Due raid israeliani hanno colpito sabato la Striscia di Gaza, uccidendo almeno due persone e danneggiando i depositi di materiale sanitario di un ospedale. Gli attacchi sono avvenuti pochi giorni dopo l'intesa tra il Board of Peace di Donald Trump e Hamas, che avrebbe dovuto rilanciare il cessate il fuoco. Il primo bombardamento, compiuto prima dell'alba, ha distrutto o danneggiato i magazzini e l'ambulatorio esterno dell'ospedale dei Martiri di al-Aqsa, nel centro della Striscia, senza causare vittime, secondo il portavoce della struttura Khalil Dagran.
L'esercito israeliano ha affermato di avere colpito i depositi perché Hamas vi nascondeva armi e utilizzava la struttura come rifugio. Dagran ha smentito questa ricostruzione, confermando però che le forze israeliane avevano avvertito i palestinesi di allontanarsi prima dell'attacco. Il secondo raid, nel quartiere di Sheikh Radwan a Gaza City, ha ucciso due palestinesi, secondo i funzionari sanitari locali. L'esercito israeliano ha confermato il bombardamento, senza spiegare perché le due vittime fossero state prese di mira.
Gaza e Libano, due tregue appese al filo del disarmo
A Gaza l’intesa con il Board of Peace di Trump chiede ad Hamas di consegnare le armi; in Libano il piano per il ritiro israeliano si ferma sul rifiuto di Hezbollah. Su entrambi i fronti i bombardamenti non si sono mai fermati e le linee di controllo israeliane continuano ad allargarsi.
Israele controlla ormai quasi due terzi della Striscia
La linea concordata con la tregua di ottobre 2025 lasciava a Israele il 53% del territorio. Da allora i blocchi gialli che la segnano sono stati spostati più volte verso ovest. Tocca le due date per confrontare le linee.
A giugno Israele ha spostato la linea fin sopra Ali al-Taher
La fascia occupata si spinge fino a una decina di chilometri dentro il Libano. A giugno il confine tracciato sulle mappe israeliane è stato ridisegnato per includere la dorsale di Ali al-Taher, oltre il fiume Litani: lì Hezbollah avrebbe costruito una delle sue più grandi installazioni sotterranee.
Il disarmo prima del ritiro, o il ritiro prima del disarmo
Su entrambi i fronti l’ostacolo è identico e circolare: Israele condiziona ogni arretramento alla consegna delle armi, mentre Hamas e Hezbollah condizionano la consegna delle armi all’arretramento israeliano.
L'accordo sul disarmo e le condizioni di Hamas
Nei negoziati con il Board of Peace, l'organismo creato lo scorso anno da Trump per vigilare sulla tregua, Hamas avrebbe accettato di consegnare le armi, superando il principale ostacolo che aveva bloccato per mesi la trattativa. Il testo prevede che l'arsenale venga affidato a un Comitato nazionale incaricato di amministrare Gaza: prima le armi in dotazione alla polizia, poi quelle pesanti, parallelamente al ritiro graduale delle truppe israeliane. La Jihad Islamica palestinese ha tuttavia espresso riserve sulla versione circolata, mentre venerdì Hamas ha precisato che il "primo passo" spetta a Israele, chiamato a impegnarsi a interrompere gli attacchi. La consegna delle "armi pesanti" resta inoltre subordinata a una serie di altre condizioni.
Israele non ha ancora chiarito se accetti questa interpretazione. La tabella di marcia indica il ritiro e la "cessazione delle operazioni militari" tra le condizioni necessarie perché Hamas "smantelli e immagazzini" il proprio arsenale, ma il primo ministro Benjamin Netanyahu non ha commentato l'intesa, emersa giovedì sera. In una nota diffusa venerdì e attribuita a un funzionario diplomatico rimasto anonimo, il governo israeliano ha avvertito che l'esercito non arretrerà dalle linee "attuali" in assenza di un disarmo "autentico" da parte di Hamas. Netanyahu, atteso entro l'anno da una difficile campagna elettorale, potrebbe respingere qualsiasi passo che una parte dell'elettorato interpreti come una concessione a Hamas.
