Venerdì Donald Trump ha rinunciato a riprendere le operazioni di combattimento su larga scala in Iran, dopo una settimana passata a lasciare intendere il contrario. Sulla decisione hanno pesato soprattutto le scorte americane di missili intercettori, scese a livelli critici dopo tredici notti consecutive di attacchi e contrattacchi.
La guerra era cominciata il 28 febbraio con due obiettivi dichiarati: fermare rapidamente il programma nucleare iraniano e rovesciare il governo di Teheran. Cinque mesi dopo restano entrambi quasi interamente irraggiunti. A gennaio un blitz della Delta Force aveva prelevato dal letto il presidente venezuelano Nicolás Maduro e Trump aveva presentato con orgoglio quel cambio di regime, culminato in un esecutivo controllabile da Washington, come il "modello Venezuela". Le agenzie di intelligence americane ritengono ormai che in Iran un'offensiva su larga scala avrebbe ben poche probabilità di ottenere lo stesso risultato.
Il presidente non è riuscito neppure a frenare la corsa del petrolio e le sue conseguenze sui mercati azionari. Il traffico navale nello Stretto di Hormuz si era fermato per tutta la durata della guerra, poi era ripartito per alcune settimane dopo l'annuncio del Memorandum d'Intesa e ora si è nuovamente ridotto a un filo, mentre un secondo collo di bottiglia strategico, lo Stretto di Bab al Mandab tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, è sempre più a rischio. Trump ha minacciato di conquistare l'isola di Kharg, il terminale dal quale l'Iran imbarca gran parte del proprio greggio, e di impadronirsi delle riserve sotterranee di uranio arricchito, ma ha poi ammesso che non esiste alcuna intenzione di inviare truppe di terra.
La guerra con l’Iran è costata più di quanto raccontato
Dopo tredici notti consecutive di attacchi, Trump ha sospeso l’offensiva: le scorte di missili intercettori sono a livelli critici, meno di un americano su tre approva la sua gestione e il Pentagono ha ammesso perdite molto più alte di quelle comunicate.
Dal fine settimana le vittime successive al 7 luglio compaiono in una pagina separata: il totale si ricostruisce solo sommando due elenchi diversi.
Quanto mancava all’appello
Nel fine settimana il Pentagono ha aggiornato il registro delle perdite, dopo le accuse di averle minimizzate. Il confronto tra i numeri comunicati prima e quelli ammessi ora.
142 feriti in più rispetto a quanto dichiarato in precedenza.
I 4 caduti esclusi erano stati attribuiti a Giordania e Iraq dopo il cessate il fuoco di aprile; ora figurano nel nuovo elenco.
Il sostegno interno è crollato
Sondaggio Washington Post-Ipsos, condotto tra l’8 e il 13 luglio. Anche lo Speaker repubblicano Mike Johnson chiede di chiudere il conflitto.
Quota di americani secondo cui la guerra non valeva la pena. Il 67% dell’Afghanistan resta il dato peggiore mai registrato dai sondaggi Washington Post-ABC su quel conflitto.
Le scorte di missili che hanno fermato l’offensiva
Quota delle riserve americane già consumata al cessate il fuoco di aprile, secondo le stime del Center for Strategic and International Studies.
Da allora, secondo funzionari citati dal New York Times, le disponibilità sono scese a livelli critici: la carenza ha pesato sulla decisione di sospendere l’offensiva. A Washington si teme che Mosca e Pechino ne stiano già tenendo conto.
Cinque mesi di guerra in sei date
Tocca ogni tappa per i dettagli.
Parte l’operazione «Epic Fury», con due obiettivi dichiarati: fermare rapidamente il programma nucleare iraniano e rovesciare il governo di Teheran. Cinque mesi dopo restano entrambi quasi interamente irraggiunti.
Con l’annuncio del Memorandum d’Intesa il traffico navale nello Stretto di Hormuz, fermo per tutta la guerra, riparte per alcune settimane.
Riprendono i raid quasi quotidiani: tredici notti consecutive di attacchi e contrattacchi. Il traffico a Hormuz si riduce di nuovo a un filo e anche lo Stretto di Bab al Mandab è sempre più a rischio.
