Gli Stati Uniti hanno fermato i bombardamenti sull'Iran dopo tredici notti consecutive di raid. Il presidente Donald Trump ha ordinato ai militari di non colpire venerdì e sabato le operazioni erano "in sospeso", secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa. La decisione è arrivata al termine di una riunione alla Casa Bianca in cui il presidente si era confrontato con i vertici militari e i membri del gabinetto per decidere se allargare la guerra.
Il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, hanno espresso dubbi sull'escalation durante quella riunione: lo ha rivelato la CNN. Caine ha detto a Trump che le opzioni militari sul tavolo si potevano eseguire con successo, poi ha messo in guardia sulle conseguenze possibili.
Il generale ha insistito soprattutto sulle scorte di munizioni americane, che si stanno assottigliando. Le riserve di intercettori antimissile Patriot (il sistema che protegge le basi americane della regione dai missili iraniani) sono il vincolo principale.
Le discussioni riservate si sono concentrate sull'inventario in calo delle difese aeree americane in Medio Oriente, secondo il New York Times. Caine ha avvertito in privato che riprendere le grandi operazioni di combattimento era fattibile ma avrebbe ridotto in modo pericoloso gli intercettori a disposizione del Central Command (il comando militare americano responsabile del Medio Oriente). Lo stesso giornale aveva riferito in aprile che il Pentagono aveva già usato più di 1.200 intercettori Patriot, ciascuno da oltre 4 milioni di dollari. I militari dicono che da allora la situazione è peggiorata.
Sulla decisione pesano anche il timore di una guerra che si allarga a tutto il Medio Oriente, l'allontanamento degli alleati del Golfo esposti agli attacchi iraniani, una nuova stretta sull'economia mondiale e le crisi energetica e migratoria in crescita.
Tre soldati americani sono stati uccisi in Giordania venerdì della settimana scorsa, quando un missile balistico ha superato le difese aeree impegnate a respingere un'ondata di missili e droni iraniani. In quindici giorni gli attacchi iraniani contro obiettivi americani in Medio Oriente hanno ucciso quattro militari.
Le basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti sono sotto tiro pesante. Un attacco americano di grandi dimensioni avrebbe con ogni probabilità provocato una rappresaglia più dura, caricando ancora le difese aeree.
Il missile che l'Iran usa di più è il Kheibar Shekan, un'arma economica e mobile con una gittata di almeno 1.450 chilometri. In alcune versioni la testata si stacca nella fase finale del volo e un piccolo motore le permette di correggere la direzione mentre si avvicina al bersaglio a quasi 10.000 chilometri orari, un comportamento che rende più difficile individuarla e abbatterla.
Gli americani e i loro partner hanno abbattuto la maggior parte di questi missili, ma alcuni colpi sono passati. Un intercettore americano o israeliano costa tra 2 e 15 milioni di dollari a seconda del sistema, molto più dell'arma che deve fermare. "Gli iraniani hanno capito durante la guerra che i Kheibar Shekan sono ottimi perché costano poco, sono flessibili nei sistemi di lancio e sono piuttosto efficaci", ha detto al Wall Street Journal Nicole Grajewski, esperta di strategia iraniana a Sciences Po.
Da quando la tregua è saltata, Teheran ha colpito ripetutamente gli alloggi dei militari americani nelle basi della regione e i radar che reggono le difese aeree.
"Il presidente Trump è sempre stato coerente nel dire che preferisce una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere tutte le opzioni se l'Iran prosegue le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati", ha dichiarato il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung. Tra le sanzioni che hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e i tredici giorni di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, "sarebbe saggio che l'Iran lavorasse a un accordo negoziato".
Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha detto che le forze armate americane hanno "tutto quello che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".
Pochi nella cerchia ristretta del presidente e dentro il Pentagono ritenevano che l'escalation avrebbe prodotto i risultati sperati. Un alto funzionario americano ha detto di dubitare che riprendere le grandi operazioni di combattimento avrebbe riportato l'Iran al tavolo delle trattative, perché i raid ottengono l'effetto opposto: tengono compatto il paese e permettono ai suoi leader di spostare l'attenzione su una minaccia esterna.
