Le riforme economiche di Cuba non convincono Trump
L'Avana propone privatizzazioni e fine dei controlli sui prezzi, l'apertura al mercato più ambiziosa dal 1959, ma Washington la considera superficiale e risponde con nuove sanzioni
Cuba ha approvato a giugno il pacchetto di riforme economiche più ambizioso dalla rivoluzione del 1959, ma non è riuscita a convincere l'amministrazione Trump, che ha risposto con nuove sanzioni. Le 176 proposte servono a rilanciare un'economia in crisi profonda e sono anche un gesto distensivo verso Washington, che lavora apertamente alla caduta del governo comunista dell'isola.
Il piano prevede la privatizzazione delle imprese statali, lo scambio di parte del debito pubblico con asset, l'apertura del mercato al settore privato, la fine dei controlli sui prezzi e la riduzione del ruolo dello Stato come intermediario in tutti i campi, dalle importazioni agli investimenti esteri. Sono le aperture più nette al mercato da quando Fidel Castro prese il potere nel 1959 e per molti versi vanno oltre quanto Washington potesse sperare, secondo Pedro Monreal, economista cubano che ha lavorato a lungo per le Nazioni Unite. Monreal ha detto a Bloomberg che le riforme sembrano pensate anche per "attirare l'attenzione del governo americano" e convincerlo ad aprire un negoziato.
Il giorno dopo l'approvazione delle misure da parte del comitato centrale del Partito Comunista e dell'Assemblea nazionale, riuniti in sessioni convocate in fretta, un portavoce del dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, le ha definite "segnali di fumo arrivati con grande ritardo e in definitiva superficiali". La settimana successiva il dipartimento del Tesoro ha imposto nuove sanzioni a banche, società minerarie e aziende di logistica cubane, oltre che alla nuora di Raúl Castro.
Da gennaio gli Stati Uniti hanno bloccato quasi tutte le importazioni di carburante dell'isola, rifornita solo da una petroliera russa, e con le sanzioni secondarie, che colpiscono le aziende straniere che fanno affari con Cuba, hanno costretto diversi partner commerciali del governo ad andarsene. Le catene alberghiere hanno lasciato il paese e grandi progetti minerari sono stati sospesi. I blackout erano cronici già prima delle nuove ostilità, ma secondo le Nazioni Unite ora stanno spingendo i 10 milioni di abitanti dell'isola sull'orlo di una crisi umanitaria.
I colloqui tra Washington e L'Avana proseguono senza risultati e martedì il ministro degli Esteri cubano ha detto che sono di fatto in stallo. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto più volte che non ci sarà alcun accordo finché il regime, al potere da 67 anni, resterà in piedi, mentre Cuba risponde che la sua leadership e la sua forma di governo non sono in discussione. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha difeso le riforme in un discorso del fine settimana scorso, negando che siano una resa: "Restaurare il capitalismo a Cuba non sarà mai uno dei nostri obiettivi. Si tratta di salvare la rivoluzione e le sue innegabili conquiste sociali".
Molte proposte restano vaghe e molto dipenderà dalle norme che le attueranno, ha detto Ricardo Torres, economista cubano e professore all'American University di Washington. Per Torres conta soprattutto l'ordine con cui le misure verranno applicate, una delle lezioni delle riforme nell'Europa dell'Est: eliminare i controlli sui prezzi prima di costruire una rete di protezione sociale sarebbe catastrofico per i più poveri, mentre privatizzare le industrie senza organi di vigilanza sarebbe "un cocktail di abusi, corruzione e favoritismi".
Con il sostegno del Cuba Study Group, un centro studi di Washington, Torres, Monreal e altri tre economisti stanno preparando una roadmap alternativa concentrata proprio su tempi e sequenze. La prima sfida è stabilizzare energia, agricoltura e conti pubblici per evitare il peggioramento della crisi umanitaria e preparare il terreno agli investimenti futuri.
L'Avana intanto si comporta come se un accordo senza cambiamenti politici fosse possibile. Ahmed Faisal, un consulente del governo cubano, ha detto al quotidiano di Abu Dhabi The National che il governo ha firmato intese preliminari con investitori mediorientali su turismo, aviazione, sanità e farmaceutica. Uno dei progetti prevede un resort di lusso chiamato Trump Island su Cayo Santa Maria, al largo della costa settentrionale del paese.
Norma Camero-Reno, professoressa di diritto alla Schiller University di Tampa, ha descritto a Bloomberg l'annuncio cubano come una mossa disperata per alleggerire la pressione americana. Anche per Torres, senza un cambiamento politico è difficile immaginare l'arrivo sull'isola di capitali diversi da quelli più speculativi: il governo cubano in passato ha espropriato proprietà e riscritto unilateralmente i contratti. "La storia non è dalla loro parte", ha detto. "Senza un cambiamento istituzionale profondo, quali garanzie e certezze possono avere gli investitori stranieri a Cuba?".
Il vicesegretario di Stato Christopher Landau ha usato parole simili la settimana scorsa al vertice dell'Organizzazione degli Stati Americani a Panama: il regime dell'Avana "sta collassando e deve attuare immediate riforme economiche e politiche", ha detto. "Non avete scelta".