Il Segretario dell’Esercito Dan Driscoll intenderebbe lasciare l’incarico entro la fine dell’anno, se non prima, dopo mesi di tensioni con il segretario alla Difesa Pete Hegseth. Lo ha riferito il Wall Street Journal, citando persone al corrente delle discussioni. La sua uscita lascerebbe l’Esercito privo di vertici confermati dal Senato. Il 2 aprile Hegseth aveva rimosso senza spiegazioni il capo di Stato Maggiore dell'Esercito statunitense, il generale Randy George, e Trump non ha ancora indicato un successore.
L’incarico è ora ricoperto ad interim dal generale Christopher LaNeve, vicecapo di Stato Maggiore dell’Esercito dallo scorso febbraio ed ex consigliere militare dello stesso Hegseth, che da mesi spinge per affidargli definitivamente il comando. La candidatura, tuttavia, non è mai stata formalizzata: nella Commissione Forze Armate del Senato non ci sarebbero i voti repubblicani necessari per approvarla. La senatrice dell’Iowa Joni Ernst ritiene che LaNeve, promosso generale a quattro stelle appena sei mesi fa, non abbia ancora l’esperienza normalmente richiesta per guidare l’Esercito.
Driscoll ha già lasciato la grande residenza riservata al Segretario dell’Esercito a Joint Base Myer-Henderson Hall, la base militare adiacente al cimitero nazionale di Arlington dove abitano diversi alti funzionari del Dipartimento della Difesa, e si è trasferito in un appartamento più piccolo. La sua famiglia è tornata in North Carolina durante l’estate.
Amico di lunga data del vicepresidente JD Vance, Driscoll si sarebbe attirato l’ostilità di Hegseth già nei primi giorni dell’Amministrazione, quando propose di organizzare una visita di Vance e Trump alle truppe per presentare il progetto di riforma dell’Esercito. Nei suoi diciotto mesi da Segretario ha costruito uno stretto rapporto con il generale George: insieme hanno promosso l’adozione di nuove tecnologie e, nel novembre 2025, si erano recati in Ucraina con il generale Chris Donahue, allora comandante delle forze statunitensi in Europa e Africa. Durante quel viaggio Driscoll assunse di fatto il ruolo di inviato dell’Amministrazione, presentando a Volodymyr Zelensky il piano di pace in 28 punti sul quale l’Ucraina accettò di avviare negoziati.
Al ritorno, Driscoll invitò l’Esercito a seguire l’esempio delle forze ucraine nell’impiego sul campo di battaglia di tecnologie disponibili sul mercato. Sotto la sua guida, secondo i calcoli del Wall Street Journal, aziende private hanno promesso investimenti per oltre 25 miliardi di dollari destinati alla costruzione di centri dati, impianti per la raffinazione di minerali critici e mense nelle basi statunitensi. Quando i parlamentari gli hanno chiesto conto dell’improvvisa rimozione del generale George, Driscoll ha risposto di essere anche lui molto legato al generale, definendolo un leader straordinario capace di trasformare l’Esercito.
Tre licenziamenti in un giorno a Stars and Stripes
Nella stessa settimana il Dipartimento della Difesa ha licenziato l’editore e il direttore di Stars and Stripes, il giornale finanziato dal Pentagono al quale la legge garantisce l’indipendenza editoriale. A raccontarlo al Washington Post è stato il direttore uscente Erik Slavin, che ha ricevuto la lettera di licenziamento insieme alla giornalista Lara Korte, corrispondente dal Medio Oriente. Anche l’editore Max Lederer, che pochi giorni prima aveva annunciato il proprio ritiro, ha ricevuto lo stesso provvedimento.
Il Pentagono ha confermato i tre licenziamenti, contestando a Lederer e Slavin un comportamento insubordinato, e ha precisato che gli interessati dispongono di cinque giorni per presentare ricorso. All’origine dello scontro c’è un servizio della CBS trasmesso a luglio, al quale, secondo il Dipartimento, Slavin e Korte avrebbero partecipato senza autorizzazione. "Lavoro per Stars and Stripes, non per il Pentagono, per un’Amministrazione o per chi decide le politiche. Sono qui per raccontare la comunità militare", aveva dichiarato Korte.
Slavin aveva invece definito la censura del giornale una linea invalicabile, principio che ha ribadito dopo il licenziamento. Secondo due persone informate sulla vicenda, prima della rimozione di Lederer un funzionario del Pentagono, Andrew Brey, gli aveva scritto chiedendogli di licenziare entrambi i giornalisti.
La stretta sull’indipendenza del giornale
Nato durante la guerra civile e pubblicato senza interruzioni dalla Seconda guerra mondiale, Stars and Stripes opera in autonomia dal Pentagono in base a un assetto stabilito nel 1994, pur ricevendo dal Dipartimento circa il 65% del proprio bilancio. La testata è però sotto pressione da marzo, quando è stato varato un piano di "modernizzazione" che le vieta di utilizzare agenzie di stampa, contenuti in syndication e persino fumetti. Il piano impone inoltre che ogni articolo sia compatibile con il "buon ordine e la disciplina", una formula tratta dal Codice uniforme di giustizia militare.
Due membri del consiglio consultivo hanno fatto causa al governo, definendo il piano come una forma illegale di censura. Ad aprile era già stata licenziata l’ombudsman, incaricata dal Congresso di proteggere l’indipendenza della testata, che a giugno ha citato in giudizio il governo invocando il Primo Emendamento. Questo mese il Pentagono ha inoltre nominato vicedirettore editoriale il capitano di vascello in servizio attivo William Urban, senza consultare Lederer. Un gruppo di senatori democratici ha scritto a Hegseth per denunciare il rischio di un’ulteriore erosione dell’autonomia del giornale. Il presidente del consiglio degli editori, Rufus Friday, ha espresso il timore che le ultime decisioni possano comprometterne la credibilità.
In una lettera aperta pubblicata venerdì, Urban non ha commentato i licenziamenti e ha affermato di aver ricevuto dall’ufficio del Segretario alla Difesa rassicurazioni sull’indipendenza editoriale. A dimostrazione dell’autonomia della testata, Urban ha citato le recenti inchieste sulle pessime condizioni a bordo della portaerei Abraham Lincoln.
