Nelle ultime settimane le Forze Armate americane hanno inviato altre due batterie di missili Patriot per proteggere gli impianti petroliferi e del gas in Arabia Saudita e Qatar. Lo ha rivelato Axios, che cita due funzionari americani e una fonte nella regione. Una batteria è stata schierata a settembre in Arabia Saudita, a difesa di un importante impianto petrolifero, mentre l'altra in Qatar, per proteggere un impianto del gas.
Washington vuole rassicurare in questo modo i due alleati sulla protezione delle loro infrastrutture energetiche nel caso in cui Donald Trump decida di riprendere le operazioni militari su larga scala contro l'Iran. Giovedì, parlando con i giornalisti alla Casa Bianca prima di partire per un comizio in Oklahoma, il presidente ha detto di star valutando l'inizio di una nuova campagna di bombardamenti nelle prossime settimane. "Ora devo prendere una decisione", ha dichiarato, aggiungendo che gli iraniani "o firmeranno un accordo o non esisteranno più". In un'intervista a TIME, Trump aveva già aperto alla possibilità di riprendere i bombardamenti dopo le elezioni di metà mandato.
In realtà, anche all'inizio di agosto il presidente stava valutando un attacco massiccio che avrebbe colpito anche le infrastrutture energetiche iraniane. I leader di Arabia Saudita e Qatar lo avevano però esortato a rinunciare, temendo ritorsioni contro i propri impianti di petrolio e gas, già duramente colpiti a marzo dagli attacchi iraniani al polo del gas qatariota di Ras Laffan e alla raffineria saudita di Ras Tanura. Secondo funzionari americani, quelle pressioni furono una delle ragioni principali per cui Trump scelse alla fine di non attaccare e di puntare invece sulla pressione economica.
Se le operazioni militari dovessero riprendere, gli Stati Uniti avrebbero bisogno di utilizzare lo spazio aereo saudita. Difficilmente, però, Riyadh darebbe il suo assenso senza nuove garanzie sulla protezione dei propri impianti. Già a gennaio il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva fatto sapere che il territorio e lo spazio aereo del regno non sarebbero stati messi a disposizione per attaccare l'Iran per lo stesso motivo. Il portavoce del Comando Centrale americano, il capitano Tim Hawkins, ha declinato ogni commento.
Fino a tre portaerei e migliaia di Marines
Dall'inizio della guerra con l'Iran, la mancanza di disponibilità di batterie Patriot e, soprattutto, dei loro missili intercettori è diventata un problema cruciale. Secondo le stime pubblicate a fine luglio dal Center for Strategic and International Studies (CSIS), un centro studi di Washington, le scorte americane di intercettori Patriot si erano ridotte di circa il 65%. Il Pentagono ha trasferito in Medio Oriente batterie e missili da altri comandi regionali, alimentando timori sulla capacità delle forze americane di rispondere a eventuali crisi in altre parti del mondo.
Nella regione sono però in arrivo anche altre navi, caccia e truppe. Domenica la portaerei Theodore Roosevelt e il suo gruppo d'attacco hanno lasciato San Diego "senza clamore", secondo un funzionario americano, e dovrebbero raggiungere il Medio Oriente intorno alla metà di novembre. Nella regione sono già schierate la George H.W. Bush, partita dalla Virginia a fine marzo e arrivata a fine aprile, e la George Washington, che ha lasciato il Giappone a maggio ed è stata dirottata verso il Medio Oriente a metà agosto.
"Questo significa che in Medio Oriente potrebbero esserci fino a tre gruppi d'attacco di portaerei. È molta potenza di fuoco", ha detto il funzionario. Un altro ha precisato, però, che non è ancora stato deciso se la Roosevelt sostituirà una delle due portaerei già presenti o si aggiungerà a entrambe. Lunedì è partito anche il gruppo anfibio guidato dalla Makin Island: tre navi con a bordo circa 4.000 militari, tra Marines della 13ª unità di spedizione ed equipaggi. Il gruppo dovrebbe arrivare entro la fine di novembre e affiancare un'altra formazione anfibia schierata nella regione negli ultimi mesi.
Intanto, al Congresso sono ripetutamente falliti i tentativi di limitare la libertà d'azione del presidente. Il 24 settembre il Senato ha respinto, con 50 voti contrari e 49 favorevoli, una risoluzione volta proprio a impedire a Trump di proseguire la guerra senza l'autorizzazione del Congresso.
