Gli Stati Uniti hanno consumato circa due terzi delle scorte di intercettori Patriot disponibili prima della guerra contro l'Iran. Secondo il Center for Strategic and International Studies, l'arsenale sarebbe sceso da circa 2.330 a 759-827 unità. Nel frattempo, le scorte di intercettori THAAD si sono dimezzate ed è già stato impiegato un terzo dei missili a lungo raggio Tomahawk e JASSM. Questo bilancio cambia i termini del dubbio che circola nelle capitali alleate da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca: non si tratta più soltanto di capire se Washington voglia difendere i propri alleati, ma se ne abbia ancora la capacità.
"La deterrenza si fonda sulla capacità e sulla credibilità", ha spiegato al Wall Street Journal Matthew Kroenig, senior fellow dell'Atlantic Council ed ex funzionario del Pentagono durante la prima Aamministrazione Trump.
"Finora il dubbio riguardava la credibilità, cioè se gli Stati Uniti sarebbero davvero intervenuti. Ma, viste le notizie sulla quantità di munizioni che stanno consumando, è logico che gli avversari li considerino meno capaci rispetto a qualche mese o anno fa."
Trump ha ridimensionato le esercitazioni militari con la Corea del Sud e ha definito il regime nordcoreano "non minaccioso e rispettoso" proprio mentre Pyongyang sta schierando missili balistici e inviando truppe in Ucraina a sostegno di Mosca. L'esercitazione annuale Ulchi Freedom Shield, inizialmente prevista per dieci giorni, si è conclusa dopo cinque su richiesta di Washington. L'apertura alla Corea del Nord arriva dopo mesi di altre decisioni favorevoli a Pechino, tra cui il congelamento di vendite militari a Taiwan per 14 miliardi di dollari, che ribalta una delle priorità del primo mandato. Nel frattempo, le batterie di difesa antiaerea e la sola portaerei americana rimasta nel Pacifico sono state trasferite dall'Asia per affrontare la crisi mediorientale.
In pubblico, i governi europei continuano a celebrare la NATO, ma in privato dubitano sempre più che l'America di Trump interverrebbe in caso di attacco russo. "Ufficiosamente sappiamo tutti che non rischieranno la propria sicurezza per i Paesi baltici o per la Germania", ha dichiarato al Wall Street Journal Roderich Kiesewetter, colonnello in congedo e deputato di un partito della coalizione di governo tedesca. "L'ombrello nucleare americano di fatto non esiste più." Nico Lange, ex alto funzionario della Difesa tedesca e oggi alla guida del think tank Iris, teme che questa percezione possa trasformarsi in un invito all'aggressione:
"L'Iran sta umiliando gli Stati Uniti davanti a tutti, Washington alimenta l'incertezza sul proprio impegno per la sicurezza europea e gli europei non mostrano alcuna volontà di deterrenza nei confronti della Russia. Tutto questo apre per Putin una finestra di opportunità estremamente pericolosa."
La Casa Bianca respinge totalmente questa ricostruzione. "Le Forze Armate statunitensi dispongono di munizioni, materiali e scorte più che sufficienti per conseguire tutti gli obiettivi strategici del presidente Trump, e l'operazione Epic Fury ha mostrato che cosa accade a chi si mette contro gli Stati Uniti", ha dichiarato la vice portavoce Anna Kelly, aggiungendo che il presidente ha comunque sollecitato i produttori del settore della difesa ad aumentare la produzione. Ancora più netto il portavoce del Pentagono Sean Parnell:
"Le affermazioni sulla carenza di munizioni americane sono false. Abbiamo tutto ciò che serve per colpire nel momento e nel luogo scelti dal presidente."
Uno studio del Council on Foreign Relations, pubblicato questo mese con il titolo Out of Ammo, "senza munizioni", sostiene invece il contrario: ovvero che l'arsenale americano si sia assottigliato al punto da non riuscire più a dissuadere la Cina dall'attaccare Taiwan. La produzione di missili di precisione, avverte il rapporto, dovrebbe essere portata immediatamente su livelli da economia di guerra, perché "aspettare l'inizio del conflitto sarebbe troppo tardi". Yun Sun, direttrice del programma Cina dello Stimson Center, considera prevedibili le smentite:
"L'America non ammetterà mai di non avere abbastanza munizioni. Ma la deterrenza dipende dalla percezione di chi osserva. Che cosa accadrebbe se Taiwan si convincesse che non avete né la capacità né la volontà di difenderla e che la scelta migliore sia lasciarsi costringere da Pechino ad avviare un negoziato sulla riunificazione?"
