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L'Iran alza la posta, la guerra corre sulle rotte del petrolio
Navi da guerra e velivoli della U.S. Navy nel Mar Arabico, 30 giugno 2026, durante le operazioni americane nella regione. Credito: U.S. Central Command Public Affairs / U.S. Navy — opera del governo degli Stati Uniti; foto ritagliata.
Politica estera 6 min di lettura

L'Iran alza la posta, la guerra corre sulle rotte del petrolio

Teheran torna a minacciare lo Stretto di Hormuz, gli Houthi colpiscono gli impianti di raffinazione sauditi e Washington studia come raggiungere i siti nucleari più profondi. Intanto il greggio sale e cresce il peso politico del caro energia.

La guerra tra Stati Uniti e Iran sta entrando in una fase più pericolosa, nella quale il confronto militare, il controllo delle rotte petrolifere e la pressione economica si intrecciano sempre più strettamente. Teheran ha segnalato di essere pronta ad alzare il livello dello scontro, gli Houthi hanno colpito infrastrutture energetiche saudite e Washington sta valutando come neutralizzare impianti nucleari iraniani scavati tanto in profondità da mettere alla prova anche le più potenti bombe antibunker americane. Sullo sfondo, il petrolio resta uno dei principali strumenti — e uno dei principali costi — della guerra in corso

Hormuz, petroliere e attacchi all'Arabia Saudita

Martedì le Forze Armate statunitensi hanno annunciato di avere distrutto 5 petroliere iraniane in risposta al tentativo di colpire un'unità della Marina americana. Nel fine settimana Washington ne aveva già attaccate altre 4, una delle quali al largo dell'isola di Kharg. Teheran aveva intanto rivendicato un nuovo attacco missilistico contro una base utilizzata dalle forze statunitensi in Giordania.

Il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf aveva avvertito che l'epoca delle "risposte proporzionate" agli attacchi americani era finita e che gli attacchi contro le basi statunitensi nella regione erano "solo l'inizio". Allo stesso momento Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ha annunciato la creazione di una zona interdetta che dovrebbe comprendere lo Stretto di Hormuz e parte del Golfo Persico.

Negli ultimi dieci giorni, tramite lo Stretto di Hormuz, sono transitate in media circa 10 navi commerciali al giorno, il livello più basso da maggio. Secondo Farzan Sabet, analista del Geneva Graduate Institute citato dal New York Times, Teheran potrebbe ora cercare di riprendere l'iniziativa intensificando lo scontro senza arrivare necessariamente a una nuova guerra aperta, nel tentativo di far salire il prezzo mondiale del petrolio ed alzare così la pressione sul presidente americano.

La pressione si è estesa anche all'altra grande via d'uscita del greggio dalla penisola arabica. Gli Houthi hanno lanciato martedì un'ondata di missili e droni contro il sud dell'Arabia Saudita, ferendo 73 persone e provocando incendi in impianti petroliferi e strutture di servizio. Gli attacchi hanno interessato Abha, Jazan, Najran e Khamis Mushait. Il Ministero saudita dell'Energia ha sospeso temporaneamente le operazioni negli impianti coinvolti e, dopo l'annuncio, il Brent è salito di circa un dollaro, fino a 98 dollari al barile.

Il portavoce militare degli Houthi Yahya Saree ha indicato tra gli obiettivi il polo industriale e logistico di Jazan, impianti di Aramco a Najran e Abha e la base aerea King Khalid. Nella stessa regione si trova la raffineria di Jazan, che ha una capacità di circa 400.000 barili al giorno.

Gli Houthi cercano da settimane di mettere sotto pressione la rotta del Mar Rosso e dello Stretto di Bab el Mandeb, diventata ancora più importante per l'Arabia Saudita da quando il traffico attraverso Hormuz è stato drasticamente ridotto. L'escalation ha ormai fatto saltare la tregua che aveva sostanzialmente retto per quattro anni in Yemen e rischia di riaprire pienamente una guerra civile iniziata nel 2014.

Il petrolio sale, e salgono anche gli investimenti di Trump

L'aumento dei prezzi dell'energia ha avuto anche una conseguenza politicamente delicata a Washington. Secondo un'analisi di CNBC, le nove maggiori partecipazioni di Donald Trump in società petrolifere e del gas hanno portato al presidente guadagni tra 1,5 e 4,4 milioni di dollari tra il 27 febbraio, vigilia della guerra, e il 31 agosto.

Le società in questione sono Chevron, ConocoPhillips, Exxon Mobil, Kinder Morgan, Marathon Petroleum, Occidental Petroleum, Phillips 66, Valero Energy e Williams Companies. I conti del presidente hanno continuato a operare su questi titoli durante il conflitto, con acquisti e almeno 23 vendite fino al 29 giugno, ultima data per la quale sono disponibili comunicazioni.

Alcune operazioni sono avvenute in momenti particolarmente sensibili per il mercato. Ad esempio il 2 marzo, primo giorno di contrattazioni dopo l'attacco statunitense-israeliano all'Iran, dai conti del presidente sono partiti acquisti di azioni di otto società energetiche, compreso un investimento in Exxon compreso tra 100.000 e 250.000 dollari. Il 23 marzo, dopo che Trump aveva rinviato attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane facendo scendere il Brent di quasi l'11%, risultano 16 acquisti e nessuna vendita.

