Il Pentagono sta affrontando una crisi di bilancio provocata in larga parte dalla guerra contro l’Iran. Alcune linee di finanziamento cruciali potrebbero esaurirsi nel giro di poche settimane, proprio mentre il presidente Donald Trump sta intensificando il conflitto in corso con Teheran. Lo scrive il Washington Post, citando parlamentari e funzionari americani, in carica e non. La stretta finanziaria ha già costretto il Dipartimento della Difesa a ridurre le spese per addestramento e manutenzione, due attività essenziali per garantire la prontezza operativa delle Forze Armate.
La situazione si è ulteriormente aggravata dopo il fallimento del recente accordo di cessate il fuoco. In poco più di una settimana di combattimenti, 4 soldati americani sono stati uccisi e Washington si prepara ora all’eventualità di un conflitto ancora più ampio, con costi che sarebbe destinati inevitabilmente ad aumentare ulteriormente.
Trump aveva avviato la campagna di attacchi aerei alla fine di febbraio, assicurando più volte che si sarebbe conclusa nel giro di poche settimane. La guerra dura invece da mesi e l’Iran, nel frattempo, ha chiuso lo Stretto di Hormuz, snodo vitale per il commercio mondiale di petrolio e fertilizzanti, provocando così forti turbolenze nell’economia globale.
Il mese scorso il direttore dell’Ufficio per la Gestione e il Bilancio della Casa Bianca, Russell Vought, aveva stimato in via preliminare in circa 30 miliardi di dollari il costo del conflitto. Secondo alcuni analisti indipendenti, tuttavia, la spesa reale sarebbe già molto più alta: il calcolo di Vought, ad esempio, non comprende infatti la ricostruzione delle basi americane in Medio Oriente danneggiate dagli attacchi iraniani.
Il Pentagono sta finendo i soldi
La guerra contro l’Iran prosciuga il bilancio della Difesa: alcune linee di finanziamento si esauriscono entro fine luglio, mentre la richiesta di nuovi fondi resta bloccata al Congresso.
chiesti dalla Casa Bianca per continuare le operazioni militari. E ancora fermi.
Miliardi chiesti, stimati, spostati
La richiesta per l’Iran è parte di un pacchetto più ampio. Intanto il Pentagono svuota i capitoli di addestramento e manutenzione per arrivare al 1° ottobre.
Dalla promessa di «poche settimane» allo stallo
«La guerra in Iran è valsa la pena?»
Una guerra che costa in un bilancio già sotto pressione
Addestramenti cancellati e fondi spostati d’urgenza
La Casa Bianca ha perciò chiesto al Congresso uno stanziamento immediato di 67 miliardi di dollari per finanziare le operazioni militari, ma per ora è tutto fermo. La richiesta fa parte di un pacchetto supplementare di fondi da 87 miliardi, che comprende anche risorse per contrastare l’epidemia di Ebola in Africa e aiuti agli agricoltori americani colpiti da calamità naturali.
Questo giovedì però la Camera dei Rappresentanti si prenderà una pausa di circa un mese: un eventuale accordo sui fondi per la guerra, quindi, non potrà arrivare prima di diverse settimane, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni di metà mandato, dove i repubblicani, secondo i sondaggi, rischiano di perdere la loro già risicata maggioranza al Congresso.
“Tutti devono guardare a questa situazione e scuotersi dalla propria inerzia”, ha dichiarato al Washington Post il deputato repubblicano Pat Harrigan, membro della Commissione Forze Armate della Camera. La pressione finanziaria ricade soprattutto sulla Marina e sull’Aeronautica, le due branche delle Forze Armate che hanno schierato navi e velivoli nella regione medio orientale. Harrigan attribuisce lo stallo soprattutto ai democratici, ma riconosce anche le responsabilità del proprio partito:
“Non c’è dubbio che tutti coloro che dovrebbero portare al traguardo il finanziamento del bilancio della Difesa, Pentagono compreso, siano complici di questo stallo”.
Secondo fonti congressuali, alcune voci del bilancio 2026 del Pentagono destinate a coprire le loro operazioni correnti si esauriranno entro la fine del mese. Per arrivare all’inizio dell’anno fiscale 2027, il 1° ottobre, il Pentagono sta quindi già trasferendo risorse da un capitolo all’altro, cancellando esercitazioni e prosciugando i fondi destinati alla manutenzione. Nelle ultime settimane ha inoltre chiesto al Congresso l’autorizzazione a riallocare 4,3 miliardi di dollari, sottraendoli a programmi di addestramento e acquisto di armamenti per destinarli alle esigenze più urgenti, secondo un documento visionato dal Washington Post.
In questo contesto alla Camera i repubblicani stanno preparando un pacchetto da 73 miliardi attraverso la procedura di riconciliazione (per evitare l‘ostruzionismo dei democratici ed approvare i nuovi fondi con i soli voti repubblicani), anche se il leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, ha già messo in dubbio le possibilità di approvazione.
I democratici si oppongono infatti a nuovi finanziamenti per la guerra, mentre persino alcuni esponenti repubblicani favorevoli a ulteriori stanziamenti accusano il Pentagono di scarsa trasparenza. Da settimane il Dipartimento della Difesa non fornirebbe infatti le informazioni richieste dal Congresso, tra cui il numero di armi di precisione ancora disponibili dopo che migliaia di munizioni sono state impiegate contro l’Iran.
Munizioni in calo e consenso ai minimi
Hegseth ha minimizzato le preoccupazioni, dichiarando il mese scorso a CBS News che le scorte americane di armi sono “ottime e continuano a rafforzarsi”. In privato, però, i funzionari del Pentagono mostrerebbero un’ansia ben maggiore: senza nuovi fondi, avvertono, gli Stati Uniti rischiano di non disporre delle munizioni necessarie a dissuadere avversari come Russia e Cina.
Il contesto politico rende ancora più difficile raggiungere un accordo. Il bilancio della Difesa per l’anno in corso ammonta a circa mille miliardi di dollari e l’amministrazione ne ha già chiesti 1.500 solo per il 2027. Un incremento che alimenta un duro confronto a Washington, tra i timori per un debito nazionale arrivato a 39 mila miliardi di dollari e la crescente impopolarità della guerra in Iran.
Secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos, soltanto il 28% degli americani ritiene che il conflitto sia valso la pena, mentre il 68% sostiene il contrario: numeri paragonabili ai giudizi più negativi registrati durante la guerra in Afghanistan.
Al Senato le chance di passaggio di questi fondi sono ulteriormente complicati anche dalle assenze. Mitch McConnell, presidente della sottocommissione per la Difesa, è lontano da Washington da ormai un mese a causa di un infortunio subito, mentre Lindsey Graham è morto improvvisamente l’11 luglio per quella che il medico legale ha indicato in via preliminare come una dissezione aortica.