Michael Fullilove, direttore esecutivo del Lowy Institute australiano, ritiene invece che gli Stati Uniti restino la principale potenza mondiale, con la forza finanziaria, tecnologica, culturale e demografica necessaria per riprendersi, e che chiunque provasse ad approfittare di questo momento di debolezza commetterebbe un errore. "Quando si dice che l'America è debole, Vladimir Putin vorrebbe essere debole quanto l'America. Xi Jinping vorrebbe che la Cina fosse debole quanto l'America", ha osservato. Bilahari Kausikan, analista di Singapore ed ex ambasciatore all'ONU, ricorda inoltre che in Asia nessuno considera imminente una guerra:
"Le munizioni verranno ricostituite e, nel frattempo, la probabilità di un grande conflitto nell'Asia orientale resta davvero bassa. I cinesi hanno molti problemi interni da risolvere e, su Taiwan, non sono inclini alle scommesse."
In cinque mesi di guerra con l’Iran gli Stati Uniti hanno bruciato due terzi degli intercettori Patriot
I contratti firmati quest’estate valgono decine di miliardi, ma i primi intercettori in più arriveranno nel 2029. Nel frattempo Russia, Cina, Corea del Nord e Iran producono missili molto più in fretta di quanto l’Occidente costruisca gli intercettori per fermarli.
alla vigilia del conflitto
tra 759 e 827
Il dubbio degli alleati non riguarda più soltanto la volontà americana di difenderli, ma la capacità di farlo.
Tre arsenali svuotati in cinque mesi
Il Center for Strategic and International Studies stima il consumo di munizioni a partire dai documenti di bilancio del Pentagono e da fonti aperte. La Casa Bianca respinge la ricostruzione.
Per abbattere un solo missile balistico può servire lanciarne due o tre: ogni raffica costa all’arsenale il doppio o il triplo dei missili in arrivo.
Chi spara costruisce più in fretta di chi difende
Lockheed Martin è il produttore del PAC-3 MSE, il principale intercettore antibalistico della famiglia Patriot. Tutte le quantità sono annuali.
Il confronto è indicativo: la produzione di PAC-3 MSE rifornisce anche i diciotto Paesi che impiegano il Patriot, Ucraina compresa. I missili russi qui contati sono solo i balistici.
Anche a produzione triplicata, nel 2030 gli Stati Uniti costruirebbero meno intercettori di quanti ne servirebbero contro il solo arsenale russo.
I contratti sono di quest’anno, gli intercettori arrivano nel 2029
Tocca una data per aprire il dettaglio.
Nessuno dei due programmi ha ancora la copertura finanziaria integrale: entrambi dipendono dal bilancio che il Congresso deve approvare.
Circa 800 intercettori e l'Ucraina paga per prima
Lockheed Martin ha consegnato 620 intercettori PAC-3 MSE lo scorso anno, oltre il 20% in più rispetto all'anno precedente. È tuttavia un aumento modesto rispetto a liste d'attesa che si misurano in anni. Dal principale intercettore antibalistico della famiglia Patriot dipendono sia gli Stati Uniti sia i loro alleati, ed è proprio su questo terreno che la contabilità occidentale non torna. Dal 2022 la Russia ha invece moltiplicato la produzione nonostante le sanzioni e, secondo l'intelligence militare ucraina, oggi può lanciare fino a cento missili balistici al mese senza intaccare le proprie scorte.
Nel complesso, Cina, Corea del Nord, Iran e Russia producono missili a un ritmo diverse volte superiore a quello con cui l'Occidente costruisce gli intercettori. Per abbattere un solo missile balistico, inoltre, può essere necessario lanciarne due o tre. È la differenza tra chi ha già portato l'industria della difesa su livelli da economia di guerra e chi resta legato alle logiche di bilancio dei tempi di pace. "Il problema esistenziale è questo: i nostri nemici pensano di essere in guerra, mentre noi fingiamo di non esserlo", ha affermato un alto funzionario europeo della Difesa.
