Se le elezioni di metà mandato si tenessero oggi, i democratici conquisterebbero la Camera ma resterebbero sotto la maggioranza al Senato. È la previsione condivisa dai sei esperti di sondaggi e politica a cui la sezione opinioni del New York Times ha chiesto di stimare l'esito del voto di novembre, con cui gli americani rinnovano il Congresso a metà del mandato presidenziale. Non sono calcoli scientifici, precisa il giornale, ma valutazioni informate. Alla Camera, dove la maggioranza richiede 218 seggi, tutti prevedono un guadagno democratico tra i 5 e gli 11 seggi, sufficiente per il controllo. Al Senato, dove ai democratici servono almeno quattro seggi in più, nessuno li vede andare oltre un saldo di un seggio.
Nate Silver, autore della newsletter Silver Bulletin, è il più ottimista per i democratici alla Camera con 11 seggi guadagnati, seguito da Carlos Odio, fondatore della società di ricerca Equis Research, con 10. Charlotte Swasey, che scrive la newsletter Medium Data, e il sondaggista Patrick Ruffini di Echelon Insights si fermano a 7, mentre Perry Bacon, firma della rivista New Republic, e Lynn Vavreck, politologa dell'Università della California a Los Angeles, prevedono 5 seggi in più. Al Senato tre esperti stimano equilibri invariati, Swasey e Ruffini un seggio in più per i repubblicani e solo Vavreck un guadagno democratico, comunque di un solo seggio.
Se si votasse oggi, i democratici vincerebbero la Camera ma non il Senato
Sei esperti di sondaggi e politica hanno stimato per la sezione opinioni del New York Times l’esito delle elezioni di metà mandato di novembre. Il verdetto è unanime sulla Camera, quasi unanime sul Senato.
Il giornale precisa che non si tratta di calcoli scientifici ma di valutazioni informate: una fotografia del voto se si tenesse oggi.
Per tutti gli esperti la Camera cambia maggioranza, per nessuno il Senato
Seggi che i democratici guadagnerebbero alla Camera secondo ciascun esperto. Accanto al nome, il saldo previsto al Senato.
I tre numeri da guardare da qui a novembre
Gradimento del presidente, intenzioni di voto e prezzo della benzina: i termometri che gli esperti seguiranno fino al voto.
Un seggio a portata di mano, poi il muro
Per la maggioranza i democratici dovrebbero vincere in almeno due stati dove Trump ha vinto con più di dieci punti di scarto. Tocca uno stato per i dettagli.
Fonte: New York Times Opinion, luglio 2026 · Stime di P. Bacon, C. Odio, P. Ruffini, N. Silver, C. Swasey e L. Vavreck · Medie sondaggi citate nell’articolo (NYT, Silver Bulletin)
Le previsioni sono valutazioni informate degli esperti, non calcoli scientifici.
Il gradimento di Trump è sceso al 39,7% dal 51,6% dell'insediamento del gennaio 2025 e i democratici sono avanti di 6,3 punti nel generic ballot, il sondaggio che chiede per quale partito si voterebbe al Congresso senza indicare i nomi dei candidati. Numeri simili in passato hanno preceduto sconfitte pesanti del partito del presidente, come nel 2006, nel 2010 e nel 2018. Questa volta però la polarizzazione, il calo dei collegi contendibili e i seggi guadagnati dai repubblicani con il ridisegno dei confini dei collegi elettorali (il redistricting) portato a termine a metà decennio ridurranno le perdite. Senza le nuove mappe, stima Ruffini, i repubblicani starebbero perdendo tra i 25 e i 30 seggi, ma i confini ridisegnati non bastano comunque a salvare la loro maggioranza. Nel 2010 e nel 2018, ricorda Bacon, il partito di opposizione arrivò al giorno del voto con circa 8 punti di vantaggio nel generic ballot: 6 punti bastano per vincere la Camera, ma per una vittoria molto ampia ne servono alcuni in più.
