L'Europa orientale teme di restare sola davanti alla Russia
Diciotto mesi di presidenza Trump hanno trasformato l'iniziale accettazione delle richieste americane sull'aumento della spesa militare in un timore concreto sulla tenuta della difesa collettiva, proprio mentre l'Alleanza si prepara al vertice di Ankara. In gioco il futuro stesso della NATO.
Cosa accadrebbe se la Russia attaccasse un Paese della Nato e gli Stati Uniti decidessero di non intervenire? È la domanda che da mesi inquieta i governi dell'Europa orientale. Fino a pochi anni fa uno scenario simile sembrava impensabile; oggi viene discusso apertamente nelle cancellerie di Polonia e Stati baltici.
A metà maggio, durante un incontro a Tallinn, al sottosegretario di Stato americano Thomas DiNanno è stato chiesto se le truppe statunitensi combatterebbero in caso di invasione russa dei Paesi baltici. La risposta è stata lunga, tortuosa, ma senza mai arrivare a un "sì".
Il Guardian ha ricostruito questo clima parlando con decine di funzionari, leader nazionali, Ministri della Difesa e degli Esteri, capi dell'intelligence e diplomatici, molti dei quali hanno accettato di parlare solo in forma anonima. Il timore, oggi, non è più soltanto che Washington chieda agli europei di spendere di più, ma che possa non rispettare fino in fondo il principio su cui si fonda la NATO: un attacco contro uno è un attacco contro tutti.
contro unoè un attacco contro tutti
La fiducia incrinata con Washington
I primi segnali erano arrivati già nel febbraio 2025, quando il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, in visita al quartier generale della NATO a Bruxelles, aveva chiarito agli alleati che, con la Cina in ascesa, la sicurezza europea non sarebbe più stata una priorità per Washington. L'Europa, aveva spiegato, avrebbe dovuto pagarsi da sola la propria difesa.
"I valori sono importanti, ma non puoi sparare con i valori né con i discorsi forti. Non c'è sostituto per la forza", aveva dichiarato all'epoca. Due settimane dopo, lo scontro televisivo alla Casa Bianca tra Trump e Volodymyr Zelensky, seguito dalla sospensione per oltre una settimana della condivisione di intelligence con Kyiv, ha rafforzato la sensazione che le regole tradizionali della diplomazia fossero saltate.
Tuttavia, il vertice NATO dell'Aia, nel giugno 2025, si è chiuso senza rotture solo grazie al lavoro dietro le quinte del Segretario Generale Mark Rutte, che ha cercato di convincere Trump a non rompere l'intesa tra i Paesi dell'Alleanza. In questo modo, i Paesi membri della NATO si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del proprio Pil entro il 2035, un obiettivo già vicino per Polonia e Stati baltici, ma fino a poco tempo fa quasi impensabile per molti governi dell'Europa occidentale.
Il problema, però, resta l'imprevedibilità del presidente americano. Una promessa fatta oggi può essere smentita domani da un post su Truth Social. A settembre, una ventina di droni russi sono entrati nello spazio aereo polacco in una sola notte. Mentre l'attacco era in corso, Trump ha pubblicato sui social un entusiasta "Here we go!", salvo poi suggerire che "poteva trattarsi di un errore". Il Ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski gli ha risposto pubblicamente: "Puoi credere che uno o due droni finiscano fuori rotta, ma 19 errori in una sola notte, no, non ci credo".
Nel gennaio 2026 la crisi più destabilizzante per l'Alleanza Atlantica è arrivata da Washington più che da Mosca. A provocarla è stato lo stesso Donald Trump, quando ha minacciato di annettere la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, a sua volta membro della NATO. Alcune cancellerie europee hanno chiesto ai propri uffici legali se, in uno scenario simile, Copenaghen avrebbe potuto invocare l'Articolo 5. Fino a quel momento, però, nessuno aveva davvero immaginato la Nato di fronte a una minaccia proveniente non da un avversario esterno, ma da un altro alleato: per di più dagli Stati Uniti, il Paese militarmente più potente dell'Alleanza e, fin dalla sua nascita, il perno politico e strategico dell'intero sistema atlantico.
Il rischio della "zona grigia"
A metà maggio, la Polonia ha poi scoperto con sorpresa che una rotazione di 4.000 soldati americani, già in parte arrivati, era stata cancellata. Trump ha revocato la decisione poco dopo con un post, spiegando di averlo fatto per mantenere i buoni rapporti con il nuovo presidente polacco Karol Nawrocki. Ma per Varsavia anche la retromarcia è stata una conferma inquietante: la presenza militare americana può dipendere non solo da valutazioni strategiche, ma anche dai rapporti personali del presidente con i leader europei.
L'irritazione cresce persino tra i Paesi alleati più vicini ideologicamente a Trump. La scorsa settimana la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha avuto un duro scontro con il presidente americano, accusandolo di aver "totalmente inventato" una storia in cui sosteneva che lei lo avesse implorato per una foto durante un vertice del G7. In Europa orientale, intanto, la Polonia è diventata la voce più critica. "Siamo stati e resteremo un alleato leale dell'America, ma non possiamo essere degli sciocchi", ha detto Sikorski in Parlamento.
Negli Stati baltici prevale invece ancora la cautela. I Ministri degli Esteri di Estonia, Lettonia e Lituania invitano alla calma, ma nel frattempo, vari Paesi europei hanno inviato truppe nei Baltici sotto l'ombrello NATO. La Germania sta schierando un'intera brigata in Lituania, la prima base militare permanente tedesca all'estero dalla Seconda guerra mondiale in poi, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto di estendere l'ombrello nucleare francese ad altri Paesi europei, Polonia compresa.
Restano però diverse capacità militari americane ancora molto difficili da sostituire: difesa aerea avanzata, capacità di attacchi in profondità e soprattutto intelligence. Un alto funzionario europeo ha spiegato che tutte le agenzie di intelligence NATO messe insieme, escluse quelle statunitensi, raccolgono sulla Russia "meno di quanto producano da soli gli americani".
Nel breve periodo, la questione decisiva è però un'altra: le tensioni pubbliche tra i Paesi dell'Alleanza hanno indebolito, agli occhi del Cremlino, la certezza che un'incursione in territorio NATO provocherebbe una risposta militare schiacciante? Finché l'esercito russo resta impegnato in Ucraina, spiegano i funzionari estoni, Mosca non ha i mezzi per un attacco convenzionale su larga scala contro l'Alleanza. Più probabile è il proseguimento di azioni ibride: sabotaggi, droni, operazioni nella "zona grigia", provocazioni calibrate per testare le linee rosse della NATO senza superarle apertamente.
Ma resta senza riposta la domanda chiave che oggi toglie il sonno ai responsabili della sicurezza dell'Europa orientale: come reagirebbe Washington se decine di droni kamikaze russi colpissero Varsavia o una capitale di uno Stato baltico?