Per l’Amministrazione è un conflitto nuovo, non la prosecuzione della guerra di febbraio: il conteggio dei 60 giorni previsto dal War Powers Act ripartirebbe così da zero.
Per la seconda volta una risoluzione invita Trump a porre fine al conflitto o a chiedere un’autorizzazione esplicita al Congresso. Un gruppo di senatori democratici pretende intanto un rendiconto completo delle perdite.
Pesano le scorte di intercettori ai minimi e gli avvertimenti dei collaboratori: un bombardamento massiccio contro rete elettrica e capacità missilistiche provocherebbe un numero elevatissimo di vittime civili.
Tre strade, nessuna indolore
Le opzioni discusse da Trump con Vance, Hegseth, Caine, Kushner e Witkoff, e il prezzo di ciascuna.
Tre strade, nessuna indolore
Sul tavolo restano quindi tre opzioni: intensificare la campagna militare, inasprire la pressione economica oppure dichiarare vittoria e ritirarsi, anche se la situazione sul campo resta ingarbugliata. Nelle ultime settimane Trump ne ha discusso con il vicepresidente JD Vance, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, il capo di Stato Maggiore Dan Caine, il genero Jared Kushner e l'inviato speciale Steve Witkoff. Nessuna delle tre opzioni è indolore.
Secondo i collaboratori del presidente, un bombardamento massiccio diretto contro la rete elettrica e le capacità missilistiche iraniane non basterebbe a riportare Teheran a un negoziato reale. Trump è stato avvertito che attacchi di quella portata provocherebbero un numero elevatissimo di vittime civili e rischierebbero di affamare proprio gli iraniani che aveva promesso di proteggere dal loro governo. Venerdì, nello Studio Ovale, gli è stato chiesto se esitasse a distruggere centrali elettriche e ponti perché simili azioni potrebbero costituire crimini di guerra. "Non risponderò a questa domanda", ha replicato.
Ad aprile il Center for Strategic and International Studies, un centro studi di Washington, stimava che gli Stati Uniti potessero aver già consumato metà delle riserve di alcuni intercettori fondamentali. Da allora, affermano alcuni funzionari, le disponibilità sono scese a livelli critici e la carenza ha contribuito alla decisione di sospendere l'offensiva. A Washington si teme inoltre che Vladimir Putin e Xi Jinping abbiano già cominciato a tenerne conto nelle rispettive strategie: il primo in Ucraina e in Europa, il secondo nei confronti di Taiwan.
Anche affidarsi alle sanzioni, contando sul blocco delle esportazioni iraniane di greggio, sarebbe una scelta lenta e incerta. Trump sostiene dal 2018, quando ritirò gli Stati Uniti dall'accordo nucleare negoziato durante la presidenza Obama, che l'economia iraniana sia prossima al collasso. Ma otto anni dopo il regime è ancora in piedi, guidato da un nuovo leader che potrebbe essere ancora più determinato a sviluppare clandestinamente un'arma nucleare. Mantenere la pressione richiederebbe inoltre una presenza militare continua e costosa, esponendo altri soldati americani e gli alleati del Golfo a nuovi attacchi.
Un mese fa Trump sembrava orientato verso la terza strada. Aveva spiegato di aver accettato il cessate il fuoco per non rischiare una depressione economica che lo facesse paragonare a Herbert Hoover, il presidente in carica quando Wall Street crollò nel 1929. "È sempre stato quello che non volevo essere", aveva detto parlando del trentunesimo presidente degli Stati Uniti. Ritirarsi adesso significherebbe però lasciare all'Iran il combustibile nucleare quasi pronto per un ordigno nucleare, sepolto sotto le macerie, nonchè il controllo di fatto dello Stretto di Hormuz: il problema che aveva innescato la guerra resterebbe irrisolto, mentre i mercati energetici ne erediterebbero uno nuovo.
