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Gli alleati del Golfo non si fidano più di Trump: in discussione anche le basi militari americane
Donald Trump posa con i leader del Consiglio di cooperazione del Golfo durante il vertice GCC–USA di Riad, in Arabia Saudita, il 14 maggio 2025. Credito: Daniel Torok / The White House, pubblico dominio.
Politica estera 23 min di lettura

Gli alleati del Golfo non si fidano più di Trump: in discussione anche le basi militari americane

Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait e Bahrein sono uniti nell'irritazione verso una Casa Bianca che a loro giudizio non riesce a chiudere la guerra con l'Iran. Le monarchie arabe cercano nuove alleanze, ma restano ancora dipendenti da Washington per armi, intelligence e sicurezza.

I governi del Golfo non credono più che Donald Trump sia in grado di condurre il negoziato necessario a porre fine alla guerra con l'Iran. L'irritazione nei confronti di Washington ha raggiunto il livello più alto dall'inizio del conflitto, scrive il Washington Post sulla base delle testimonianze di funzionari arabi e occidentali. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrein condividono ormai una profonda insofferenza verso l'Amministrazione americana e alcuni di questi Paesi hanno cominciato addirittura a chiedersi se sia ancora conveniente ospitare grandi installazioni militari statunitensi. "Trump ha iniziato questa guerra e il prezzo lo paghiamo noi", ha dichiarato senza mezzi termini al quotidiano statunitense un funzionario del Golfo.

Nelle ultime settimane il presidente ha rivolto ripetute minacce a Teheran, salvo poi fare marcia indietro e invocare ogni volta presunti progressi nei negoziati in corso. Nella regione il suo comportamento viene giudicato "erratico" e "imprevedibile", spiega Firas Maksad, direttore per il Medio Oriente e il Nord Africa dell'Eurasia Group, in frequente contatto con le leadership locali. Il malcontento, osserva, "c'è stato fin dal principio": gli alleati degli Stati Uniti ritengono di essere stati "coinvolti inutilmente" in una guerra da loro non voluta e che Trump ora non riesce più a chiudere.

In questo clima, l'accordo di difesa reciproca firmato il 7 agosto alla Mecca da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan è stato interpretato da un alto funzionario europeo, in contatto costante con i leader del Golfo, come "un segnale chiaro agli Stati Uniti". I tre Paesi sunniti, spiega, stanno cercando di diversificare le proprie alleanze in materia di sicurezza e difesa perché, ai loro occhi, "gli Stati Uniti non bastano più". La Casa Bianca però respinge questa ricostruzione: Trump "ha rapporti straordinari con tutti i nostri partner del Golfo", ha affermato un funzionario dell'Amministrazione, rivendicando contatti regolari con gli alleati regionali fin da prima dell'operazione Epic Fury e sostenendo che l'Iran sia "più isolato che mai a causa delle sue azioni terroristiche".

Guerra Iran-Stati Uniti · Il fronte del Golfo

Gli alleati del Golfo non credono più che Trump possa chiudere la guerra

Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait e Bahrein condividono un'insofferenza mai così alta dall'inizio del conflitto. Alcuni hanno cominciato a chiedersi se convenga ancora ospitare le grandi basi americane.

I tre numeri della frattura
2
14
5
Stretti chiusiHormuz e Bab el-Mandeb, le due uscite del greggio saudita
PuntiIl Memorandum del 17 giugno, saltato in poche settimane
Paesi del GolfoCondividono l’insofferenza verso l’Amministrazione americana
La tenaglia
Le due uscite del greggio saudita si sono chiuse una dopo l'altra
Riad ha risposto alla chiusura di Hormuz spostando le esportazioni sul Mar Rosso. Poi si è chiuso anche Bab el-Mandeb.
Iran
Arabia Saudita
Yemen
Ras Tanura
Yanbu
Stretto di Hormuz
chiuso da Teheran
Bab el-Mandeb
blocco navale Houthi
Cronologia della rottura
Come si è consumata la fiducia in Washington
La distanza verticale tra una tappa e l’altra cresce con i giorni trascorsi.
Chi sta con chi
I più esposti sono anche quelli che non possono sganciarsi
Tocca un Paese per leggere la sua posizione.
contraria non indicato
«Qualunque cosa facciamo, non possiamo dire di no agli Stati Uniti.»
Un funzionario del Golfo al Washington Post
Fonte Washington Post, agosto 2026. Base cartografica Natural Earth; confini e rotte marittime semplificati a scopo illustrativo.