La prima a pagarne il prezzo è l'Ucraina, rimasta quasi priva di protezione contro i missili balistici russe dopo che le sue scorte di PAC-3 MSE si sono di fatto esaurite intorno al 1° luglio, proprio mentre Trump respingeva le richieste di nuovi Patriot avanzate da Kyiv. Putin punta proprio sui missili per distruggere le infrastrutture energetiche ucraine durante il prossimo inverno e costringere il governo ucraino alla resa. La prospettiva che quei vettori non vengano più intercettati contribuisce a irrigidirne la posizione.
Senza intercettori, l'unico modo per fermarli è distruggerli prima del lancio. Per questo, secondo il Financial Times, alla fine di luglio Volodymyr Zelensky ha chiesto personalmente a Trump, durante un incontro alla Casa Bianca, di convincere Elon Musk a sbloccare Starlink per i droni ucraini a lungo raggio, permettendo così di colpire le rampe di lancio fino a 200 chilometri oltre il confine. Trump non ha però assunto alcun impegno e, secondo le fonti del quotidiano, neppure Musk sarebbe disposto ad accettare: il fondatore di SpaceX avrebbe rifiutato persino un incontro con Zelensky.
Musk aveva già negato in passato l'impiego della rete satellitare per gli attacchi in profondità nel territorio russo, temendo un'escalation nucleare, mentre a Kyiv si sperava che il limite di 200 km potesse indurlo a cambiare idea. Un tentativo analogo era stato compiuto da Mykhailo Fedorov, Ministro della Difesa da gennaio fino alla rimozione dall'incarico a luglio. A febbraio Fedorov aveva ottenuto da Musk il blocco di Starlink per l'esercito russo, senza però convincerlo ad autorizzarne l'uso negli attacchi ucraini, secondo quanto riferito da alcune fonti a The Atlantic.
I contratti ci sono, ma le scorte servono adesso
Nel Golfo Persico, Paesi come l'Arabia Saudita si oppongono alla ripresa di una vasta campagna militare americana contro l'Iran, anche perché le loro scorte di intercettori non sarebbero più sufficienti a proteggere le infrastrutture da nuove raffiche iraniane. L'Europa, pur lavorando a programmi propri, resta ancora lontana anni da una protezione credibile. "La carenza di intercettori e di sistemi di difesa missilistica rischia ormai di provocare una crisi acuta su più teatri", ha spiegato John Bew, consigliere per la politica estera dei primi ministri britannici tra il 2019 e il 2024 e oggi docente al King's College di Londra.
"Le conseguenze sono immediate per il Golfo, ma questa lacuna è sempre più evidente anche nella difesa europea e potrebbe produrre effetti rilevanti in Asia."
I missili balistici delle generazioni precedenti erano costosi e poco precisi. La scarsa accuratezza li rendeva molto meno efficaci contro bersagli puntuali con testate convenzionali, mentre con un ordigno nucleare uno scarto di qualche centinaio di metri avrebbe avuto un'importanza relativa. Oggi anche una media potenza come l'Iran dispone di missili sempre più precisi, capaci di danneggiare seriamente le basi americane nel Golfo e in Giordania, oltre agli obiettivi energetici e industriali nei Paesi della regione e in Israele. Le forze missilistiche iraniane, sebbene indebolite dai bombardamenti israeliani e americani, non sono ancora state neutralizzate.
"In una guerra interstatale su vasta scala, anche avversari nettamente più deboli hanno la capacità di provocare seri danni e lanciare missili balistici. Persino gli Stati Uniti, nonostante tutta la loro potenza finanziaria e industriale, non riescono strutturalmente a tenere il passo", ha spiegato Fabian Hoffmann, esperto di missili del Norwegian Institute for Defence Studies. "La difesa antibalistica, così come era stata concepita, si è rivelata un sistema che nella pratica non funziona". La differenza rispetto all'altra rivoluzione militare in corso è tutta qui: molti droni e sistemi anti-drone sono relativamente semplici ed economici da costruire, mentre gli intercettori antibalistici figurano tra gli armamenti più sofisticati e costosi al mondo e soltanto una manciata di aziende è in grado di produrli.
All'inizio di agosto il Pentagono ha annunciato un nuovo contratto con Lockheed Martin del valore massimo di 58,6 miliardi di dollari per triplicare la produzione di PAC-3 entro la fine del 2030. A giugno ne aveva firmato un altro, da 35 miliardi in sette anni, per quadruplicare la produzione degli intercettori THAAD. Nessuno dei due programmi, tuttavia, dispone ancora della copertura finanziaria integrale.
