimenti riconosciuta pubblicamente da Riad. L'operazione è stata la risposta a più di 30 attacchi con droni lanciati in tre giorni contro le forze americane e le infrastrutture petrolifere saudite, condotti secondo Washington sotto la direzione dei Guardiani della rivoluzione, il principale corpo militare del regime iraniano. Le Forze di mobilitazione popolare, l'organizzazione che riunisce le milizie sciite irachene formalmente integrate nelle forze di sicurezza di Baghdad, hanno detto che almeno 20 dei loro combattenti sono stati uccisi; secondo un funzionario americano tra le vittime ci sono circa 20 consiglieri militari iraniani. Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi ha definito i raid "un'aggressione inaccettabile" e ha annullato un incontro previsto con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, mentre le milizie hanno promesso una risposta "inevitabile".

Per la prima volta è stato colpito anche l'Egitto: secondo le società di sicurezza marittima un drone ha centrato la Energos Winter, una nave americana per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto ormeggiata nel porto mediterraneo di Damietta, provocando un incendio che si è esteso a una seconda nave senza causare feriti. Nel Mar Rosso i ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall'Iran, dal 20 luglio impongono un blocco alle navi legate all'Arabia Saudita e hanno rivendicato un nuovo attacco a una petroliera saudita.

Il petrolio è tornato a salire: il Brent, il riferimento globale, è aumentato di quasi l'8 per cento sfiorando i 91 dollari al barile, dopo avere superato quota 100 meno di una settimana fa e avere poi ripiegato durante la pausa dei combattimenti. Dall'inizio della guerra il greggio è salito di oltre il 20 per cento, il traffico nello stretto di Hormuz resta sotto un decimo dei livelli precedenti al conflitto e la benzina negli Stati Uniti costa in media 4,09 dollari al gallone (circa 3,8 litri), il 37 per cento in più rispetto a fine febbraio.

"Dopo tutto questo tempo, non c'è unità": così un funzionario americano ha descritto alla NBC News le discussioni dentro l'amministrazione sulla strategia da seguire. Secondo l'emittente il presidente, descritto come "esasperato" da un alleato che ne ha parlato con lui nelle ultime settimane, la settimana scorsa ha perso la calma durante una riunione con alcuni dei suoi principali responsabili della sicurezza nazionale, arrivando a urlare parolacce; la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha smentito la ricostruzione. L'amministrazione non concorda nemmeno sull'obiettivo della guerra, cioè se sia impedire all'Iran di ottenere un'arma nucleare, tenere aperto lo stretto di Hormuz o eliminare il programma iraniano di missili e droni. Questa incertezza ha reso molto difficile pianificare una via d'uscita. "Abbiamo avuto una serie di vittorie tattiche, ma stiamo affrontando una sconfitta strategica senza una chiara linea politica o una decisione su dove tutto questo stia andando", ha detto il funzionario.

Dentro il gabinetto il capo del Pentagono Pete Hegseth resta il più convinto sostenitore dell'uso della forza per costringere Teheran a trattare, mentre il vicepresidente JD Vance ha spinto in privato per la via diplomatica e il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, ha avvertito che una ripresa dei combattimenti su larga scala ridurrebbe pericolosamente le scorte americane di missili intercettori. Questa settimana al presidente dovrebbero essere presentate opzioni militari ampliate, che comprendono attacchi ai gruppi armati alleati dell'Iran nella regione. Venerdì è in programma una riunione di gabinetto a Camp David.

Martedì il presidente aveva ricevuto alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nel loro primo incontro di persona dall'inizio della guerra. Secondo quanto riferito ad Axios da un alto funzionario israeliano, i due hanno esaminato per 90 minuti tre opzioni: un accordo negoziato con Teheran, su cui Netanyahu si è detto scettico; la prosecuzione del blocco navale accompagnata da una maggiore pressione economica; la ripresa e l'intensificazione dei bombardamenti. Netanyahu non ha indicato una preferenza e ha detto al presidente che la decisione spetta a lui. Il presidente ha espresso preoccupazione per l'impatto della guerra sui mercati dell'energia e sull'economia globale, mentre il funzionario israeliano ha descritto un'economia iraniana in grave difficoltà, con carenza di carburante, code ai distributori e piccole proteste che preoccupano il regime. Su Mojtaba Khamenei il funzionario ha detto: "È vivo, ma nessuno può testimoniare di averlo davvero visto".

I sondaggi più recenti di CNN e dell'università Quinnipiac registrano quote record di americani contrari alla guerra o critici verso la gestione del presidente. Molti repubblicani temono che il rincaro della benzina costi caro al partito alle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato. Dal 28 febbraio sono stati uccisi 18 militari americani e più di 600 sono rimasti feriti. Il presidente insiste che i negoziati con Teheran proseguono, mentre il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha detto questa settimana che non ci sono "negoziati con la parte americana".

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