Il vantaggio democratico potrebbe anche crescere, secondo Silver, perché la maggior parte dei sondaggi attuali interpella gli elettori registrati: quando gli istituti passeranno ai modelli basati sugli elettori che andranno probabilmente a votare, il maggiore entusiasmo dei democratici dovrebbe emergere. Nelle ultime settimane il loro vantaggio è sceso leggermente, dal picco di 6,6 punti agli attuali 6,2. Alcuni lo attribuiscono alle liti interne democratiche in Maine, New York e Michigan o al Mondiale di calcio che distrae dalla politica, ma per Silver il fattore più probabile è il prezzo della benzina, sceso di circa 75 centesimi dal picco.
La benzina è il numero da guardare anche per Ruffini: il prezzo medio nazionale, oggi a circa 3,90 dollari al gallone (circa 3,8 litri) contro i 3,17 di inizio 2025, è il tabellone che gli americani vedono ogni giorno quando guidano e insieme un barometro della capacità di Trump di tirare fuori il paese dalla guerra con l'Iran. Un prezzo sotto i 3,50 dollari, scrive, è la condizione minima perché i repubblicani possano sperare di superare le aspettative. Sull'economia pesa anche il giudizio diretto degli elettori: l'approvazione di Trump sulla gestione economica è al 35,2%, dal 42% di inizio mandato, ed è ormai stabilmente più bassa di quella complessiva. Nel primo mandato, ricorda Odio, era il contrario e l'economia faceva da rete di sicurezza per gli elettori che non lo amavano per altre ragioni; oggi quella rete non c'è più e la debolezza potrebbe fare da spareggio a favore dei democratici tra gli elettori meno di parte.
Un'approvazione sotto il 40% suggerirebbe di per sé una grande onda democratica, scrive Swasey, ma la correlazione con i risultati delle midterm non è lineare: nel 2022, con un Joe Biden altrettanto impopolare, l'onda repubblicana attesa si rivelò più piccola del previsto. La sua previsione è un 2026 molto favorevole ai democratici, ma non una replica del 2018. Vavreck aggiunge che gli elettori davvero contendibili sono ormai pochissimi, anche se decisivi: più americani che mai vedono differenze importanti tra i due partiti, quindi i repubblicani delusi difficilmente voteranno per un democratico, ma potrebbero restare a casa. Se il gradimento di Trump risale tra gli indecisi, le prospettive repubblicane migliorano.
Al Senato le corse sono ormai strettamente legate al colore politico degli stati. La North Carolina sembra il seggio più sicuro da strappare per i democratici, ma oltre quello, scrive Swasey, c'è un muro: stati con candidati repubblicani insolitamente forti, come il Maine, o con margini solidi di Trump, come Ohio, Alaska, Texas e Iowa. Per la maggioranza, calcola Odio, i democratici dovrebbero vincere in almeno due stati dove Trump ha vinto con più di dieci punti di scarto: persino nell'onda blu, il colore dei democratici, del 2018 ci riuscirono solo due senatori uscenti, Jon Tester in Montana e Joe Manchin in West Virginia. L'ultima volta che uno sfidante non uscente ha vinto in uno stato che l'altro partito aveva vinto con almeno dieci punti, ricorda Ruffini, fu Doug Jones in Alabama nel 2017, in un'elezione speciale: per trovarne uno in un'elezione ordinaria bisogna tornare al 2012.
In Maine i democratici devono ancora scegliere lo sfidante della repubblicana Susan Collins dopo che il candidato Graham Platner si è ritirato nei giorni scorsi. Per Bacon la corsa è un vero testa a testa e Collins ha buone probabilità anche contro un democratico senza i problemi di Platner; Odio invece continua a pensare che lo stato la manderà a casa. Silver è più cauto: ci sono pochi sondaggi sulle alternative a Platner contro Collins e un'uscita di scena polemica potrebbe rendere difficile unire il partito attorno al nuovo candidato. Sommato ai recenti sondaggi sul Senato condotti dal New York Times con il Siena College, questo produce più scenari in cui i democratici restano sotto i quattro seggi.