I limiti emersi in questi mesi hanno reso Trump ancora più imprevedibile del solito, raccontano i suoi collaboratori. La settimana scorsa il Segretario all'Energia ha firmato con l'Arabia Saudita uno storico accordo sul nucleare civile, negoziato per diciotto mesi, e meno di ventiquattr'ore dopo il presidente lo ha dichiarato morto a meno che Riyadh non aderisca agli Accordi di Abramo e riconosca Israele. Il giorno successivo Trumpha cancellato l'intesa originaria sul Gordie Howe International Bridge, il ponte da 4,5 miliardi di dollari tra Stati Uniti e Canada, per poi imporre dazi del 50% su una serie di prodotti canadesi, in quella che appare una palese violazione dell'accordo commerciale negoziato da lui stesso durante il primo mandato.
Aaron David Miller, ex diplomatico americano con una lunga esperienza in Medio Oriente, ha dichiarato al New York Times che il presidente ha "alienato i sauditi, deliziato Benjamin Netanyahu e fornito all'Iran ottimi argomenti sul perché fare accordi con gli Stati Uniti sia una fatica sprecata, destinata al tradimento".
Il consenso si sgretola, il Pentagono ricalcola le perdite
In questo contesto, un sondaggio Washington Post-Ipsos indica che appena il 29% degli americani approva la gestione del conflitto. Anche alcuni dei sostenitori più convinti del presidente chiedono ormai di chiuderlo. "Dobbiamo metterci un punto sopra", ha dichiarato la settimana scorsa lo Speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti, Mike Johnson.
Giovedì proprio la Camera ha votato per la seconda volta una risoluzione che invita Trump a porre fine alla guerra oppure a chiedere un'autorizzazione esplicita al Congresso, obbligatoria in base al War Powers Act del 1973 dopo sessanta giorni di operazioni. Il presidente ha però sostenuto in una lettera inviata al Congresso che l'escalation in corso costituisca un conflitto nuovo e non la prosecuzione della guerra aperta a febbraio insieme a Israele, che a suo dire si sarebbe conclusa con il cessate il fuoco di aprile. Il 10 luglio ha quindi notificato formalmente al Congresso la ripresa delle ostilità: una mossa che, secondo i funzionari dell'Amministrazione, avrebbe fatto ripartire da zero il conteggio dei sessanta giorni.
Una distinzione analoga è comparsa anche nel bilancio delle perdite. Domenica il Pentagono ha modificato il modo in cui comunica caduti e feriti, dopo essere stato accusato di averne minimizzato il numero, e ha così ammesso un totale molto più alto di quello diffuso fino a quel momento. Le vittime registrate dal 7 luglio, quando il cessate il fuoco ha cominciato a sgretolarsi, non compaiono più insieme a quelle dei primi mesi di guerra ma in una pagina separata, intitolata genericamente "perdite in operazioni oltremare", così che per ricostruire il totale è necessario sommare due elenchi diversi.
I militari feriti dal 7 luglio in poi diventano così 207, cioè 142 in più di quanti ne avesse comunicati in precedenza il Pentagono. Il totale dall'inizio della guerra sale così a 624 feriti e 18 morti. Soltanto la settimana scorsa il portavoce del Dipartimento della Difesa, Sean Parnell, aveva sostenuto che i feriti fossero meno di cento, mentre l'amministrazione aveva omesso di rendere noti diversi attacchi iraniani contro basi che ospitano soldati americani nella regione. "Le accuse di occultamento sono invenzioni per angosciare ulteriormente il popolo americano dopo la morte in combattimento di tre militari", aveva affermato.
Il New York Times aveva inoltre rivelato che il Pentagono ha ridotto da 18 a 14 il numero ufficiale dei militari uccisi, provocando l'indignazione di veterani, familiari e esponenti del Congresso. Secondo alcuni funzionari del Dipartimento della Difesa i quattro soldati esclusi dal conteggio sono stati considerati come morti in Giordania e in Iraq dopo il cessate il fuoco di aprile.
Non meraviglia dunque il fatto che un gruppo di senatori democratici abbia chiesto a Hegseth un rendiconto completo dei militari uccisi e feriti. Nella settimana precedente agli attacchi costati la vita a tre soldati in Giordania, altri tre raid iraniani avevano provocato decine di feriti senza essere comunicati tempestivamente. "Il popolo americano, il Congresso, i militari e le loro famiglie hanno diritto a un rendiconto completo e accurato dei costi umani della guerra", hanno scritto i senatori democratici.
