Il presidente Trump ha approvato formalmente un accordo con l'Arabia Saudita che fornirà al paese un programma nucleare civile e potrebbe aprire la strada all'arricchimento dell'uranio sul territorio del regno. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, citando funzionari dell'Amministrazione. L'intesa dura 30 anni, vale secondo le stime decine di miliardi di dollari e affida alle aziende americane un ruolo centrale nello sviluppo delle infrastrutture nucleari saudite, escludendo i concorrenti stranieri.
Trump ha dato il via libera alla fine della settimana scorsa e l'accordo sarà firmato mercoledì dal segretario all'Energia Chris Wright, che ne aveva discusso con il suo omologo saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, durante il suo primo viaggio nella regione nell'aprile 2025. Nei prossimi giorni il testo sarà inviato al Congresso per la revisione, ma bloccarlo sarà difficile: servirebbe una risoluzione congiunta delle due camere e, se Trump ponesse il veto, una maggioranza dei due terzi per superarlo.
La clausola chiave prevede che aziende americane costruiscano un impianto di arricchimento dell'uranio in Arabia Saudita, se uno studio congiunto tra i due governi, della durata di due anni, concluderà che il passo è giustificato e commercialmente conveniente rispetto all'importazione del combustibile. L'impianto funzionerebbe con un sistema "black box", una scatola nera che impedirebbe il trasferimento a Riad delle tecnologie sensibili. Se al termine dello studio gli Stati Uniti si opporranno all'arricchimento, il regno non potrà procedere da solo o con un altro partner straniero per 10 anni. Per i funzionari dell'Amministrazione questo assetto impedirebbe di deviare l'uranio arricchito verso usi militari e garantirebbe che il combustibile esausto dei reattori non venga riprocessato per costruire una bomba.
Tra i principali beneficiari ci sarebbe Westinghouse Electric con il suo reattore AP1000, che produce circa 1.100 megawatt di elettricità, quanto basta per alimentare una città di medie dimensioni o un grande data center per l'intelligenza artificiale. I funzionari sauditi sostengono da tempo che l'accordo serve a sviluppare un'industria nucleare nazionale, attingendo a giacimenti di uranio non ancora verificati, per coprire il fabbisogno energetico interno e liberare così più petrolio per l'esportazione. Riad insiste sulle sue intenzioni pacifiche, ma il principe ereditario Mohammed bin Salman, leader di fatto del paese, disse nel 2018 che se l'Iran svilupperà un'arma nucleare l'Arabia Saudita farà lo stesso.
A differenza degli Emirati Arabi Uniti, l'Arabia Saudita ha rifiutato il cosiddetto "gold standard", l'impegno a non arricchire mai uranio sul proprio territorio e a non riprocessare il combustibile esausto. Ha respinto anche l'"Additional Protocol", il regime di monitoraggio e ispezioni più rigorose dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'organismo dell'ONU che vigila sui programmi nucleari. Per l'Amministrazione un accordo separato negoziato con i sauditi garantirà comunque un controllo adeguato dei siti forniti dagli americani, ma per i critici sarà insufficiente a indagare eventuali attività nucleari sospette che non coinvolgono gli Stati Uniti.
Robert Einhorn, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, che ha seguito per anni i dossier sulla non proliferazione, ha detto al Wall Street Journal che l'accordo "potrebbe aiutare a rivitalizzare l'industria nucleare americana, rafforzare i legami tra Stati Uniti e Arabia Saudita e negare a Russia e Cina un ruolo strategicamente importante nel programma nucleare saudita", ma che senza vincoli adeguati, anche sull'arricchimento, "potrebbe aumentare i rischi di proliferazione nucleare in Medio Oriente e oltre". Più netto Henry Sokolski, direttore del Nonproliferation Policy Education Center, un centro studi sulla non proliferazione: "Dove va l'Arabia Saudita, andranno anche gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l'Egitto. L'idea che questa vicenda abbia un lieto fine è illusoria".
L'accordo è controverso anche sul piano della politica estera. L'amministrazione Biden era pronta a cooperare sul nucleare con Riad, ma aveva posto come condizione la normalizzazione dei rapporti con Israele, un percorso poi deragliato dopo l'attacco di Hamas dell'ottobre 2023 e l'intervento militare israeliano a Gaza. Trump invita l'Arabia Saudita a entrare negli Accordi di Abramo, ma non pretende che stabilisca relazioni con Israele per comprare la tecnologia nucleare americana. L'intesa arriva inoltre mentre gli Stati Uniti sono in guerra con l'Iran e la Casa Bianca chiede a Teheran di ridimensionare il proprio programma nucleare e consegnare le scorte di uranio altamente arricchito: per i critici Washington è nella posizione scomoda di imporre limiti stringenti all'Iran mentre aiuta il suo rivale regionale a dotarsi di un programma nucleare civile.
Presidenti democratici e repubblicani hanno a lungo resistito alle richieste dei paesi mediorientali di arricchire uranio. Nel 2018 un gruppo bipartisan di parlamentari propose una legge per vietare la cooperazione nucleare con Riad senza un voto favorevole esplicito del Congresso: tra i promotori c'era Marco Rubio, allora senatore repubblicano della Florida e oggi segretario di Stato di Trump. La proposta non fu mai messa ai voti.