Oltre il 60% della Striscia resta sotto controllo israeliano
I funzionari americani sperano che la proposta apra la strada alla conclusione di una crisi che dura da quasi tre anni. L'attacco guidato da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023 uccise circa 1.200 persone e portò al rapimento di circa 250 ostaggi. Nei due anni successivi, la campagna militare israeliana ha causato più di 70.000 morti secondo le autorità sanitarie locali, che non distinguono tra combattenti e civili ma registrano tra le vittime migliaia di bambini.
Il cessate il fuoco mediato dall'Amministrazione Trump lo scorso ottobre non ha fermato i bombardamenti quasi quotidiani, nei quali da allora sono morte più di mille persone. Dopo essersi inizialmente ritirate dietro la "linea gialla" concordata, le truppe israeliane sono tornate ad avanzare e oggi controllano oltre il 60% della Striscia, costringendo gran parte dei suoi due milioni di abitanti a restare in una fascia sempre più stretta lungo la costa.
In Libano un'altra tregua bloccata sul disarmo
Intanto sempre sabato l'esercito israeliano ha annunciato di avere ucciso durante la notte diversi miliziani di Hezbollah sulla dorsale di Ali al-Taher, un'altura situata una decina di chilometri a nord del confine con Israele, in un'area occupata del Libano meridionale dove erano presenti soldati israeliani. Uno di loro è rimasto ferito nello scontro. Israele non annunciava operazioni in Libano dal 15 luglio, ma nel frattempo le ostilità non si sono mai interrotte: le Nazioni Unite registrano quotidianamente bombardamenti aerei, colpi d'artiglieria, demolizioni e l'impiego di granate assordanti.
La dorsale di Ali al-Taher è diventata negli ultimi mesi uno dei punti più contesi del fronte. Funzionari libanesi e israeliani ritengono che Hezbollah abbia costruito nel sottosuolo una delle sue più grandi installazioni e Israele sostiene che il complesso sia stato utilizzato per anni come centro di comando per pianificare attacchi contro il proprio territorio. Questa settimana l'esercito israeliano ha riferito che il gruppo avrebbe lanciato un drone esplosivo contro un suo veicolo sull'altura. Un portavoce di Hezbollah ha negato che l'organizzazione abbia rivendicato operazioni nella zona e ha accusato Israele di ricorrere a "falsi pretesti" per proseguire gli attacchi in Libano.
Venerdì Netanyahu e il Ministro della Difesa Israel Katz hanno annunciato, in un comunicato congiunto, la distruzione dei "tunnel terroristici" di Hezbollah nell'area. Fino a maggio la dorsale si trovava al di fuori della fascia occupata dall'esercito israeliano, delimitata sulle mappe da una linea gialla e all'interno della quale chiunque venga individuato è considerato un bersaglio legittimo. A giugno Israele ha ridisegnato quel confine includendovi anche l'altura.
L'intesa mediata dagli Stati Uniti tra Israele e Libano prevede il graduale ritiro israeliano dal sud del Paese, il subentro delle Forze Armate libanesi nelle aree lasciate libere dagli israeliani e il ritorno degli sfollati. Hezbollah ha respinto l'intesa, sostenendo che legittimi di fatto la presenza israeliana e ribadendo che non consegnerà le armi finché le forze israeliane non si saranno ritirate. Questa settimana i funzionari dovranno discutere a Roma i dettagli delle prime "zone pilota": tre villaggi scelti per sperimentare il piano concordato il mese scorso, ma in Libano l'accordo è stato già contestato da più parti perché non stabilisce una scadenza per il ritiro israeliano e lo subordina al disarmo di Hezbollah, che il governo di Beirut ha finora tentato invano di ottenere.
La guerra in Libano, cominciata il 2 marzo quando Hezbollah attaccò Israele in solidarietà con l'Iran dopo i raid americano-israeliani che avevano dato inizio al conflitto, ha già causato la morte di più di 4.300 persone in Libano, almeno 4 civili israeliani e oltre 30 soldati.
