Vi spieghiamo l’America di oggi con i numeri di domani.
Perché l'America sta demolendo l'ordine mondiale che ha costruito
Daniel Torok, White House, 2026, Flickr, Opera del governo USA
Politica interna 11 min di lettura

Perché l'America sta demolendo l'ordine mondiale che ha costruito

Un saggio dell'Economist analizza la rivolta degli Stati Uniti contro l'ordine nato nel 1945: cosa vogliono i rivoluzionari di Trump, perché potrebbero fermarsi e quali rischi corre il mondo

A 250 anni dalla dichiarazione di indipendenza gli Stati Uniti sono di nuovo in rivolta, questa volta contro l'ordine mondiale che loro stessi hanno costruito dopo la vittoria sul fascismo nel 1945. È la tesi di un lungo saggio di Edward Carr pubblicato sull'Economist, che la chiama "Wrecking-ball revolution", la rivoluzione della palla demolitrice: al posto di Giorgio III e del suo parlamento, i nemici sono le istituzioni globali, le alleanze e il sistema di valori creati dall'America per proteggere la libertà. A un anno dall'inizio del secondo mandato il presidente Donald Trump aveva già abbandonato 66 organismi internazionali, tra cui 31 agenzie dell'ONU. Il mese scorso ha proposto una nuova serie di dazi generalizzati contro il commercio multilaterale e, se colpirà Cuba, sarà l'ottava volta che usa la forza militare dal gennaio 2025, senza chiedere l'approvazione del Congresso o del Consiglio di sicurezza dell'ONU e senza invocare alcuna giustificazione nel diritto internazionale.

"L'ordine globale del dopoguerra non è solo obsoleto: ormai è un'arma usata contro di noi", ha detto il segretario di stato Marco Rubio durante l'audizione per la sua conferma al Senato. Steve Bannon, ex stratega di Trump, festeggia che l'ordine basato sulle regole sia finito "nella pattumiera della storia", mentre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, parlando per alleati che si sentono attaccati e traditi, dice che "l'Occidente come lo conosciamo non esiste più".

Per l'Economist Trump non è interessato alle idee, non ha ideali né uno scopo più alto e la guerra in Iran dimostra la sua mancanza di una grande strategia. Ma è proprio quel vuoto a renderlo adatto a demolire il vecchio ordine: da opportunista con un ego insaziabile, non gli importa nulla delle istituzioni che gli sono state affidate e vuole erigere un monumento alla sua versione della grandezza americana, mettendoci sopra il proprio nome. Il momento è favorevole, perché ogni sistema geopolitico prima o poi affronta uno spostamento degli equilibri di potere o una crisi di legittimità e questo li sta affrontando entrambi: gli americani sono ormai convinti che la Cina non condividerà mai i valori universali che l'America rappresentava. A cosa serve allora un sistema costruito intorno a quei valori? Qualcosa di prezioso, scrive Carr, si è comunque rotto: la visione di John Kennedy, che nel discorso di insediamento promise che l'America avrebbe pagato "qualsiasi prezzo" e sopportato "qualsiasi fardello" pur di "assicurare la sopravvivenza e il successo della libertà", è morta.

Il saggio valuta la rivoluzione confrontandola con tre precedenti: la rivoluzione americana del 1776 e il mondo che creò, le rivoluzioni europee del 1848 e il loro fallimento, quella francese del 1789 e la sua discesa nel caos. La rivoluzione del 1776 trasformò i sudditi in cittadini titolari di diritti universali e fece degli Stati Uniti un modello di governo per l'umanità intera. Woodrow Wilson portò all'estremo questo approccio universalista: nel 1917 disse che "la pace deve essere piantata sulle fondamenta collaudate della libertà politica" e nel 1945 l'America mantenne la promessa, portando la libertà ai paesi sconfitti dell'Asse per costruire su quella base la difesa contro il comunismo.

I rivoluzionari di oggi vanno nella direzione opposta rispetto a Wilson. Stephen Miller, vicecapo di gabinetto della Casa Bianca e principale ideologo di Trump, ha detto alla CNN: "Viviamo in un mondo, nel mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal potere: queste sono le leggi ferree del mondo dall'inizio dei tempi". Il vicepresidente J.D. Vance, accettando la nomination alla convention repubblicana, ha parlato delle cinque generazioni di suoi antenati sepolte nella terra del Kentucky: "Non è solo un'idea, non è solo un insieme di principi. Anche se le idee e i principi sono grandi, quella è una patria. È la nostra patria". L'universalismo cristiano di Wilson, scrive l'Economist, ha lasciato il posto al nazionalismo cristiano: i rivoluzionari pensano che la fede dei predecessori nel libero scambio abbia fiaccato lo spirito guerriero di cui l'America ha bisogno in un mondo violento e vogliono "meno Adam Smith e più Carl Schmitt".

