Agli americani l'espressione "economia di libero mercato" piace molto più della parola "capitalismo". Lo mostra un sondaggio della società di ricerche Echelon Insights. Il divario esiste in tutti i gruppi di elettori, ma è particolarmente ampio tra i democratici, soprattutto tra i più giovani.
Il commentatore politico americano Matthew Yglesias è partito da questo dato per un'analisi pubblicata sulla sua newsletter Slow Boring. Una parte della spiegazione riguarda le parole, perché "libero" attira consensi mentre i termini che finiscono in "-ismo" suonano sospetti.
Nella Svizzera multilingue lo stesso partito si chiama Partito socialista in francese e Partito socialdemocratico in tedesco. Le due etichette indicano la stessa cosa, eppure negli Stati Uniti socialismo e socialdemocrazia ottengono risultati diversi nei sondaggi. Durante la Guerra Fredda, del resto, i leader americani preferivano parlare di "sistema di libera impresa" piuttosto che di capitalismo.
Per Yglesias però la differenza non è solo un problema di immagine, perché le due espressioni mettono l'accento su idee davvero diverse. Il libero mercato richiama la libertà di tentare, il capitalismo la pressione del profitto. La libertà è un bene, l'avidità no.
Il "libero mercato" batte il "capitalismo" in ogni gruppo
Il vantaggio è minimo tra i repubblicani, ma sale a 53 punti tra i democratici sotto i 50 anni. 9-13 luglio 2026 · 1.004 elettori probabili (±3,6 punti) · Echelon Insights.
Gradimento netto: quota favorevole meno quota sfavorevole. Il vantaggio indica di quanti punti "economia di libero mercato" supera "capitalismo".
Molto dell'anti-capitalismo diffuso nella cultura popolare americana, scrive Yglesias, non è un giudizio su specifiche politiche economiche ma una reazione a comportamenti avidi che sacrificano altri valori. Chi si arrabbia perché le nuove regole sul tetto salariale della NBA, la lega professionistica di basket, rendono più difficile tenere insieme la squadra del cuore se la prende con il "capitalismo", cioè con i proprietari che si accordano per contenere gli stipendi dei giocatori.
Lo stesso vale per chi accusa il capitalismo quando la Disney continua a sfornare remake senza ambizione artistica dei suoi classici animati.
Chi lavora nei settori creativi convive ogni giorno con la tensione tra logica commerciale e qualità del lavoro. Il giornalismo dà il meglio quando racconta storie vere e importanti in modo chiaro, ma è anche un'attività economica. Yglesias ricorda di aver passato fasi della carriera a scrivere titoli pensati per diventare virali su Facebook o a ottimizzare gli articoli per i motori di ricerca.
Gli incentivi economici orientano anche la copertura politica. Scrivere della lunga guerra che la sinistra di Bernie Sanders combatte contro l'establishment del Partito Democratico genera traffico, raccontare il lavoro dei candidati moderati che provano a vincere negli stati più difficili no.
Trasformare questo fastidio in un programma politico sarebbe però un errore, secondo Yglesias. Se tutti lavorassero per uno studio cinematografico di Stato, la libertà artistica sarebbe minore, non maggiore. L'Unione Sovietica ha prodotto anche grandi film, ma l'alternativa al mercato non è la libertà di creare senza vincoli economici. È un sistema di incentivi politici con poche possibilità di uscita.
In un libero mercato nessuno garantisce i soldi per fare esattamente ciò che si vuole, anzi le probabilità sono sfavorevoli, ma nessuno impedisce di provarci.
Il proprietario di un ristorante indipendente convinto che un piatto vada preparato in un certo modo può semplicemente farlo. Gli basta trovare clienti e incassare più di quanto spende. Una grande catena di ristoranti quotata in Borsa come Olive Garden, se il titolo scende, subisce invece la pressione degli investitori attivisti che la costringono a migliorare i conti.
