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La guerra con l'Iran lascia il Pacifico senza portaerei americane
La portaerei USS George Washington arriva a Da Nang, in Vietnam, il 30 luglio 2026 per una visita programmata. Credito: Juan Cordova / U.S. Navy / DVIDSPubblico dominio.
Sicurezza e Difesa 18 min di lettura

La guerra con l'Iran lascia il Pacifico senza portaerei americane

Washington sposta la USS George Washington in Medio Oriente, mentre i lunghi dispiegamenti logorano equipaggi e navi e offrono alla Cina l'occasione di rafforzare la propria influenza in Asia.

La guerra di Donald Trump contro l'Iran sta sottoponendo la flotta statunitense a una pressione crescente, fino a lasciare il Pacifico occidentale senza alcuna portaerei americana, uno dei principali strumenti della presenza militare di Washington in Asia. La USS George Washington, che il 5 agosto ha concluso una visita in Vietnam, è infatti attesa in Medio Oriente entro una settimana per sostituire la USS Abraham Lincoln. Il rientro di quest'ultima, inizialmente previsto per maggio, era stato rinviato due volte per prolungarne l'impiego nelle operazioni contro Teheran, mentre a bordo aumentavano le difficoltà di approvvigionamento e i casi di disagio psicologico tra i membri dell'equipaggio.

La Marina statunitense ha presentato il trasferimento come parte di un dispiegamento già programmato. Il vuoto nel Pacifico dovrebbe durare alcune settimane, fino a quando la USS Theodore Roosevelt prenderà il mare a settembre. Resta il fatto che, per la prima volta, nella regione non è presente alcuna portaerei americana.

"L'Amministrazione afferma che il Pacifico dovrebbe essere la priorità subito dopo l'emisfero occidentale", ha osservato ad Associated Press Greg Poling, direttore del programma per il Sud-est asiatico del Center for Strategic and International Studies. Secondo Poling, ora però gli Stati Uniti stanno facendo "esattamente il contrario" di quanto avevano annunciato quando promettevano di ridurre il proprio impegno in Medio Oriente. Gli alleati americani nella regione sono inquieti per l'imprevedibilità della Casa Bianca, ha aggiunto, mentre Pechino "è piuttosto contenta della distrazione americana e della frustrazione degli alleati".

Indo-Pacifico

La guerra all'Iran lascia il Pacifico senza portaerei

La USS George Washington ha lasciato il Vietnam per raggiungere il Medio Oriente e dare il cambio alla USS Abraham Lincoln, in mare da oltre 260 giorni. Fino a settembre nel Pacifico occidentale non ci sarà nessuna portaerei statunitense.

La flotta, oggi

Una portaerei lascia il Pacifico e nessuna la sostituisce

La Marina statunitense ha undici portaerei e di norma ne tiene in mare due o tre.

La George Washington ha lasciato Da Nang il 5 agosto ed è attesa al largo dell'Oman a fine mese. La USS Theodore Roosevelt dovrebbe salpare da San Diego a settembre e riportare una portaerei americana nel Pacifico occidentale.

Quanto restano in mare

Al Ford sono mancati sei giorni per eguagliare il record del Vietnam

I dispiegamenti più lunghi di una portaerei statunitense, in giorni. Tocca una barra per leggere la scheda.

La linea tratteggiata segna il record assoluto: 332 giorni.

Chi occupa lo spazio vuoto

Mentre la Marina ruota le navi, la Cina si muove

Le mosse di luglio e agosto nel Pacifico occidentale.

Stati Uniti Cina
Lo sforzo in cifre

Fonte: Associated Press, CNN, ABC News, USNI News, U.S. Navy. Dati aggiornati al 17 agosto 2026.

La rinnovata assertività cinese nella regione

Nessuno si aspetta che la Cina invada Taiwan soltanto perché una portaerei ha lasciato la regione, ma questa assenza offre ovviamente a Pechino un'altra occasione per mostrare i muscoli, ha spiegato a sua volta Bryan Clark, ex sommergibilista della Marina e oggi analista dell'Hudson Institute. "La stanno usando come parte della narrazione con cui cercano di dimostrare alle Filippine, al Giappone, all'Indonesia e agli altri che gli Stati Uniti non sono più il difensore del Pacifico occidentale", ha detto Clark. L'obiettivo cinese, secondo l'analista, è convincere i Paesi della regione che Washington non sia più in grado di garantirne la sicurezza.

Le occasioni non mancano. Il 12 agosto una fregata cinese e una indonesiana hanno condotto una manovra congiunta nelle acque a est di Taiwan, la prima organizzata da Pechino in quell'area insieme alla Marina di un altro Paese. Secondo l'Associated Press, questo mese si sono svolte anche esercitazioni militari cinesi nei pressi della Secca di Scarborough, nel Mar Cinese Meridionale, rivendicata sia dalla Cina sia dalle Filippine. Il mese scorso il cacciatorpediniere lanciamissili Kaifeng ha invece condotto un'esercitazione a fuoco vivo a 180 km da Okinotori, l'isola più meridionale del Giappone, all'interno della zona economica esclusiva giapponese e durante una manovra congiunta con la Russia. Tokyo ha protestato, mentre Pechino ha risposto di non riconoscere quella zona. Sia Giappone che Filippine, entrambi alleati fondamentali degli Stati Uniti, hanno contenziosi territoriali aperti con la Cina.

