Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta dall'Iran, e l'Arabia Saudita si stanno accusando a vicenda di un'escalation che rischia di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente. Yahya Saree, portavoce militare del gruppo militante filo iraniano, ha rivendicato sui social l'abbattimento di un caccia saudita F-15 sopra il governatorato di Marib, nello Yemen, con un missile di fabbricazione locale. In serata gli Houthi hanno diffuso video e fotografie di quello che sarebbe il luogo dello schianto. Secondo un'analisi delle immagini del New York Times, i rottami appaiono compatibili con quelli di un F-15 dell'aeronautica saudita, ma non è stato possibile verificare dove siano state scattate le immagini. Le autorità saudite non hanno commentato la rivendicazione.
Poche ore prima Riyadh aveva annunciato di aver distrutto un drone degli Houthi poco a sud della Mecca, la città più sacra dell'Islam. Secondo il generale Turki al-Maliki, portavoce della coalizione militare a guida saudita in Yemen, il velivolo è stato intercettato prima che entrasse nello spazio aereo interdetto sopra la città. Al-Maliki ha parlato di "un tentativo di terrorizzare i pellegrini" e ha avvertito che la sicurezza dei luoghi santi rappresenta una "linea rossa" per Riyadh. Da parte sua, Saree ha negato che gli Houthi abbiano preso di mira la Mecca, definendo le accuse "invenzioni e menzogne".
L'Organizzazione per la Cooperazione Islamica, che riunisce 57 Paesi, ha condannato quello che ha definito un attacco contro la città santa e le altre operazioni degli Houthi contro l'Arabia Saudita. All'hajj del 2026, concluso a maggio, hanno partecipato poco più di 1,7 milioni di fedeli, in gran parte provenienti dall'estero.
Saree ha inoltre sostenuto che questa settimana i sauditi abbiano condotto oltre 450 raid e che gli Houthi abbiano risposto colpendo una raffineria di Saudi Aramco, la compagnia petrolifera statale saudita, e una base aerea. Farea Al-Muslimi, esperto di Yemen di Chatham House, ha detto al New York Times che la rivendicazione sull'F-15 è plausibile: "Gli Houthi hanno già abbattuto droni in passato e hanno dimostrato di avere proprie capacità terra-aria". Martedì il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito d'urgenza e ha chiesto una de-escalation e la ripresa del dialogo, mentre l'ambasciatore yemenita alle Nazioni Unite, Abdullah al-Saadi, ha accusato gli Houthi di usare il controllo di Bab el-Mandeb come "un'estensione della logica di minaccia e ricatto vista nello Stretto di Hormuz".
Riyadh sotto pressione tra energia e alleanze
Il conflitto tra gli Houthi e la coalizione saudita risale all'intervento militare di Riyadh nel 2015, dopo che il gruppo aveva conquistato la capitale yemenita Sanaa l'anno precedente. La fragile tregua raggiunta nel 2022 si è sgretolata nelle ultime settimane: gli Houthi hanno lanciato una vasta offensiva, strappato territori al governo riconosciuto dalla comunità internazionale lungo la costa del Mar Rosso ed esteso la propria influenza nell'area di Bab el-Mandeb, lo Stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Già a luglio avevano annunciato il blocco dei porti sauditi a sostegno dell'Iran.
Da quando il traffico nello Stretto di Hormuz è stato fortemente ridotto dopo l'inizio, a febbraio, della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, il Mar Rosso è diventato una via alternativa fondamentale per il greggio saudita. Venerdì Riyadh ha però dovuto chiudere l'oleodotto Est-Ovest, che trasporta il petrolio verso i porti del Mar Rosso, dopo un attacco con droni attribuito a una milizia irachena filoiraniana. Con l'infrastruttura fuori servizio, anche le raffinerie della costa occidentale rischiano ora di dover ridurre la produzione. Già ad agosto il regno aveva comunicato all'OPEC una produzione di 6,24 milioni di barili al giorno, su livelli che non si vedevano da oltre tre decenni. Riyadh potrebbe aumentare le esportazioni attraverso Hormuz, ma il rischio di attacchi iraniani resta ancora elevato.
