Trump ha fatto pressioni segrete sull'ente che protegge i dipendenti pubblici
Un organo indipendente ha dato ragione a Trump sul potere di licenziare i dipendenti pubblici senza garanzie, ribaltando decenni di precedenti dopo le pressioni riservate della Casa Bianca.
Un organo indipendente che dovrebbe proteggere i dipendenti pubblici americani dai licenziamenti ingiusti ha finito per dare ragione al presidente Trump sul suo potere di rimuoverli quasi senza limiti. È successo al termine di una campagna di pressioni, pubbliche e riservate, della Casa Bianca.
Lo ha ricostruito il New York Times: la spinta riservata sull'organo è stata affidata a James Sherk, un collaboratore del presidente che da anni si batte per rendere più facili e rapidi i licenziamenti nel pubblico impiego. Un'azione, scrive il giornale, non troppo diversa dal telefonare a un giudice federale per dirgli come deve decidere.
L'organo si chiama Merit Systems Protection Board e fa da arbitro indipendente nelle controversie tra le agenzie del governo e i lavoratori licenziati. Dopo i licenziamenti di massa decisi da Trump nel 2025 era stato sommerso dai ricorsi di centinaia di dipendenti pubblici, che lo vedevano come ultima possibilità per difendere il posto.
A marzo l'organo ha pubblicato la sua decisione, che ribalta decenni di precedenti. Il caso riguardava due giudici dell'immigrazione, Megan Jackler e Brandon Jaroch, licenziati dall'amministrazione. La decisione ha accolto la tesi della Casa Bianca: l'Articolo II della Costituzione dà al presidente il potere di rimuovere i funzionari senza un giusto procedimento.
È la teoria del cosiddetto "esecutivo unitario", diffusa tra i conservatori: il presidente avrebbe un'autorità pressoché totale su tutto il ramo esecutivo e potrebbe dirigere l'operato dei suoi dipendenti, compresi i procuratori federali e i giudici dell'immigrazione che trattano questioni delicate di diritto. Portata alle estreme conseguenze, quella tesi permette di cancellare le tutele del pubblico impiego anche per i funzionari il cui lavoro li mette spesso in contrasto con gli obiettivi politici della presidenza.
L'amministrazione difende questa lettura apertamente. "Non possono esistere agenzie indipendenti del ramo esecutivo, perché l'indipendenza dal presidente significherebbe indipendenza dagli elettori che lo hanno scelto", ha dichiarato Allison Schuster, portavoce della Casa Bianca.
La decisione non tocca direttamente i casi che la Corte Suprema dovrebbe decidere in questi giorni, destinati a stabilire fin dove arriva il potere del presidente sul pubblico impiego. Ha però disinnescato lo strumento più efficace dei dipendenti federali per contestare i licenziamenti e, se confermata in appello, potrebbe indebolire le tutele di ampie fasce della pubblica amministrazione.
La pressione è passata anche per un incontro avvenuto il 21 novembre in un edificio degli uffici presidenziali, accanto alla Casa Bianca. Quattro giorni dopo Henry Kerner, presidente facente funzione dell'organo, riunì un piccolo gruppo di collaboratori: appariva scosso e incerto sul da farsi. All'incontro, oltre a Sherk, c'erano un alto funzionario del Dipartimento del Lavoro e una consulente dell'ufficio legale della Casa Bianca.
Per l'amministrazione lo scopo principale dell'incontro era valutare la candidatura di Kerner a presidente stabile dell'organo. L'idea di una pressione è "categoricamente falsa": ai presenti, raccontò poi Kerner, fu detto che non gli si stava indicando come decidere. Gli fecero però capire di ritenere l'organo tenuto a seguire il parere dell'Office of Legal Counsel, l'ufficio del Dipartimento di Giustizia che fornisce pareri legali al presidente, sui casi legati all'Articolo II.
Sherk, 45 anni e originario del Canada, aveva quell'organo nel mirino da tempo. Per anni ha lavorato alla Heritage Foundation, un centro studi conservatore, scrivendo documenti sugli sprechi nel pubblico impiego. Nel 2014, davanti ai parlamentari, disse che "la legge federale rende molto difficile licenziare i dipendenti pubblici" e indicò proprio quell'organo come un ostacolo, anche se nella grande maggioranza dei casi dà ragione alle agenzie del governo.
