Donald Trump ha annunciato oggi di aver cancellato l'attacco contro l'Iran che la sua Amministrazione stava preparando, sostenendo che i progressi nei negoziati con Teheran fossero sufficienti a sospendere l'operazione. L'annuncio è arrivato su Truth Social, al termine di una giornata in cui diversi funzionari americani avevano lasciato intendere che un raid contro le infrastrutture iraniane fosse imminente. L'obiettivo era aumentare la pressione sulla Repubblica islamica e costringerla ad accettare le condizioni poste da Washington per il cessate il fuoco.
Nel messaggio inviato da Trump, la minaccia militare e la sua sospensione sono strettamente legate. Gli Stati Uniti sono "carichi e pronti" a colpire la Repubblica Islamica con "livelli di terrore, forza e potenza militare mai visti dalla Seconda guerra mondiale", ha scritto il presidente. Trump ha però aggiunto di aver accettato, "per il bene futuro del mondo e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo", di cancellare l'attacco, a condizione che si raggiunga rapidamente un'intesa. Secondo il presidente, l'Iran e altri "Paesi mediorientali" avevano chiesto agli Stati Uniti di fermarsi perché erano già stati concordati "i perimetri di un accordo", che dovrebbe prevedere "l'apertura immediata, completa e totale dello Stretto di Hormuz" e la fine della minaccia nucleare iraniana.

Da Teheran, tuttavia, non è arrivata alcuna conferma. I media statali iraniani non hanno segnalato cambiamenti nella posizione sullo Stretto di Hormuz e hanno presentato la decisione di Trump come l'ennesima ritirata americana. L'agenzia semiufficiale Fars ha scritto che "Trump lo sciocco ha esaurito la benzina".
Trump minaccia l’apocalisse, poi fa marcia indietro: sei volte in cinque mesi
Dal 28 febbraio il presidente annuncia attacchi “mai visti” contro centrali, ponti e infrastrutture iraniane. Poi li rinvia o li cancella, spesso a poche ore dalla scadenza. Una sola minaccia è stata portata fino in fondo: la prima.
Ogni barra misura l’intensità retorica dell’ultimatum: si gonfia con l’annuncio e si svuota con la retromarcia. Quel che resta è ciò che è stato davvero eseguito. In cinque mesi, il contorno si è riempito una volta sola.
Sta per “Trump Always Chickens Out”: “Trump si tira sempre indietro”. Ricetta di Wall Street, maggio 2025: si prende un dazio “reciproco”, lo si annuncia con clamore, lo si ritira prima che entri in vigore. Con la guerra all’Iran il piatto è passato dal listino dei mercati al menu della Casa Bianca, dove viene servito a ogni scadenza che scade — preferibilmente di martedì, come il 7 aprile.
“È stato il Taco Tuesday di tutti i Taco Tuesday” — Jimmy Kimmel, dopo il cessate il fuoco del 7 aprile
Non tutti gradiscono la portata: dipingere il presidente come un bluffatore seriale, avvertono alcuni critici, rischia di spingerlo a colpire solo per smentire la sigla.
Per Teheran il pattern è ormai una certezza strategica: i media vicini alla Guida suprema liquidano ogni ultimatum come un bluff e presentano ogni retromarcia americana come una vittoria. Intanto la guerra non si ferma: i raid notturni continuano, e l’escalation “mai vista” resta l’arma che Trump continua a caricare senza sparare.
Le pressioni saudite e il voto del Congresso
Nei giorni scorsi l'Amministrazione americana stava valutando un attacco contro le infrastrutture energetiche iraniane in risposta al lancio di missili contro una base statunitense in Giordania e al blocco del traffico marittimo attraverso Hormuz, ma gli ordini definitivi non erano ancora stati impartiti. Un'operazione del genere avrebbe infatti provocato un'escalation senza precedenti nei cinque mesi di guerra e Teheran aveva già minacciato di reagire colpendo impianti energetici e altre infrastrutture in Israele e nei Paesi del Golfo.
Per questo motivo ieri il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha telefonato a Trump per manifestargli la propria preoccupazione, secondo quanto riferito ad Axios da due funzionari americani e da una terza fonte informata sulla conversazione. "I sauditi hanno espresso preoccupazione e chiesto chiarezza sul piano d'azione", ha raccontato uno dei funzionari. Un'altra fonte ha riferito che bin Salman avrebbe invitato il presidente ad allentare la tensione e a rinunciare ai raid. La Casa Bianca e l'ambasciata saudita a Washington non hanno voluto commentare.
Già mercoledì Trump aveva incontrato il Ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, in un appuntamento aggiunto all'ultimo momento al programma della visita. Poco prima, il Ministro aveva comunicato al vicepresidente JD Vance che Riyadh era favorevole a un raffreddamento della crisi, nonostante il raid congiunto americano-saudita condotto negli stessi giorni contro le milizie filoiraniane in Iraq. L'Arabia Saudita resta uno dei principali alleati di Washington nella regione e, dall'inizio della guerra, ha già influenzato in più occasioni le decisioni di Trump sull'Iran.
Le pressioni sul presidente arrivano però anche dal Congresso. A giugno, per la prima volta dall'inizio del conflitto, la Camera dei Rappresentanti e il Senato hanno approvato una risoluzione sui poteri di guerra che chiede al presidente di porre fine alle ostilità con l'Iran: il testo è passato con 214 voti contro 208 alla Camera e con 50 contro 48 al Senato. La risoluzione non ha forza di legge e Trump l'ha liquidata come "inopportuna e priva di significato", sostenendo che offrisse "aiuto e conforto al nemico". Rimane tuttavia la presa di posizione più netta del Congresso in cinque mesi di campagna militare.
I mediatori cercano un accordo su Hormuz
Anche Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Pakistan hanno cercato di convincere Washington e Teheran a fare un passo indietro. Sabato il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato con il capo dell'esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, che ha già fatto in passato da mediatore tra le due capitali, e con i Ministri degli Esteri di Turchia e Arabia Saudita.
Al saudita Faisal bin Farhan, Araghchi ha detto che "qualsiasi azione ostile da parte degli Stati Uniti o di Israele, o la partecipazione o la cooperazione di Paesi della regione in tali azioni, riceverebbe una risposta decisa e proporzionata dalle potenti Forze Armate iraniane", secondo un messaggio pubblicato sul suo canale Telegram. L'avvertimento era rivolto, dunque, anche ai Paesi che in quelle stesse ore stavano cercando di indurre Trump a fermarsi.
I mediatori del Qatar hanno condotto ieri colloqui separati con Araghchi, con l'inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e con funzionari omaniti per raggiungere un'intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Secondo una fonte informata sulle discussioni, i negoziati hanno fatto progressi, ma non è ancora chiaro se saranno sufficienti a disinnescare la crisi una volta e per tutte.