Molti consiglieri, tra cui il genero del presidente Jared Kushner, indicano una strada meno rischiosa fatta di negoziati e pressione economica prolungata.
In pubblico Trump ha tenuto aperte entrambe le possibilità. "Siamo pronti a fare fuoco", ha detto ai giornalisti venerdì pomeriggio. "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di svolta, forse no." Giovedì aveva detto ad Axios di stare valutando "un attacco massiccio" e "più grande che mai".
Venerdì ha ricevuto dai militari un piano di attacco come quelli che aveva approvato ogni pomeriggio per due settimane, ma non ha dato il via libera: lo ha rivelato Axios. Poco dopo ha detto che la strategia "più intelligente" è "fare un accordo".
L'ordine di sospendere i raid è arrivato alcune ore dopo l'arrivo a Teheran di una delegazione dell'Oman, che sta discutendo una nuova intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel negoziato ci sono stati progressi e un accordo tra Oman e Iran potrebbe arrivare nel fine settimana, dopodiché toccherebbe a Trump decidere se accettarlo.
Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, venerdì sera, il presidente ha detto di non credere che l'Iran sia pronto a un accordo in questo momento, "ma sono disposto ad ascoltare".
Il gabinetto di sicurezza israeliano e le forze armate si aspettavano un nuovo round di attacchi americani venerdì e si erano preparati a un'offensiva di grandi dimensioni che avrebbe potuto provocare una rappresaglia iraniana contro Israele. Gli israeliani sono stati informati solo venerdì sera che Trump non aveva approvato altri raid.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu arriva negli Stati Uniti lunedì e incontrerà il presidente martedì. È la prima visita da quando a febbraio ha sostenuto l'offensiva congiunta contro l'Iran, cominciata poche settimane dopo.
Il Pentagono ha continuato a spostare mezzi e rifornimenti in Medio Oriente. Sono arrivati caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, che si aggiungono a decine di aerei e droni d'attacco già schierati nelle basi a terra e su due portaerei.
I bombardieri B-2 e B-52 negli Stati Uniti sono in stato di allerta e questa settimana un B-1B partito dalla Gran Bretagna ha colpito obiettivi dei Guardiani della rivoluzione. Quasi venti navi da guerra sono in posizione nel Mar Arabico o nelle acque vicine e circa 50.000 militari americani nella regione e in Europa sono assegnati alla missione.
In quindici giorni il Central Command ha colpito più di mille obiettivi, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni cominciata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. I raid hanno preso di mira radar costieri, lanciatori di missili antinave e la flotta di piccole imbarcazioni d'assalto iraniane, oltre a un numero crescente di ponti ferroviari che servono ai civili ma permettono anche di rifornire la costa meridionale vicino allo stretto.
Il blocco navale sulle navi dirette ai porti iraniani o in partenza da quelli ha dato risultati parziali. Dal 14 luglio il Central Command ha dirottato dodici navi commerciali, ne ha messe fuori uso due e ne ha ispezionate altre due.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto martedì che la Cina ha ridotto di circa il 40% gli acquisti di greggio iraniano negli ultimi mesi. Venerdì il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato nove aziende e quattro persone legate al finanziere iraniano Babak Zanjani.
Stati Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello sulla creazione di una coalizione internazionale per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, a cui dovrebbero partecipare il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Caine. Washington vuole che gli alleati mandino nella regione mezzi antimine, navi militari e droni. La riapertura dello stretto alle navi commerciali è il passaggio decisivo di qualsiasi via d'uscita americana dalla guerra.
Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile venerdì, con il Brent salito di oltre il 7% fino a 100,95 dollari prima di scendere intorno a 98.
L'Ucraina ha colpito nel Mar Caspio una nave cargo che trasportava forniture militari tra Iran e Russia uccidendo un membro dell'equipaggio. Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, hanno rivendicato attacchi contro due impianti energetici sauditi sul Mar Rosso in risposta ai raid sauditi sulle zone che controllano in Yemen.
Non è chiaro se la pausa continuerà. Le forze armate americane stanno ancora preparando i piani per un eventuale ritorno alle grandi operazioni di combattimento, ma il presidente non ha dato ordini in quella direzione e in caso di ripresa dei raid i militari possono muoversi con un preavviso breve. La guerra dura da quasi cinque mesi.