Nel primo mandato di Trump, Sherk entrò nell'ufficio per le politiche interne della Casa Bianca, ma non agì contro l'organo. Si concentrò su Schedule F, un'iniziativa che toglieva le tutele del pubblico impiego a un'ampia categoria di dipendenti federali, varata poco prima delle elezioni del 2020. Il presidente Joe Biden la annullò e restituì all'organo i due membri necessari per decidere, permettendogli di smaltire l'arretrato accumulato negli anni di Trump.
Tornato alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha colpito per prima la presidente democratica dell'organo, Cathy Harris, annunciando di volerla rimuovere. Harris ha fatto causa sostenendo di non poter essere licenziata senza una giusta causa, ma la Corte Suprema ha bloccato il suo reintegro mentre il processo prosegue. Restava Kerner, repubblicano, e nulla sembrava impedire a Trump di licenziare anche lui o James J. Woodruff II, il membro appena nominato.
Intanto in tutto il governo erano in corso licenziamenti senza precedenti. In alcuni casi, come quelli dei due giudici dell'immigrazione e di Maurene Comey, procuratrice federale a Manhattan e figlia dell'ex direttore dell'FBI, l'amministrazione si era limitata a invocare il potere previsto dall'Articolo II, senza altre spiegazioni.
Comey ha contestato il licenziamento in tribunale, sostenendo che l'organo non funziona come dovrebbe. In passato quell'organo aveva evitato di entrare nel merito di casi simili anche per una ragione paradossale: stabilire che il presidente può licenziare qualunque dipendente pubblico, nonostante le tutele del Civil Service Reform Act, la legge che lo ha creato, rischierebbe di renderlo a sua volta incostituzionale.
Poco dopo, l'Office of Legal Counsel emise un parere di segno opposto: l'organo doveva pronunciarsi sui casi legati all'Articolo II. Era lo stesso parere che a novembre, nell'incontro alla Casa Bianca, era stato indicato a Kerner come vincolante.
A marzo l'organo si è pronunciato. Non ha seguito alla lettera il parere del Dipartimento di Giustizia, precisando di non dover nemmeno stabilire se ne fosse vincolato, e ha affrontato il caso dei due giudici in modo da poter esaminare gli argomenti costituzionali senza decidere sugli altri casi analoghi. Il risultato è andato comunque nella direzione voluta dalla Casa Bianca: per la prima volta nella sua storia l'organo ha accolto un argomento che, portato alle logiche conseguenze, ne metterebbe in discussione l'esistenza stessa, schierandosi a favore del potere presidenziale.
Alcuni esperti di diritto del lavoro pubblico hanno paragonato la decisione al ribaltamento della sentenza Roe contro Wade, la storica pronuncia sul diritto all'aborto negli Stati Uniti. Questo mese la corte d'appello federale ha deciso di riesaminare il caso al completo, un passaggio raro che ne segnala l'importanza. "È stata una decisione enorme, che ribalta anni di giurisprudenza e stabilisce chi ha diritto o no alle tutele dell'organo", ha detto al New York Times Raymond Limon, un ex membro uscito lo scorso anno. "È sismica".
"Sapere che è stata presa con l'influenza della Casa Bianca significa che la decisione non si è basata sul diritto", ha dichiarato Nicholas Bednar, professore di diritto all'Università del Minnesota. La decisione, ha aggiunto, "riflette le stesse considerazioni ideologiche che alimentano lo smantellamento del pubblico impiego federale".
Sherk, intanto, è andato oltre. Questo mese era nello Studio Ovale quando il presidente ha firmato un ordine esecutivo che toglie le tutele del posto di lavoro a quasi 8.000 dipendenti con ruoli di indirizzo politico. "Di chi è stata l'idea?", ha chiesto Trump. Saputo che era di Sherk, lo ha chiamato alla scrivania per farsi spiegare. L'ordine, ha detto Sherk, tratta chi decide le politiche pubbliche come i lavoratori privati: "Se commettono errori, possono essere rimossi rapidamente".