Lo storico norvegese Odd Arne Westad dubita che il pendolo stia semplicemente oscillando tra valori e realpolitik, come già accaduto in passato: per la prima volta nella sua storia, dice, l'America ragiona come una nazione ristretta che pensa solo ai propri interessi. "Quello che state vedendo è il rovesciamento dell'approccio universalista di fondo della politica estera americana. E non credo che sia solo una parentesi".

Michael Beckley, politologo della Tufts University, si aspetta un'America "più unilateralista, muscolare e transazionale". Gli esperti immaginano un paese che chiede di più e offre di meno: le basi americane in Germania diventeranno basi tedesche pagate dalla Germania, con gli Stati Uniti che manterranno il diritto di usarle; in cambio di garanzie di aiuto in caso di guerra, Washington pretenderà concessioni economiche in tempo di pace, imporrà un commercio "bilanciato" con dazi e quote a favore della propria economia e chiederà agli alleati, trattati come vassalli, di tagliare i legami con la Cina.

I rivoluzionari credono di poter imporre tutto questo perché l'America resta potentissima ed è destinata a diventarlo ancora di più grazie all'intelligenza artificiale. Chris McGuire, che si è occupato di politica tecnologica nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca sotto Joe Biden, dice che la tecnologia sta avanzando "così in fretta ed è così importante per il potere globale americano" che perfino gli addetti ai lavori faticano a rendersene conto. Gli Stati Uniti hanno circa 15 volte la potenza di calcolo dell'Europa e le recenti decisioni sui nuovi modelli di Anthropic e OpenAI mostrano che il diritto di usare i sistemi più avanzati potrebbe un giorno dipendere da un cenno della Casa Bianca. "Penso che gli europei siano completamente fregati, a essere onesto", dice McGuire, secondo cui saranno costretti a restare vicini all'America: "Sì, gli Stati Uniti sono frustranti e fastidiosi, a volte perfino un attore malevolo. Ma nel quadro generale sono un attore molto meno malevolo di Cina o Russia. Niente di tutto questo si baserà sulla legittimità. Si baserà sul potere".

Tutti i paesi sono egoisti, riconosce Carr rispondendo a chi ha sempre visto la retorica americana della libertà come una cortina fumogena, ma la cosa sorprendente dell'America è quanto abbia perseguito un'agenda universalista accanto ai suoi interessi più ristretti, a volte perfino contro. Gli alleati hanno accettato di dipendere dagli Stati Uniti perché credevano, a ragione, che l'America avesse a cuore il bene comune. I rivoluzionari offrono invece al mondo meno diritto e più forza, convinti che questo renderà l'America più dominante e prospera che mai. Kori Schake, studiosa dell'American Enterprise Institute, un centro studi di Washington, dice che "un'America predatrice attiverà gli anticorpi contro il potere americano".

Come le rivoluzioni europee del 1848, che dopo aver fatto tremare re e principi si spensero nel giro di pochi anni, anche questa potrebbe non arrivare fino in fondo. La maggior parte degli americani crede ancora che il proprio paese sia la nazione indispensabile, anche se dopo 8.000 miliardi di dollari spesi in "guerre infinite" molti non vogliono più fare i poliziotti del mondo. Due terzi dicono al Pew Research Center, un centro di ricerca americano, che gli Stati Uniti dovrebbero tenere conto degli interessi degli altri paesi nelle decisioni di politica estera. A fine marzo, un mese dopo l'inizio della guerra contro l'Iran, il 53% sosteneva che nella pratica la politica estera ormai li ignora: è la prima volta che una maggioranza la pensa così da quando il sondaggio esiste, cioè dal 2002. Il 54% dice inoltre che la guerra in Ucraina lo riguarda personalmente. Se la fazione MAGA di Trump perderà la Casa Bianca nel 2028, prevede il saggio, l'aggressività verso gli alleati diminuirà.

Molti studiosi dubitano che il nazionalismo nativista di Miller e Vance possa durare. Per Beckley l'America è semplicemente troppo diversificata: "L'idea del nazionalismo del sangue e del suolo, di tornare a prima del 1776: penso che semplicemente non prenderà molta forza politica". Il politologo di Stanford Francis Fukuyama concorda: "Non sono convinto che gli americani in generale abbiano rinunciato a questo progetto liberale che così tanti presidenti americani hanno sostenuto".

Brad Smith, vicepresidente di Microsoft, ricorda che i benefici delle tecnologie generaliste come l'intelligenza artificiale premiano chi le diffonde nell'economia, non chi le inventa: gli Stati Uniti sono primi al mondo nell'invenzione ma solo ventunesimi nella diffusione. "Non è che questa corsa finisca. La gente si comporta come se uno vincesse la gara, prendesse la medaglia d'oro e quella valesse qualcosa", dice. Smith dubita anche che il governo americano vorrà trasformare l'intelligenza artificiale in un'arma: Microsoft realizza il 45% dei suoi affari fuori dagli Stati Uniti e "non possiamo avere successo senza quei clienti e quei clienti sono a loro volta interconnessi a livello globale".

