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Trump agita la "minaccia comunista" perché non ha più carte da giocare
Andrea Hanks, White House, 2026, Flickr, Opera del governo USA
Politica interna 17 min di lettura

Trump agita la "minaccia comunista" perché non ha più carte da giocare

L'ex segretario al Lavoro scrive sul Guardian che il presidente, in difficoltà su economia, politica estera e immigrazione, ricorre alla vecchia tattica del maccartismo in vista del voto di novembre

Trump è tornato ad accusare i democratici di comunismo perché non ha più argomenti da spendere in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. È la tesi di Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti e professore emerito di politiche pubbliche all'Università della California a Berkeley, in un articolo pubblicato sul Guardian.

Secondo Reich, il presidente non può puntare sull'economia, perché i prezzi continuano a crescere più in fretta dei salari e la maggior parte degli americani si sta impoverendo. Non può puntare sulla politica estera, perché per l'autore la guerra in Iran è stata una debacle, i dazi un fallimento e la promessa di chiudere la guerra in Ucraina "il primo giorno" non è stata mantenuta. Non può puntare nemmeno sull'immigrazione, perché le retate e le espulsioni di massa sono diventate impopolari. Rimasto senza altri temi, scrive Reich, Trump ricorre al più vecchio dei luoghi comuni della destra americana: accusare i democratici, soprattutto la nuova generazione di giovani politici in ascesa, di essere comunisti.

Midterm 2026 — un’arma vecchia di ottant’anni
La nuova caccia ai «rossi» non spaventa più l’America
Rimasto senza argomenti su economia, politica estera e immigrazione, Trump accusa di comunismo la nuova generazione di democratici. Ma l’etichetta ha perso la sua forza: nella Gen Z il socialismo è visto con più favore del capitalismo.
Gen Z (18–29 anni) — quota di giudizi favorevoli
Socialismo
53%
vs
Capitalismo
45%
L’etichetta che Trump usa contro i nuovi democratici
Il sistema che, per Reich, ha deluso i più giovani
Sondaggio Cato Institute / Morning Consult, giugno 2026
Nella stessa fascia d’età perfino il «comunismo» divide quasi a metà: 38% favorevole contro il 36% contrario.
Quattro chiavi di lettura
Una strategia per esclusione
Per Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti, Trump agita lo spettro comunista perché gli altri temi della campagna si sono esauriti.
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EconomiaFronte chiuso
I prezzi crescono più in fretta dei salari e la maggior parte degli americani si sta impoverendo.
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Politica esteraFronte chiuso
La guerra in Iran si è rivelata una debacle, i dazi un fallimento e la promessa di chiudere la guerra in Ucraina «il primo giorno» non è stata mantenuta.
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ImmigrazioneFronte chiuso
Le retate e le espulsioni di massa sono diventate impopolari.
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L’accusa di comunismoUnica carta
Rivolta ai democratici emergenti come Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, popolari perché sfidano le grandi aziende e la corruzione della politica.
«Puoi essere un comunista o puoi essere un patriota. Non puoi essere entrambe le cose.»Donald Trump — Mount Rushmore, 3 luglio 2026
Dal maccartismo a Trump, il filo di Roy Cohn
L’accusa di comunismo fu l’arma repubblicana contro il New Deal. Tocca le tappe per esplorare la parabola: dal trionfo del 1946 al crollo del 1954, fino a oggi.
1946
Le midterm presentate come «battaglia tra repubblicanesimo e comunismo»
I repubblicani conquistano entrambe le camere del Congresso. Il Wisconsin manda Joe McCarthy al Senato e la California elegge alla Camera un giovane Richard Nixon.
Per la Gen Z il socialismo batte il capitalismo
Quota di giudizi favorevoli per ciascuna etichetta: tra i 18–29enni il socialismo supera il capitalismo, e perfino il comunismo non è più un tabù.
Gen Z (18–29 anni) Tutti gli adulti
Socialismo
Gen Z53%
Tutti37%
Capitalismo
Gen Z45%
Tutti52%
Comunismo
Gen Z38%
Tutti21%
Cato Institute / Morning Consult, 25–26 giugno 2026 — 2.253 adulti statunitensi
Anche nei campus il vento è cambiato
Tra gli studenti universitari il 67% associa alla parola «socialismo» un giudizio positivo o neutro; per «capitalismo» la quota si ferma al 40%.
Socialismo67%
Capitalismo40%
Axios – Generation Lab, ottobre 2025 — 1.574 studenti universitari
La paura vera non è il comunismo
Quando pensano al futuro del paese, gli americani temono soprattutto la corruzione e gli abusi di potere ai vertici del governo.
56%
degli americani teme che gli Stati Uniti possano smettere di essere un paese libero entro i prossimi 50 anni.
0100%
Una paura bipartisan
Democratici65%
Repubblicani54%
«Trump non si cura né del capitalismo né del comunismo: la sua unica convinzione salda è nell’antica ideologia chiamata narcisismo.»Robert Reich — The Guardian
FonteRobert Reich, The Guardian; Cato Institute / Morning Consult (25–26 giugno 2026, 2.253 adulti); Axios – Generation Lab (ottobre 2025, 1.574 studenti universitari).
NotaI giudizi «favorevoli» indicano la quota di intervistati con un’opinione positiva dell’etichetta; nel sondaggio Axios la quota comprende anche i giudizi neutri.