A rassicurare gli alleati sta provando l'ammiraglio Frank Bradley, capo del Comando per le Operazioni Speciali, arrivato giovedì a Manila dopo una tappa in Corea del Sud e atteso successivamente in Giappone. Bradley ha assicurato ai colleghi filippini che le Forze Speciali americane sono pronte a intensificare le esercitazioni congiunte. "Gli Stati Uniti hanno la capacità di proiettare la forza in qualunque parte del globo", ha dichiarato all'Associated Press. "Quando la minaccia nella regione mediorientale sarà stata affrontata, ci ridispiegheremo, cambieremo nuovamente il nostro orientamento e saremo in grado di proiettare quella forza dovunque serva".

Ma per Evan Sankey, analista del Cato Institute specializzato nella politica americana verso la Cina, la presenza delle portaerei statunitensi offre agli alleati una rassicurazione anche psicologica, mentre la loro assenza "rafforza la sensazione generale che gli Stati Uniti siano distratti da quanto accade in Medio Oriente".

Equipaggi allo stremo e cantieri intasati

Nel suo secondo mandato Trump ha fatto un uso particolarmente intenso delle portaerei. La USS Gerald R. Ford è rientrata a Norfolk il 16 maggio dopo 326 giorni in mare: il dispiegamento più lungo dalla guerra del Vietnam, superato soltanto dai 332 giorni trascorsi al largo dalla USS Midway durante quel conflitto. Negli undici mesi di missione, la Ford ha sostenuto le operazioni contro l'Iran e la cattura dell'allora leader venezuelano Nicolás Maduro. Il 12 marzo, però, un incendio divampato nella lavanderia mentre la nave si trovava nel Mar Rosso è durato 30 ore, ha costretto l'unità a rientrare nel Mediterraneo per le riparazioni e ha lasciato 600 marinai senza un posto dove dormire. Ora la portaerei rischia un fermo per manutenzione che potrebbe protrarsi fino a 14 mesi.

Alla Lincoln è andata persino peggio. La portaerei ha lasciato San Diego a novembre e ha superato i 244 giorni di dispiegamento, trascorrendone circa 200 senza fare scalo. Gli oltre 5.000 marinai e marines a bordo hanno dovuto affrontare muffa, guasti agli impianti idraulici, acqua contaminata e ritardi nella consegna della posta. Questo mese un marinaio è finito in mare. Parlamentari di entrambi i partiti hanno chiesto chiarimenti sulle condizioni della nave e la Commissione per le Forze Armate della Camera dei Rappresentanti a guida repubblicana ha persino annunciato l'apertura di un'indagine.

Il capo di Stato Maggiore Dan Caine aveva già avvertito il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il presidente Donald Trump dei rischi legati a dispiegamenti troppo lunghi e al deterioramento del morale. Il comandante del Comando Centrale, l'ammiraglio Brad Cooper, sostiene invece che la Lincoln registri uno dei numeri più bassi di casi legati alla salute mentale nell'intera flotta. Trump, dal canto suo, ha commentato che il tempo trascorso in mare dall'equipaggio non è stato "lontanamente sufficiente".

La Marina statunitense dispone in totale di 11 portaerei e normalmente ne mantiene in mare 2 o 3. Secondo l'analisi, potrebbe arrivare a 4 se la USS Theodore Roosevelt decidesse di lasciare San Diego per il Medio Oriente, consentendo alla USS George Washington di tornare nel Pacifico. Al momento, però, il piano è che la Roosevelt prenda il mare a settembre per recarsi proprio nel Pacifico occidentale. Il problema rischia di emergere soprattutto in seguito, quando tutte queste unità avranno bisogno di manutenzione e dovranno affidarsi ai soli due cantieri del Paese abilitati a eseguire questi lavori.

Sullo sfondo resta la domanda se queste navi abbiano ancora senso in un mondo che cambia sempre più rapidamente. Michael Swaine, ricercatore del programma per l'Asia orientale del Quincy Institute, mette in dubbio la loro utilità futura: droni e missili le rendono bersagli sempre più vulnerabili, soprattutto contro un avversario come la Cina, mentre navi più piccole e sottomarini possono colpire con un'efficacia paragonabile a quella dei caccia decollati dai ponti di volo. A quanto pare l'ipotesi, che finora sembrava assurda, viene ora discussa anche dai vertici della Marina. L'ammiraglio Daryl Caudle, comandante delle operazioni navali, ha dichiarato all'Associated Press a febbraio di voler convincere i comandanti a impiegare unità più piccole e moderne, invece di ricorrere sistematicamente alle grandi portaerei.

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