Donald Trump ha ordinato di predisporre una nuova offensiva aerea contro l'Iran, concepita per costringere Teheran alla resa e destinata a durare pochi giorni. L'attacco potrebbe cominciare già nel fine settimana, hanno riferito alcuni funzionari americani al Wall Street Journal, e stando a quanto riferiscono le fonti, sarebbe una delle campagne di bombardamenti aerei più dure dall'inizio del conflitto. Manca tuttavia ancora il via libera definitivo del presidente.
Il nuovo piano è emerso venerdì durante una riunione di gabinetto a Camp David, la residenza presidenziale di campagna nel Maryland, e ha già incontrato la netta opposizione di alcuni collaboratori della Casa Bianca responsabili della strategia politica. Tuttavia, rivolgendosi ai giornalisti ancora presenti nella stanza, Trump è stato esplicito: "Li colpiremo molto duramente. A un certo punto diranno che non ce la fanno più". Nella stessa occasione ha detto di avere sempre meno fiducia negli iraniani, accusandoli di mentire e di travisare i fatti, senza però escludere del tutto la possibilità di un nuovo accordo.
Trump prepara i raid più duri della guerra per piegare l’Iran
Nel mirino centrali, raffinerie e la rete elettrica di Teheran. Ma le scorte di munizioni calano, la benzina rincara e a novembre si vota: il tempo stringe anche per la Casa Bianca.
A Camp David il piano per un’offensiva aerea di pochi giorni, concepita per costringere Teheran alla resa. Trump pretende la rinuncia al programma nucleare e al controllo dello Stretto di Hormuz; l’Iran rifiuta entrambe le condizioni.
Spegnere Teheran
L’obiettivo è l’infrastruttura energetica: senza elettricità e carburante, il regime perde la capacità di garantire i servizi essenziali e di governare il Paese.
Un ponte o una centrale iraniana distrutti per ogni attacco a una nave nello Stretto di Hormuz.
Valutata l’ipotesi di concludere i raid prima della riapertura delle Borse di lunedì, per contenere i contraccolpi sull’economia americana e mondiale.
Ognuno punta sul cedimento dell’altro
Dopo sei mesi di guerra, i due governi scommettono l’uno sulla resilienza dell’altro. Tocca le voci per il dettaglio.
La settimana che ha riacceso la guerra
Dalla tregua «molto amichevole» al piano di Camp David. Tocca le tappe per approfondire.
Centrali, raffinerie e il possibile blackout di Teheran
Nel mirino ci sono soprattutto le infrastrutture energetiche, in particolare le centrali elettriche e le raffinerie, secondo quanto riferito da più fonti alla CBS News. Colpirle servirebbe a compromettere la capacità delle Forze Armate iraniane di assicurare i servizi essenziali e, più in generale, quella del regime di governare il Paese, ha spiegato all'emittente un ex funzionario militare americano. I vertici dell'Amministrazione hanno anche discusso anche la possibilità di lasciare Teheran senza elettricità, senza tuttavia prendere una decisione.
Gli Stati Uniti hanno già bombardato ponti utilizzati sia per scopi militari sia civili e la scorsa settimana il presidente aveva scritto su Truth Social che avrebbe distrutto un ponte o una centrale iraniana per ogni attacco contro una nave nello Stretto di Hormuz. Alla Casa Bianca è stata anche valutata l'ipotesi di concentrare i raid in modo da concluderli prima della riapertura dei mercati finanziari, lunedì, per limitarne le conseguenze sull'economia americana e mondiale. Non è stato però fissato alcun termine a questa nuova campagna di bombardamenti.
Una nuova operazione congiunta segnerebbe anche il ritorno di Israele ai combattimenti, sospesi durante la tregua mediata da Washington. Secondo fonti americane, gli israeliani sono stati informati e si stanno già preparando con gli Stati Uniti. Un funzionario israeliano ha però dichiarato alla CBS che "Israele non è a conoscenza di alcuna decisione di riprendere le operazioni militari a pieno regime, né gli è stato chiesto di partecipare ad azioni militari contro l'Iran". Nell'incontro di questa settimana Benjamin Netanyahu ha illustrato a Trump tre opzioni per proseguire la guerra, tra cui attacchi contro le rotte di rifornimento terrestri, e ha incontrato anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth.
La svolta contraddice, comunque, quanto lo stesso Trump sosteneva soltanto pochi giorni fa, quando parlava di trattative "molto amichevoli" e le indicava come la ragione della pausa nelle operazioni. Da allora però l'Iran ha sferrato un attacco a sorpresa contro le truppe americane in Giordania, al quale gli Stati Uniti hanno risposto mercoledì. Da settimane, a porte chiuse, il presidente definisce gli iraniani "pazzi" e si lamenta con le persone a lui più vicine dell'inconsistenza dell'accordo di pace provvisorio, sostenendo di avere sempre saputo che non avrebbe retto.
Giovedì i Guardiani della Rivoluzione della Repubblica Islamica hanno minacciato nuovi attacchi in risposta agli ultimi bombardamenti americani. Per tutta risposta, a Camp David Trump ha accusato i diplomatici iraniani di essere "molto disonorevoli": "Vogliono sempre parlare, ma vengono meno alla parola data così spesso", ha detto, aggiungendo che il loro comportamento non fa che irritarlo. Anche i diplomatici iraniani si dicono però esasperati dal susseguirsi delle rotture: ritengono che tra i due Paesi non esista più alcuna fiducia e che le possibilità di raggiungere un accordo diminuiscano ogni volta che Washington minaccia l'uso della forza.
Le munizioni calano, il prezzo della benzina sale
Dopo sei mesi di guerra, insomma, le posizioni restano inconciliabili: Trump pretende che l’Iran abbandoni il programma nucleare e rinunci al controllo dello Stretto di Hormuz, mentre Teheran rifiuta entrambe le condizioni. Anche Washington, però, deve fare i conti con il progressivo esaurimento delle munizioni, che fonti del Pentagono considerano uno dei principali ostacoli a una nuova offensiva. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt si è limitata a ribadire che gli Stati Uniti vinceranno e che l’Iran non riuscirà a dotarsi dell’arma nucleare finché Trump sarà presidente.
Tuttavia, a frenare la Casa Bianca non sono soltanto i limiti militari. Anche il rincaro della benzina sta diventando un problema politico sempre più grave per i repubblicani, a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre. Secondo alcuni funzionari americani, Teheran starebbe prolungando deliberatamente il confronto proprio per aumentare la pressione sul presidente: più la guerra continua, più diminuiscono le scorte statunitensi, salgono i prezzi alla pompa e si indebolisce il consenso per nuovi attacchi. I due governi stanno quindi scommettendo l’uno sulla resilienza dell’altro: Trump ritiene che bombardamenti più duri costringeranno il regime iraniano a cedere, mentre Teheran confida che saranno i costi militari, economici e politici a fermare Washington.
