I progressisti stanno ottenendo alle primarie democratiche un numero di vittorie che il partito non vedeva dal 2018. Tra i repubblicani, invece, l’endorsement del presidente Donald Trump equivale quasi a una garanzia di successo: dei 178 candidati sostenuti dal presidente fino al 30 giugno, ben 173 hanno vinto, pari al 97%.
Entro quella data, quasi 2.000 persone avevano partecipato alle primarie democratiche e repubblicane per la Camera, il Senato e le cariche di governatore in 31 Stati. Il sito FiftyPlusOne, che ha raccolto l’eredità del progetto di monitoraggio avviato da FiveThirtyEight nel 2018 e proseguito fino al 2024, ha censito gli endorsement espressi da Trump, dai leader e dalle organizzazioni progressiste, dai comitati elettorali dei due partiti, dai gruppi che promuovono le candidature femminili e dalle organizzazioni impegnate sul tema di Israele.
L’endorsement di Trump è quasi una garanzia di vittoria
Fino al 30 giugno, 173 dei 178 candidati sostenuti dal presidente hanno vinto le primarie repubblicane. Tra i democratici, intanto, le organizzazioni progressiste tornano a far cadere i parlamentari in carica come non accadeva dal 2018.
Quando il partito sfida Trump, perde
Il comitato repubblicano per il Senato (NRSC) ha difeso due senatori in carica contro i candidati del presidente. Li ha persi entrambi.
Il comitato per la Camera (NRCC) ha invece vinto con tutti i suoi 23 candidati: ma non si è mai schierato contro Trump e ha ribattezzato «MAGA Majority» il programma per i collegi contesi.
La spinta progressista fa cadere gli uscenti
Tre deputati sono stati battuti da sfidanti più a sinistra. Non per la linea politica generale: per il sostegno a Israele e, in due casi, per l’età.
In California altri tre deputati in carica — Gomez, Matsui e Thompson — affronteranno sfidanti progressisti alle elezioni di novembre.
Con un endorsement le donne vincono molto di più
Tasso di vittoria delle candidate sostenute dalle principali organizzazioni. La parte chiara della barra è la media di tutte le candidate del partito, quella piena è il vantaggio in più.
Nei collegi in bilico le repubblicane sono soltanto due, entrambe già in carica: Mariannette Miller-Meeks e Susan Collins.
Israele, l’endorsement che divide i democratici
La crescita dei progressisti e il dominio di Trump
Le organizzazioni progressiste hanno sostenuto 51 candidati che non erano già in carica: 28 di questi hanno vinto le primarie o si sono qualificati per le elezioni generali di novembre, vale a dire il 55%. Considerando separatamente i diversi gruppi, hanno vinto circa il 66% dei candidati non già in carica da loro appoggiati. Le percentuali sono in linea con quelle dei cicli elettorali precedenti, almeno dal 2018; a cambiare è soprattutto il numero assoluto delle vittorie. Già a metà stagione, ciascuna organizzazione monitorata aveva visto prevalere più candidati di quanti ne avesse sostenuti nell’intero 2024. Diversi gruppi si sono inoltre già avvicinati ai risultati complessivi raggiunti nelle elezioni di metà mandato del 2022.
Tre deputati democratici sono stati sconfitti alle primarie da sfidanti progressisti: Adriano Espaillat e Dan Goldman a New York e Diana DeGette in Colorado. Tutti e tre appartengono al Congressional Progressive Caucus, il gruppo che riunisce l’ala sinistra del partito al Congresso. Gli sfidanti non li hanno attaccati tanto per il loro orientamento politico generale, quanto per il sostegno a Israele e, nel caso di Espaillat e DeGette, per l’età. Un’altra deputata dello stesso gruppo, Valerie Foushee, in North Carolina, si è salvata per appena un punto in una primaria tenuta a marzo, prima che la spinta progressista acquistasse forza.
In California, tre deputati in carica — Jimmy Gomez, Doris Matsui e Mike Thompson — si sono qualificati per il turno successivo senza ottenere la maggioranza assoluta. Lo Stato adotta un sistema nel quale tutti i candidati partecipano alla stessa primaria, senza distinzione di partito, e i due più votati accedono alle elezioni di novembre. I tre deputati dovranno quindi affrontare altrettanti sfidanti progressisti alle elezioni generali.