Il calcolo iniziale è saltato con la chiusura di Hormuz

L'Oman si era opposto alla guerra fin dall'inizio, mentre Arabia Saudita, Emirati e Bahrein l'hanno sostenuta, almeno in alcune fasi. Secondo un diplomatico occidentale, le forze emiratine hanno compiuto "numerosi" raid in territorio iraniano e quelle saudite hanno risposto ai gruppi filoiraniani responsabili di attacchi dall'Iraq. "All'inizio non erano del tutto contrari", ricorda l'alto funzionario europeo: ad Abu Dhabi e Riad si pensava che una vittoria rapida e netta potesse risultare vantaggiosa per loro. Il calcolo è cambiato prima del primo round di colloqui tra Iran e Stati Uniti, ad aprile, quando è apparso chiaro che il regime iraniano non sarebbe caduto e che lo Stretto di Hormuz non sarebbe stato riaperto se non alle condizioni imposte da Teheran.

L'Arabia Saudita è il Paese più esposto di tutti. Oltre a subire gli attacchi dell'Iran e delle milizie filoiraniane in Iraq, il regno saudita è anche bersaglio degli Houthi yemeniti, che ne colpiscono ripetutamente le infrastrutture energetiche e dal 20 luglio hanno dichiarato il blocco navale del Paese, chiudendo di fatto lo Stretto di Bab el-Mandeb, all'imbocco meridionale del Mar Rosso. Dopo la chiusura di Hormuz da parte di Teheran nei primi giorni di guerra, Riad aveva infatti dirottato buona parte delle proprie esportazioni di greggio proprio verso i porti del Mar Rosso.

Non ha retto neppure il Memorandum d'Intesa in quattordici punti firmato il 17 giugno da Stati Uniti e Iran, che prevedeva 60 giorni di tregua e l'avvio di un negoziato sul programma nucleare iraniano per porre fine al conflitto. "Il Memorandum era una barzelletta", afferma ora Bader Al-Saif, docente di storia all'Università del Kuwait: il documento ignorava le principali preoccupazioni dei Paesi del Golfo, vale a dire l'arsenale di missili balistici iraniano e il sostegno di Teheran alle milizie sciite alleate. "Quei termini non erano di nostro gradimento, ed è per questo che l'accordo è morto in fretta".

I Paesi del Golfo cercano di tornare alla normalità

Secondo Anna Jacobs, dell'Arab Gulf States Institute in Washington, la fiducia negli Stati Uniti è "diminuita" costantemente dall'inizio della guerra: gli alleati ritengono che la condotta statunitense li abbia resi "meno sicuri, non più sicuri". Un diplomatico occidentale ridimensiona però la portata di questa ondata di sfiducia affermando che già prima del conflitto le forze statunitensi non erano accolte "con entusiasmo", ma considerate piuttosto "un male necessario". Ora, osserva, "è la necessità stessa a essere stata messa in discussione".

La verità è che non esiste però un'alternativa immediata alle alleanze costruite in decenni. Gli Stati Uniti restano il principale partner per la sicurezza e il maggiore fornitore di armamenti dei Paesi del Golfo, e due Paesi chiave come Qatar e Bahrein ospitano grandi basi americane. Per il funzionario del Golfo, l'unica strada possibile è quindi rafforzare ulteriormente il legame con Washington: "Qualunque cosa facciamo, non possiamo dire di no agli Stati Uniti". Douglas Silliman, ambasciatore americano in Kuwait e in Iraq sotto Barack Obama e Trump e oggi presidente dell'Arab Gulf States Institute, ha riscontrato durante un recente viaggio nella regione anche una crescente rabbia verso Teheran, alimentata dagli attacchi alle infrastrutture e dal rifiuto di riaprire lo Stretto di Hormuz.

Più la guerra si prolunga, più pesante diventa anche il conto delle sue conseguenze economiche. In estate gli eventi previsti nei Paesi del Golfo rallentano a causa del caldo, ma tra ottobre e dicembre il calendario si riempie normalmente di conferenze, vertici, festival e gran premi di Formula 1, tutti ora sospesi nell'incertezza. La decima edizione della Future Investment Initiative saudita, la "Davos nel deserto" in programma a Riyadh dal 26 al 29 ottobre, sarà il primo banco di prova della disponibilità di alti funzionari e amministratori delegati a recarsi nella regione nonostante la rinnovata instabilità.

Gli organizzatori "potrebbero ritoccare il tema" per tenere conto dell'insicurezza, afferma il diplomatico occidentale, ma "rinviare l'evento manderebbe il messaggio sbagliato". Da parte loro in Kuwait, dove continuano in queste settimane a cadere droni e missili iraniani, le restrizioni introdotte nella prima fase del conflitto sono ormai state revocate e la vita è in gran parte tornata alla normalità. "Ne abbiamo passate di peggio", dice Al-Saif ricordando l'invasione irachena del 1990. "Abbiamo gestito l'occupazione, possiamo gestire anche questo".

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