Spesso il modo per riuscirci è migliorare davvero il prodotto. Per questo il capitalismo in media produce buoni risultati economici. Ma la spietatezza dei mercati finanziari ha un costo. Non a caso una parte consistente della popolazione preferisce gestire una piccola impresa.
Più un mercato è libero, sostiene Yglesias, più è facile sfuggire a quella logica. Chiunque può aprire in poco tempo una newsletter su Substack, la piattaforma su cui pubblica lo stesso Yglesias, o un canale video. Il Primo Emendamento della Costituzione, che tutela la libertà di espressione, impedisce quasi ogni barriera all'ingresso nel giornalismo.
Per tagliare i capelli serve invece una licenza, con requisiti che cambiano da Stato a Stato (1.000 ore di formazione a New York e in Texas, 1.500 in Georgia e in Illinois, 2.100 in Iowa). Nessuno pensa che in Iowa i tagli di capelli siano nettamente migliori che a New York. Per Yglesias queste regole sono protezionismo a favore di chi è già nel mercato.
Anche dove le licenze hanno senso, come per i piloti di linea, i requisiti sono influenzati da chi ha interesse a limitare l'offerta. Il problema diventa serio con le restrizioni sul numero di nuovi medici, che rendono più costosa la sanità e più difficile far funzionare qualsiasi sistema di pagamento delle cure, compreso il Medicare for All, la proposta di assicurazione sanitaria pubblica universale.
Il mercato immobiliare americano è capitalistico, perché le decisioni le prendono investitori in cerca di profitto, ma non è libero. Chi possiede un terreno e vuole costruirci una palazzina di quattro piani con otto appartamenti da affittare scopre quasi sempre che è illegale, per quante norme di sicurezza o ambientali sia disposto a rispettare.
Per molti americani il capitalismo si riassume ancora nella battuta "greed is good" ("l'avidità è un bene") del film Wall Street di Oliver Stone. Yglesias la considera una lettura forzata della celebre frase di Adam Smith secondo cui "non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo la nostra cena, ma dalla loro attenzione al proprio interesse".
Apprezzare gli scambi economici che avvantaggiano entrambe le parti è diverso dall'esaltare l'egoismo. Un'economia di mercato sana ha bisogno di persone integre. Diffondere l'idea che tutti debbano comportarsi nel modo più avido possibile fa funzionare peggio l'intera società.
L'avidità del resto non dipende dalla struttura proprietaria. Ci si aspetta che chi ricopre un ruolo pubblico, dal poliziotto al politico, dall'insegnante al burocrate, agisca nell'interesse collettivo, ma gli esempi di comportamenti opposti non mancano. Molti ospedali e la grande maggioranza delle università americane sono enti senza scopo di lucro, il che non impedisce ai loro amministratori di agire a volte in modo cinico e interessato.
Molta della frustrazione attribuita al capitalismo nasce infine da una scarsità reale: mancano case, cure mediche, posti negli asili. Un sistema in cui i posti letto in ospedale non bastano resta insoddisfacente sia che i letti vengano assegnati in base al prezzo sia che li distribuisca una procedura amministrativa.
Il più delle volte la soluzione alla scarsità è un mercato più libero. Le regole che la producono nascono spesso da un lobbying avido e orientato al profitto esattamente come i comportamenti d'impresa che vengono criticati.
Il difetto più grande del capitalismo, conclude Yglesias, è che non porta risorse alle persone quando ne hanno davvero bisogno: con figli piccoli a casa, durante una malattia, nella disabilità o nella vecchiaia. Per questo servono una rete di protezione sociale e servizi pubblici, non regole che limitano la libertà di adulti consenzienti di scambiarsi beni e servizi.
Uno stato sociale forte amplia la libertà garantita dai mercati. I vincoli regolatori invece ne cancellano i benefici e lasciano in piedi quasi tutto ciò che del capitalismo non piace.