A questa pressione si aggiunge la difficoltà di ottenere un intervento diretto degli alleati. Il 10 settembre Mohammed bin Salman, principe ereditario e leader de facto del regno saudita, avrebbe telefonato due volte a Donald Trump per chiedere un intervento militare americano contro gli Houthi. Washington ha offerto intelligence e altre forme di assistenza, ma il presidente ha rifiutato i raid chiesti da Riyadh. Il 14 settembre il comandante del CENTCOM, l'ammiraglio Brad Cooper, ha incontrato Mohammed bin Salman a Gedda per discutere gli sviluppi regionali. "Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere con noi", ha detto Trump sabato ai giornalisti a Dublino. Gli Houthi hanno successivamente negato che vi siano stati contatti.
Secondo Bloomberg, anche il governo britannico ha approvato l'invio di consiglieri militari, senza però impegnarsi in un sostegno operativo diretto. Nemmeno gli Emirati Arabi Uniti, un tempo partner indispensabili di Riyadh in Yemen, rappresentano più un appoggio sicuro, dopo il deterioramento dei rapporti tra i due Paesi. "Finora i sauditi non hanno potuto contare sulla loro strategia tradizionale, cioè affidarsi a partner e alleati che li tirassero fuori dai guai", ha detto al Telegraph Rob Geist Pinfold, docente di sicurezza internazionale al King's College di Londra.
Entifadh Qanbar, presidente del think tank Future Foundation-USA di Washington, ha detto al Telegraph che la frattura con gli Emirati indebolisce la cooperazione nel Golfo proprio mentre cresce la pressione dell'Iran e delle milizie che sostiene, "sia a nord sia a sud". Secondo Qanbar, Teheran sta usando la propria rete di alleati armati per minacciare le rotte marittime e le forniture energetiche e far salire il prezzo del petrolio, aumentando così la pressione economica su Trump e sui repubblicani prima delle elezioni di midterm. Riyadh ha ampliato nel frattempo i rapporti di sicurezza con Turchia e Pakistan, ma per l'analista Washington e la cooperazione tra i Paesi del Golfo restano indispensabili.
Vision 2030 ha bisogno di stabilità
La crisi militare colpisce direttamente il progetto sul quale Mohammed bin Salman ha costruito gran parte della propria strategia economica: Vision 2030, il programma lanciato nel 2016 per ridurre la dipendenza dell'Arabia Saudita dal petrolio attraverso turismo, intrattenimento, grandi eventi sportivi, nuove città e investimenti per migliaia di miliardi di dollari. Una trasformazione che però presuppone un contesto regionale stabile. "La sua intera strategia si è basata sulla creazione di un ambiente regionale stabile, in cui l'Arabia Saudita potesse concentrarsi sulla trasformazione economica interna", ha detto Pinfold. "Quella strategia oggi è minacciata come mai prima d'ora".
L'intervento in Yemen del 2015 aveva già mostrato i limiti della forza militare saudita: Riyadh non è riuscito né a sconfiggere gli Houthi né a imporre l'accordo politico che auspicava. Dopo aver fallito i suoi obiettivi militari, nel 2023 il regno saudita ha scelto quindi la distensione con l'Iran e cercato un compromesso con gli Houthi.
Secondo Kristian Alexander, analista di sicurezza del Golfo, agli Houthi può bastare far apparire il regno saudita come vulnerabile. Attacchi calibrati possono "aumentare i costi economici, minare la fiducia nella sicurezza saudita, spingere Mohammed bin Salman a negoziare e mostrare i limiti della protezione americana senza per forza provocare una risposta su vasta scala", ha spiegato. Per il principe ereditario, tuttavia, entrambe le opzioni comportano rischi: cedere potrebbe mostrare che missili e droni sono in grado di condizionare la politica saudita, mentre tornare a una guerra su vasta scala significherebbe riaprire uno dei capitoli più costosi degli ultimi anni. "Il regno saudita può infliggere danni enormi agli Houthi, ma non può costringerli ad arrendersi", ha detto Alexander.
Alla crisi militare si aggiungono le difficoltà di alcuni dei progetti simbolo della diversificazione economica. La futuristica The Line, la città lineare lunga 170 chilometri progettata all'interno di Neom, è stata drasticamente ridimensionata. LIV Golf, il circuito nel quale Riyadh ha investito oltre 5 miliardi di dollari, questo mese ha presentato istanza di ristrutturazione ai sensi del Chapter 11 negli Stati Uniti, dopo che il Public Investment Fund (PIF), il fondo sovrano saudita, aveva annunciato che avrebbe interrotto i finanziamenti dopo la stagione 2026. Il PIF continua però a sostenere la procedura di ristrutturazione.