In Ohio l'ex senatore democratico Sherrod Brown tenta il ritorno ed è avanti in alcuni sondaggi su Jon Husted, il repubblicano nominato al seggio quando JD Vance è diventato vicepresidente. Bacon si dice incuriosito ma scettico: nel 2024 Trump ha vinto lo stato con 11 punti di margine e Brown, pure politico di lungo corso, ha perso di 4 contro Bernie Moreno. In un'epoca di scetticismo verso Washington e i politici di carriera, aggiunge, sorprende che un volto già visto resti così competitivo. In Iowa il democratico Josh Turek, ex atleta paralimpico, è testa a testa nei sondaggi con la deputata repubblicana Ashley Hinson. Silver invita alla prudenza, perché i sondaggi dell'Iowa hanno già illuso i democratici: nel 2024 una celebre rilevazione locale dava Kamala Harris in vantaggio nello stato a fine campagna e Trump fece poi causa al Des Moines Register che l'aveva pubblicata. Restare lontano dai riflettori può però aiutare: la corsa attirerà meno soldi di quella in Texas e Turek è meno facile da incasellare per i repubblicani rispetto a James Talarico, il candidato democratico al Senato in Texas.
In Michigan la candidatura al Senato di Abdul El-Sayed sarà per Ruffini il test più chiaro per capire se l'ondata progressista di quest'anno regge il contatto con l'elettorato di uno stato in bilico. La reazione alla gerontocrazia dell'era Biden, scrive, ha aumentato la propensione al rischio degli elettori delle primarie democratiche. Se El-Sayed vince le primarie e poi lo stato a novembre, i progressisti lo tratteranno come la prova che il loro profilo può competere in uno degli stati decisivi per le presidenziali del 2028; se vince le primarie e perde a novembre, la sconfitta sarà letta come la dimostrazione che la sinistra del partito ha puntato troppo in alto e ha sprecato un seggio vincibile.
In Texas molti elettori ispanici si stanno allontanando da Trump, ma per Odio non è chiaro quanto indietro possano tornare le lancette. Uno dei seggi da osservare per capirlo è il 15° distretto congressuale, ispanico per il 75% della popolazione con diritto di voto: con i confini attuali i democratici lo avrebbero vinto prima del 2020, ma lo hanno sempre perso da allora. Se gli ispanici texani votassero come nel 2018 lo riprenderebbero; un sondaggio nazionale di Equis tra gli elettori latini, condotto a maggio, dice che non sono ancora a quel punto. Per Odio i democratici possono recuperare quel consenso con candidati che si distinguono dal marchio del partito, come Bobby Pulido, popolarissimo cantante di musica tejano che fa campagna con slogan come "I'm not team red, I'm not team blue, I'm team you" (non sono della squadra rossa né della blu, sono della vostra).
In Kansas le primarie affollate per la carica di governatore riassumono per Swasey le dinamiche dei due partiti. I repubblicani si misurano con l'estensione del controllo di Trump sul partito, visto che il candidato da lui appoggiato, il presidente del Senato statale Ty Masterson, sente comunque la pressione di sei rivali e spende molto in pubblicità. Tra i democratici, l'appoggio della governatrice uscente Laura Kelly non sembra aver spostato consensi verso il suo candidato preferito, Ethan Corson, segno che il peso di uscenti e vertici di partito si sta erodendo.
In Pennsylvania Vavreck guarderà a Josh Shapiro, governatore democratico popolare in uno stato in bilico, che corre a novembre per il secondo mandato in una gara non competitiva: userà popolarità e profilo nazionale per trascinare i democratici nei collegi più contesi in mano ai repubblicani. Se il partito conquista il 7° e il 10° distretto è probabilmente in rotta verso la maggioranza alla Camera; se gira anche l'8°, vuol dire che si sta espandendo nei territori operai. Risultati simili, conclude, approfondirebbero la discussione sul futuro del partito dopo il 2026 e sul possibile ruolo di Shapiro.