Anche se la palla demolitrice si fermasse, le macerie non tornerebbero al loro posto: la rivoluzione ha innescato reazioni che nessun cambio di governo a Washington potrà annullare facilmente. Dopo le minacce di gennaio di prendersi la Groenlandia dalla Danimarca, il movimento MAGA è diventato così impopolare in Europa che perfino i nazionalisti populisti prendono le distanze. "Trump sta progressivamente perdendo le sue carte", dice la studiosa italiana Nathalie Tocci. L'Unione Europea ha accelerato gli accordi commerciali con Australia, India, Indonesia, Mercosur e Messico, mentre la spesa tedesca per la difesa è raddoppiata dal 2023 e punta al 3,5% del PIL entro il 2029, il triplo del minimo toccato nel 2015. Camille Grand, ex funzionario francese che ha lavorato alla NATO, dice che se Putin mobiliterà le truppe russe gli europei "devono essere in grado di fornire la cavalleria", un'esigenza sentita soprattutto nell'Europa orientale, che teme di restare sola davanti alla Russia.

"Dobbiamo riempire il vuoto che gli Stati Uniti stanno creando nel nostro vicinato, in particolare nel Sud-Est asiatico", dice l'ex diplomatico giapponese Ishii Masafumi, ricordando che in termini di PIL l'Indonesia supererà il Giappone in appena vent'anni. Il primo ministro canadese Mark Carney, al Forum economico mondiale di Davos dello scorso gennaio, ha detto alle altre "potenze medie" che non c'è alternativa: "Se non siamo al tavolo, siamo nel menù".

Una teoria delle relazioni internazionali sostiene che serve una potenza egemone per costruire un ordine, ma che le potenze minori possono mantenerlo in vita, come hanno fatto salvando l'accordo commerciale del Pacifico oggi noto come CPTPP dopo il ritiro americano. Questi assetti senza egemone tendono però a essere instabili. "A un certo punto qualcuno deciderà che vuole uscirne, o che vuole infrangere le regole, o che le regole non valgono per lui", dice Fukuyama. Non tutte le potenze medie ci credono, del resto: in America Latina la destra ha vinto tutte le sette elezioni presidenziali dall'inizio del 2025 e nessuno pensa di resistere all'agenda americana, l'Unione Europea fatica a decidere in fretta e i paesi asiatici sono convinti di non poter reggere l'urto della Cina da soli. "Non c'è alcuna possibilità di contrastare la Cina senza gli Stati Uniti", dice John Lee, ex consigliere del ministro degli esteri australiano. Se l'America cercherà una riforma invece della demolizione totale potrà forse lavorare con le potenze minori per tenere insieme il sistema, ma a certe condizioni: "Gli Stati Uniti dovranno riguadagnarsi l'ingresso nelle istituzioni e nelle pratiche che hanno abbandonato", dice Schake. "Dovremo dimostrarci affidabili e gli altri ci diranno quando stiamo fallendo".

Lo scenario peggiore è quello della rivoluzione francese, che in quattro anni passò dai propositi ragionevoli del 1789 al Terrore e a quasi 17.000 decapitazioni. Trump, scrive l'Economist, ha messo in moto una macchina che né lui né alcun altro leader mondiale potrà controllare: il suo trattamento sprezzante di alleati e principi e la sua indulgenza verso i dittatori l'hanno solo accelerata. Un finale infelice, anarchico e violento è del tutto possibile. La Russia è diventata un paria che invade, sabota e uccide per poi nascondersi dietro le regole appena calpestate, mentre la Cina lavora in modo più calcolato: minaccia di bloccare le esportazioni delle terre rare che domina, con una pressione che il sistema commerciale mondiale fatica a reggere. Costruisce inoltre un sistema parallelo di banche di sviluppo e forum politici che non può sostituire il vecchio ordine ma può favorirne la frammentazione.

L'economista Eswar Prasad della Cornell University pensava che i benefici economici e di sicurezza della globalizzazione avrebbero compensato le chiusure dei leader; ora teme che la globalizzazione si sia guastata: "Non solo non stiamo ottenendo quei benefici, ma quella forza stabilizzatrice contro il gioco a somma zero della politica è sparita". Il suo ultimo libro si intitola "The Doom Loop", la spirale della rovina. Prasad teme anche che Trump possa sfruttare la dipendenza mondiale dal dollaro per strappare concessioni ai paesi che in una crisi avessero bisogno di liquidità di emergenza.

