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I socialisti americani spaventano il Partito Democratico
Adam Fagen, 2025, Flickr, CC BY-NC-SA 4.0
Politica interna 4 min di lettura

I socialisti americani spaventano il Partito Democratico

I Democratic Socialists of America superano i 120.000 iscritti e battono i deputati in carica nelle primarie: i moderati temono un effetto Tea Party alle elezioni di metà mandato di novembre

I Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione della sinistra radicale statunitense, hanno superato i 120.000 iscritti e stanno vincendo una serie di primarie contro parlamentari democratici in carica. Martedì la sfida si ripete nelle primarie per il Congresso in Missouri e Michigan, con le corse più attese a Detroit e St. Louis. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, l'avanzata del movimento provoca preoccupazione e in alcuni casi panico tra i democratici moderati. Il timore è di rivivere quello che accadde ai repubblicani con il Tea Party, la frangia radicale che conquistò il partito danneggiandone l'immagine. E succede proprio mentre il partito cerca di attrarre gli elettori indecisi per riprendersi il Congresso alle elezioni di metà mandato di novembre.

Il movimento è nato nel 1982 dalla fusione di due organizzazioni socialiste e per decenni è rimasto marginale, con appena 6.000 membri all'inizio. La prima svolta è arrivata con la campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016, la seconda con la guerra a Gaza. Circa la metà degli iscritti attuali è entrata dopo la fine del 2024, quando le proteste contro l'offensiva israeliana nei campus universitari hanno avvicinato al movimento decine di migliaia di giovani. Oggi i DSA contano 250 sezioni locali, si finanziano soprattutto con le quote degli iscritti (in genere 15 dollari al mese) e hanno in Zohran Mamdani, il sindaco socialista di New York, il loro volto più noto.

I vertici dell'organizzazione vedono il Partito Democratico meno come un alleato che come un obiettivo da conquistare: la strategia dichiarata è sfidare i parlamentari in carica nelle primarie fino a prenderne il controllo.

A giugno tre candidati al Congresso sostenuti da Mamdani e dai DSA hanno vinto le primarie democratiche a New York, eliminando due parlamentari di lungo corso. Uno dei vincitori era stato arrestato l'anno scorso mentre protestava contro gli aiuti militari a Israele davanti all'ufficio di Chuck Schumer, il leader dei democratici al Senato. Darializa Avila Chevalier, tra gli organizzatori delle proteste alla Columbia University, ha battuto alla sua prima candidatura un deputato al quinto mandato in un collegio tra Manhattan e il Bronx. Altre vittorie sono arrivate in Pennsylvania e Colorado, dove l'avvocata Melat Kiros ha sconfitto nella zona di Denver un parlamentare in carica da 15 mandati.

Dopo i successi di giugno, fino a 16 candidati sostenuti dai DSA potrebbero entrare l'anno prossimo nel parlamento dello Stato di New York.

Il bilancio annuale dell'organizzazione è di appena 9,3 milioni di dollari. È meno di quanto un solo super PAC democratico, cioè uno dei comitati che possono raccogliere fondi elettorali senza limiti, ha già impegnato per la corsa al Senato in New Hampshire.

Quando fanno campagna porta a porta, i volontari del movimento non puntano a bussare una volta a ogni porta del quartiere, ma a farlo quattro volte. Candidati come Mamdani hanno dato voce alla rabbia dei più giovani per l'aumento del costo della vita, dalla casa alla sanità, presentandosi come gli unici disposti a opporsi all'amministrazione del presidente Donald Trump.

Le primarie vinte finora si sono giocate quasi tutte in collegi saldamente democratici. I gruppi del partito hanno scelto di non spendere per difendere i parlamentari in carica, convinti che i soldi servano di più nei seggi che a novembre decideranno la maggioranza.

La piattaforma pubblicata questo mese, intitolata "Workers deserve more" (i lavoratori meritano di più), immagina un mondo senza capitalismo. Prevede la settimana lavorativa di 32 ore, l'istruzione gratuita, la sanità universale, il controllo degli affitti e l'abolizione della polizia, delle carceri e dell'ICE, l'agenzia federale che esegue le espulsioni dei migranti, oltre allo stop agli aiuti economici e militari a Israele. Il documento chiede anche di abolire il Senato e di sostituire il presidente e la Corte Suprema con rappresentanti "scelti dal Congresso e a esso subordinati". Per finanziare le proposte il movimento indica tagli profondi alle spese per difesa e polizia, oltre ad aumenti delle tasse su società ed eredità.

Jamie Metzl, che con l'amministrazione Clinton lavorò nel Consiglio per la sicurezza nazionale e al Dipartimento di Stato, ha detto al Wall Street Journal che i DSA rappresentano "una minaccia fondamentale per il Partito Democratico e per la nazione nel suo complesso". Il deputato centrista Tom Suozzi ha avvertito che molti democratici sottovalutano un gruppo capace di organizzarsi e catturare l'attenzione con la stessa efficacia del movimento MAGA del presidente Trump. Van Jones, commentatore vicino ai democratici, ha detto in un video che il movimento mescola buone idee progressiste, come la sanità universale, con proposte "completamente folli" come l'abolizione delle carceri.

Kamala Harris, candidata democratica alla presidenza nel 2024, ha chiamato Mamdani dopo le vittorie di giugno, un gesto letto come un tentativo di accreditarsi presso la sinistra del partito mentre valuta una nuova corsa alla Casa Bianca nel 2028. Anche la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, tra i volti più noti del socialismo americano, sta considerando una candidatura presidenziale.

A giugno il 58% degli elettori democratici riteneva gli Stati Uniti troppo favorevoli a Israele, in crescita dal 45% di gennaio 2024, secondo un sondaggio AP-NORC. I DSA rivendicano di aver contribuito a spostare la posizione del partito sulla guerra a Gaza e di aver reso tossica per molti democratici l'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, che in passato godeva di un sostegno bipartisan.

Il movimento tiene insieme anime molto diverse. Ci sono i pragmatici concentrati sul governo locale, come il Mamdani che ad aprile trasformò in un evento mediatico la riparazione di una buca stradale a Staten Island. E ci sono marxisti e comunisti dichiarati, presenti anche nel comitato politico nazionale.

Megan Romer, co-presidente nazionale dei DSA, appartiene a una corrente che dichiara di voler "abolire il capitalismo e, in ultima analisi, raggiungere il comunismo", ma respinge l'immagine della rivoluzionaria. "Non sto costruendo una ghigliottina nel mio giardino", ha detto al giornale.

Il suo obiettivo per l'anno prossimo è avere alla Camera dieci deputati vicini al movimento, meglio ancora trenta o sessanta. Saranno comunque pochi, ma con una maggioranza risicata ogni voto conta. Un blocco socialista, da solo o alleato con gli altri progressisti, potrebbe dettare condizioni alla leadership del partito.

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Lorenzo Ruffino
Autore

Lorenzo Ruffino

Scrive regolarmente da anni di politica, elezioni, società e economia con un approccio data-driven. È parte di Focus America dal 2018, ha una newsletter su Substack.

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