A poco più di un mese dalle elezioni di metà mandato, l’Amministrazione Trump non sembra avere a sua disposizione strumenti capaci di ridurre rapidamente i prezzi che pesano sugli elettori. Questa settimana la benzina ha sfiorato in media i 4,50 dollari al gallone, il gasolio ha superato i 6,50 dollari e i tassi sui mutui trentennali sono tornati sopra il 7%. Il petrolio, spinto dalla guerra con l’Iran, ormai al settimo mese, ha oscillato intorno ai 100 dollari al barile. La Casa Bianca ha tentato di intervenire su più fronti, ma finora senza grandi risultati, come ricostruisce il New York Times.
Lo shock energetico ha alimentato i timori di un’inflazione più alta e ha portato i rendimenti di alcuni titoli di Stato ai massimi da oltre vent’anni. Il debito federale è così diventato più costoso, mentre sono saliti anche i tassi sui mutui. Molti investitori si aspettano adesso un nuovo rialzo dei tassi della Federal Reserve già a ottobre: sarebbe il secondo consecutivo, dopo quello già deciso a settembre, il primo in 3 anni. La maggior parte degli economisti prevede che l’inflazione chiuderà l’anno sopra il 3%, ben sopra l’obiettivo del 2% della banca centrale, mentre a settembre l’indice di fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan è sceso a 48,1 punti, il livello più basso degli ultimi quattro mesi.
Le mosse della Casa Bianca
In questo contesto, Trump continua a chiedere alla Fed drastici tagli dei tassi, mentre i suoi consiglieri cercano di scongiurare un altro rialzo proprio alla vigilia del voto. Mercoledì, durante un evento alla Georgetown University, Kevin Hassett, direttore del Consiglio Economico Nazionale della Casa Bianca, ha definito un eventuale aumento dei tassi ad ottobre una scelta troppo politica. Ha accusato la Fed di essere "insolitamente di parte", riferendosi a Jerome Powell e Michael Barr, rimasti nel consiglio dei governatori. Secondo Hassett non servirebbe intervenire: l’inflazione di fondo, calcolata sugli ultimi tre mesi e riportata su base annua, indicherebbe che i prezzi stanno andando nella direzione giusta.
Neppure sul mercato dei titoli di Stato, però, l’Amministrazione è riuscita a invertire la tendenza. Dal 9 settembre il Dipartimento del Tesoro guidato da Scott Bessent ha ampliato i riacquisti di titoli federali a lungo termine, per miliardi di dollari, ma la risposta degli investitori è stata modesta. Restano, infatti, le pressioni legate all’inflazione e alla crescita del debito. Poiché i rendimenti dei titoli di Stato incidono anche sul costo dei prestiti per l’auto e dei mutui, per le famiglie è cambiato poco. Secondo Jeff Ostrowski, analista del mercato immobiliare di Bankrate, i tassi sui mutui trentennali sono "più di un punto percentuale" sopra i livelli precedenti alla guerra con l’Iran. "Tassi più alti non sono una buona notizia per chi compra casa per la prima volta e fa fatica a permettersela", ha detto al New York Times.
Trump ha anche ipotizzato un divieto di esportazione del gasolio americano, suscitando critiche sia a destra sia a sinistra. Mercoledì la Casa Bianca ha però smentito l’intenzione di introdurre un blocco di 90 giorni. Tra i contrari c’è la Heritage Foundation, centro studi conservatore, secondo cui la misura ridurrebbe la produzione americana e darebbe scarso sollievo ai consumatori. Rispetto a un anno fa, la benzina costa oltre un dollaro al gallone in più e il gasolio quasi tre dollari in più.
Il rincaro colpisce autotrasportatori e agricoltori e rischia di trasferirsi ai prezzi degli alimentari. "Gli abitanti dell’Iowa sono sotto pressione e non dovrebbero pagare alla pompa di benzina o alla cassa del supermercato il conto della guerra in Iran", ha detto la deputata repubblicana Ashley Hinson, candidata al Senato. Secondo gli economisti, però, nemmeno una fine immediata delle ostilità riporterebbe i prezzi ai livelli precedenti alla guerra prima del voto.
Il giudizio degli elettori
Donald Trump continua, intanto, a presentare l’economia come un successo, citando gli investimenti e la crescita legata all’intelligenza artificiale. Alle Nazioni Unite ha ribadito la richiesta di disarmo all’Iran, lasciando aperta la possibilità di un’escalation. Ha anche respinto le preoccupazioni per le conseguenze elettorali della guerra: "Non ho dato e non darò alcun peso alle elezioni quando si tratta dell’Iran. Non mi passa nemmeno per la testa".
Un numero crescente di sondaggi indica però che gli americani lo ritengono direttamente responsabile delle loro difficoltà economiche. Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai ha detto al New York Times che Trump è "sempre stato chiaro" sulle turbolenze dei mercati legate al conflitto. Ha inoltre rivendicato "drastiche riduzioni mensili" dei prezzi di alcuni prodotti, tra cui la carne bovina, che resta comunque più cara di un anno fa.
"Se chiedi alle persone come va l’economia, ti rispondono dicendo come vanno i prezzi della benzina", ha detto al New York Times Michael Faulkender, già Vicesegretario al Tesoro nella prima Amministrazione Trump e oggi capo economista dell’America First Policy Institute, centro studi vicino al presidente. Faulkender considera solida l’economia nel suo complesso, ma riconosce che gli elettori la giudicano negativamente: "Se metti a confronto le intenzioni di voto per i partiti e i prezzi della benzina, l’andamento è molto simile".