Con l'indebolimento delle norme internazionali, i paesi coglieranno occasioni che un tempo sarebbero state troppo rischiose. L'Iran ha preso il controllo dello Stretto di Hormuz, ha attaccato le infrastrutture energetiche dei vicini e cercherà di pagarsi la ricostruzione con pedaggi di transito, sul modello delle alleanze monetizzate da Trump. Altri colli di bottiglia saranno sfruttati: il Canale di Panama, la rotta artica, gli stretti di Bab al-Mandab e di Malacca, il primato olandese nella litografia per i microchip, le fabbriche di semiconduttori di Taiwan, i minerali del Congo e del Brasile. I leader rispolvereranno i piani per regolare i conti con i vicini, dalle schermaglie tra Cambogia e Thailandia alle rivendicazioni cinesi contro quasi tutti gli stati marittimi dell'Asia. Un sistema internazionale che si rompe premia i predatori: aiutando Putin a combattere l'Ucraina, il nordcoreano Kim Jong Un ha riguadagnato influenza presso Russia e Cina.

L'era del controllo degli armamenti nucleari è finita. Il trattato New START tra Stati Uniti e Russia è scaduto a febbraio, lasciando entrambi liberi di rimettere in servizio le testate immagazzinate, la Russia ha lanciato minacce nucleari nella guerra contro l'Ucraina e la Cina sta espandendo rapidamente il suo arsenale, mentre gli Stati Uniti preparano la loro prima nuova testata nucleare in quasi quarant'anni. In oltre sessant'anni le potenze nucleari sono passate solo da quattro a nove, molto meno di quanto temeva Kennedy nel 1963, anche perché molti paesi si sentivano protetti dall'ordine basato sulle regole: l'Ucraina del 1994 rinunciò alle testate ereditate dall'Unione Sovietica proprio per questo. Ma se Trump deride gli alleati, anche i più stretti, chi può credere che userebbe l'atomica per difenderli? La guerra in Iran ha messo in dubbio perfino la capacità americana di fermare la proliferazione con la forza e paesi che non avevano ambizioni nucleari cominciano a coltivarle.

Paul van Hooft, responsabile della deterrenza di RAND Europe, un centro studi, dice che se diversi stati correranno alla bomba "la probabilità di una guerra aumenta, così come la probabilità che una di quelle guerre coinvolga uno stato nucleare o che si arrivi all'uso di un'arma nucleare o due". Brad Roberts, ex funzionario del Pentagono, ricorda che le centrali nucleari dell'Asia orientale ospitano un numero sorprendente di supercomputer: "Hanno funzioni legittime, ne sono certo. Ma c'è da chiedersi quali altre funzioni abbiano avuto". "È un quadro piuttosto cupo", dice Joel Rosenthal, presidente del Carnegie Council for Ethics in International Affairs, un altro centro studi. "Non vedo davvero una via d'uscita. Vedo solo mitigazione, non prevenzione".

I prossimi leader americani, conclude il saggio, scopriranno che costruire un nuovo ordine è molto più difficile che demolire il vecchio. Il sistema del dopoguerra ha dato agli Stati Uniti vantaggi enormi per quasi un secolo: meccanismi permanenti di influenza, stabilità alle proprie condizioni, i guadagni che derivano dall'essere l'ancora del sistema finanziario mondiale e l'assenza di guerre tra grandi potenze. La demolizione può essere letta come un sintomo morboso di declino, il volto esterno del decadimento dei valori e della politica interna, oppure come la premessa di un nuovo ordine ancora guidato dall'America, prova della sua straordinaria capacità di rinnovarsi. Sarebbe però un'inversione storica, perché i nuovi ordini nascono di solito dalle guerre: servì la Guerra dei Trent'anni per arrivare alla pace di Vestfalia del 1648, servirono le guerre napoleoniche per il Concerto europeo e la sconfitta di Hitler per le Nazioni Unite.

Un po' di conforto arriva da Zhao Tong, del Carnegie Endowment for International Peace, un centro studi: i leader cinesi non hanno fretta, vogliono continuare ad accumulare potere e questo potrebbe lasciare alle due superpotenze il tempo di arrivare per gradi a una convivenza tollerabile. Per Fukuyama, però, usare piccole guerre per ricalibrare gli equilibri in un mondo pieno di armi nucleari significa corteggiare la catastrofe: "Ho paura", ammette. Westad vede una tentazione crescente, per i leader ambiziosi o spericolati, di agire in fretta per ottenere ciò che vogliono finché possono: "È proprio per questo che sono preoccupato". Come quelle del 1776, del 1789 e del 1848, la rivoluzione della palla demolitrice ha ormai preso vita propria e la paura costante sarà che le forze liberate non si fermino finché la demolizione non sarà completa.

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