Il 7 aprile da uno dei conti del presidente è partito un ordine di vendita tra 500.000 dollari e un milione di dollari di azioni Exxon poco più di due ore e mezza prima che Trump annunciasse una tregua di due settimane con Teheran. Il giorno successivo il titolo ha aperto in calo di oltre il 6%.

CNBC sottolinea però di non avere trovato prove che Trump o i gestori del suo patrimonio abbiano effettuato operazioni sulla base di informazioni riservate sulle decisioni presidenziali, né che gli interessi finanziari personali abbiano influenzato la politica dell'Amministrazione Trump. La Casa Bianca sostiene inoltre che né Trump né i suoi familiari possono impartire istruzioni ai gestori, ai quali sarebbero affidate tutte le decisioni di investimento.

La questione resta comunque delicata perché il presidente continua a conoscere la composizione generale del proprio patrimonio. Scott Greytak, di Transparency International U.S., sostiene che un conto a gestione discrezionale non equivalga certo a un blind trust e non elimini quindi il potenziale conflitto tra decisioni pubbliche e interessi privati.

La guerra ha intanto trasformato i bilanci delle compagnie energetiche. Le nove società presenti nel portafoglio presidenziale hanno chiuso il secondo trimestre con 47,6 miliardi di dollari di utili complessivi, circa tre volte i 15,9 miliardi registrati nello stesso periodo del 2025. Exxon e Chevron da sole hanno prodotto 26,6 miliardi di profitti.

Secondo la Commissione Economica congiunta del Congresso, a fine 2025 Trump ha dichiarato di aver investito tra 12,5 e 45,6 milioni di dollari in titoli petroliferi e del gas ed al 17 agosto il valore era salito a una forbice compresa tra 17,2 e 61,1 milioni. La minoranza democratica della Commissione stima, allo stesso tempo, che dall'inizio della guerra gli americani abbiano speso 71,5 miliardi di dollari in più per la benzina, circa 604 dollari per famiglia. Sono stime politicamente contestate, ma mostrano quanto il prezzo dell'energia sia ormai diventato parte centrale del dibattito interno sulla guerra.

Pickaxe Mountain, il bersaglio finora risparmiato

Mentre il conflitto si allarga alle infrastrutture energetiche e torna acceso il dibattito sui conflitti di interesse di Trump, resta aperto anche il problema che aveva contribuito a innescare questa guerra: il programma nucleare iraniano. Un'analisi di sei anni di immagini satellitari del Center for Strategic and International Studies, condivisa con CNN, indica una forte accelerazione dei lavori a Pickaxe Mountain, il sito sotterraneo costruito a circa due km dal complesso nucleare di Natanz.

L'impianto, conosciuto in persiano come Kuh-e Kolang Gaz La, è osservato da tempo dalle intelligence occidentali e israeliane. Secondo gli analisti del CSIS potrebbe essere destinato all'assemblaggio di centrifughe, all'arricchimento dell'uranio oppure ad attività collegate alla possibile costruzione di un'arma atomica, come la conversione dell'uranio in metallo. L'intelligence israeliana ritiene possibile che Teheran intenda trasferirvi centrifughe.

Le immagini raccolte nel 2026 mostrano che i lavori sembrano essere passati dallo scavo dei tunnel alla costruzione interna e al rafforzamento degli accessi, con nuove strade asfaltate e un traffico di mezzi mai osservato prima nell'area. Il cantiere ancora attivo suggerisce tuttavia, secondo gli stessi analisti, che il sito probabilmente non sia ancora in grado di arricchire uranio, ammesso che quella sia effettivamente la sua funzione.

Pickaxe è anche uno dei pochi grandi siti nucleari iraniani non ancora colpiti dagli Stati Uniti. Trump ha minacciato più volte un attacco, affermando recentemente che Washington potrebbe colpirlo "molto presto".

Il problema è soprattutto tecnico. La profondità dei tunnel e il granito della montagna potrebbero rendere insufficiente persino la Massive Ordnance Penetrator, la più potente bomba anti bunker convenzionale dell'arsenale americano. Nel giugno 2025, durante l'operazione Midnight Hammer, il Pentagono aveva già dovuto limitarsi a seppellire gli ingressi di una parte del complesso nucleare di Isfahan perché riteneva di non poter distruggere le strutture più profonde.

Pochi giorni prima dell'inizio dell'attuale guerra, la Defense Threat Reduction Agency del Pentagono ha autorizzato con procedura d'urgenza un contratto da 1,2 milioni di dollari per ripristinare un impianto sotterraneo di prova nel poligono di White Sands, in New Mexico. Il sito, anch'esso scavato nel granito, viene utilizzato per studiare gli effetti delle armi contro obiettivi sepolti in profondità.

Tre fonti hanno riferito a CNN che il test era collegato proprio al conflitto con l'Iran e alla ricerca di un sistema capace di raggiungere strutture più profonde di quelle che Washington può oggi distruggere con certezza. Le immagini satellitari mostrano lavori a White Sands cominciati a metà febbraio e proseguiti fino a marzo, ma CNN non ha potuto verificare se il test previsto sia stato effettivamente eseguito.

L'aeronautica statunitense sta già sviluppando una bomba penetrante di nuova generazione destinato a sostituire l'ordigno attuale. Il prototipo è stato commissionato nel settembre 2025 e il Pentagono ha intensificato negli ultimi mesi la pianificazione.

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