Venerdì il presidente ha aperto le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso al Mount Rushmore in cui ha avvertito di una "recrudescenza della minaccia comunista nella nostra terra, anche da parte di nuovi arrivati nel nostro paese che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita". "Puoi essere un comunista o puoi essere un patriota. Non puoi essere entrambe le cose", ha detto Trump.

Da anni, ricorda Reich, il presidente prova a spaventare gli americani parlando dei democratici che propongono l'assistenza sanitaria pubblica per tutti, gli asili universali, l'università pubblica gratuita e tasse più alte sui super ricchi per finanziarle. Senza successo, secondo l'autore, perché la maggioranza degli americani sostiene queste proposte.

L'accusa di comunismo, ricostruisce Reich, fu l'arma usata dopo le due guerre mondiali per colpire la sinistra americana, con cacce alle streghe che rovinarono molte carriere. Negli anni Cinquanta rese famoso il senatore del Wisconsin Joe McCarthy, che costringeva i cittadini a "fare i nomi" di presunti sovversivi. Il maccartismo, scrive l'autore, fu un sottoprodotto del tentativo repubblicano di smantellare il New Deal, il programma di riforme economiche e sociali degli anni Trenta: il partito presentò le elezioni di metà mandato del 1946 come una "battaglia tra repubblicanesimo e comunismo" e il presidente del comitato nazionale repubblicano disse che la burocrazia federale era piena di "burattini rosa".

Anche i democratici segregazionisti del Sud parteciparono alla campagna. Il senatore del Mississippi Theodore Bilbo, membro del Ku Klux Klan, definì opera di "comunisti del Nord" l'impegno dei sindacati multirazziali per i diritti civili, mentre il deputato John Elliott Rankin, tra i fondatori della commissione della Camera sulle attività antiamericane, chiamò "un complotto comunista" la campagna di sindacalizzazione nel Sud, temendo che avrebbe esteso il diritto di voto ai neri. La tattica funzionò: nel 1946 i democratici persero il controllo di entrambe le camere del Congresso, il Wisconsin mandò McCarthy al Senato e la California elesse alla Camera un giovane avvocato repubblicano che aveva già imparato a usare la paura dei "rossi", Richard Nixon.

La parabola di McCarthy si chiuse nel 1954, durante le udienze televisive sulle sue accuse di scarsa sicurezza contro l'esercito americano. Quando il senatore sostenne che un giovane avvocato dello studio di Joseph Welch, il legale dell'esercito, era comunista, Welch lo interruppe chiedendogli: "Non ha nemmeno un senso di decenza?". La popolarità di McCarthy crollò quasi da un giorno all'altro: censurato dai colleghi del Senato ed emarginato dal suo partito, morì di alcolismo a 48 anni. Il suo principale consulente legale in quelle udienze era Roy Cohn, l'avvocato che aveva fatto condannare per spionaggio i coniugi Julius ed Ethel Rosenberg, giustiziati nel 1953. Anni dopo Cohn sarebbe diventato il mentore di Trump e per Reich è questo il filo che lega il maccartismo al presidente, che di quell'epoca conserva probabilmente i primi ricordi politici.

Il problema, per Reich, è che i democratici emergenti che Trump vuole screditare non hanno nulla a che fare con il comunismo e poco anche con il socialismo. Zohran Mamdani, Alexandria Ocasio-Cortez, Katie Wilson a Seattle, Melat Kiros in Colorado e decine di altri, scrive l'autore, sono popolari perché sfidano le grandi aziende, attaccano la corruzione della politica da parte dei grandi finanziatori e si occupano dei problemi concreti degli americani comuni.

Le etichette, aggiunge Reich, spaventano comunque sempre meno. In un sondaggio di Axios e Generation Lab tra i giovani americani, il 67% associa alla parola "socialismo" un giudizio positivo o neutro, contro il 40% per "capitalismo". Un sondaggio del Cato Institute, un centro studi americano, rileva che nella generazione Z il socialismo (53%) è visto con più favore del capitalismo (45%). Reich lo spiega con le condizioni materiali dei più giovani, che non possono permettersi una casa, faticano a pagare l'assicurazione sanitaria, affrontano un mercato del lavoro difficile e rinviano la creazione di una famiglia: per l'autore il capitalismo americano li ha delusi. La stessa indagine del Cato Institute rileva che il 56% degli americani teme che gli Stati Uniti possano smettere di essere un paese libero entro i prossimi 50 anni a causa della corruzione e degli abusi di potere ai vertici del governo.

Per queste ragioni Reich dubita che la nuova caccia ai "rossi" aiuterà i repubblicani alle elezioni di metà mandato. Quando pensano al sistema americano nel suo complesso, scrive, gli americani sembrano più preoccupati dal "neofascismo" di Trump che dal socialismo o dal comunismo. Il presidente, conclude l'autore, non ha una vera ideologia e non si cura né del capitalismo né del comunismo: la sua unica convinzione salda è "nell'antica ideologia chiamata narcisismo".

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