Nelle primarie per il Senato in Colorado, Julie Gonzales ha ottenuto il 47% contro il senatore uscente John Hickenlooper, nonostante avesse raccolto meno appoggi dalle organizzazioni progressiste e fosse stata superata di oltre dieci volte nella spesa elettorale. In Illinois è accaduto il contrario: la presenza di più candidati progressisti nelle stesse competizioni ha frammentato il voto, favorendo la vittoria di esponenti più moderati che hanno ottenuto la maggioranza relativa.
Circa l’80% dei candidati sostenuti dai progressisti correva in collegi classificati come sicuri per i democratici dal Cook Political Report, la principale società americana di analisi elettorale. Il Democratic Congressional Campaign Committee (DCCC), il comitato che finanzia le campagne democratiche per la Camera, è invece intervenuto soltanto nei collegi competitivi o potenzialmente tali. All’interno del partito è stato criticato per avere investito denaro su Jasmeet Bains in California, battuta dal progressista Randy Villegas, e su David Baldacci in Maine, sconfitto a sua volta da un candidato di sinistra. Tutti gli altri candidati sostenuti dal comitato hanno vinto, compresi 18 parlamentari uscenti e nove aspiranti deputati in collegi aperti o controllati dai repubblicani.
Alle primarie repubblicane invece il 72% dei candidati appoggiati da Trump era già in carica e il 41% non aveva avversari alle primarie. L’ottimo risultato dell’endorsement del presidente dipende quindi in parte dalla selezione dei candidati, perché i parlamentari uscenti tendono a prescindere a vincere le primarie con percentuali molto elevate.
Dei 128 parlamentari in carica sostenuti da Trump, soltanto uno non ha ottenuto la candidatura. Il deputato texano Tony Gonzales era arrivato al ballottaggio — il secondo turno è previsto in alcuni Stati quando nessuno supera il 50% — ma si è ritirato in seguito a uno scandalo sessuale, lasciando la candidatura a Brandon Herrera. Trump lo aveva appoggiato prima che emergesse lo scandalo e, nei giorni precedenti al voto, ne aveva preso informalmente le distanze.
Limitando il calcolo ai candidati non già in carica impegnati in primarie competitive, l’endorsement di Trump ha permesso di vincere 41 volte su 45, il 91%. In due casi ha sostanzialmente neutralizzato una possibile sconfitta distribuendo due appoggi successivi. In Oklahoma, il suo candidato aveva raggiunto il ballottaggio ma era poi crollato a causa di un altro scandalo sessuale; Trump aveva quindi trasferito il proprio sostegno al rivale prima del secondo turno. Nelle primarie per il governatore della South Carolina ha invece appoggiato entrambi i candidati arrivati al ballottaggio. Le altre due sconfitte sono giunte anch’esse in competizioni per la carica di governatore, in Iowa e in Georgia.
Il National Republican Congressional Committee (NRCC), che sostiene i candidati repubblicani alla Camera, ha appoggiato soltanto 23 candidati, ma hanno vinto tutti. Ad ogni modo il NRCC non si è mai schierato contro Trump e tutti i suoi candidati, tranne tre, avevano ricevuto già anche il sostegno del presidente. Le eccezioni sono due deputati moderati che si sono preparati senza avversari alle primarie, David Valadao e Brian Fitzpatrick, e Laurie Buckhout, vincitrice di una competizione a cinque nella quale tutti i candidati cercavano di presentarsi come vicini a Trump. Quest’anno il comitato ha ribattezzato “MAGA Majority” lo storico programma di sostegno ai candidati nei collegi contesi, precedentemente chiamato “Young Guns”, promettendo aiuti a chi incarna l’agenda trumpiana.
Il National Republican Senatorial Committee (NRSC), l’organizzazione equivalente per il Senato, ha invece sfidato Trump due volte ed è stato sconfitto in entrambi i casi. Il comitato aveva sostenuto 8 candidati: i 6 impegnati in competizioni prive di un senatore uscente erano appoggiati anche da Trump e hanno tutti ottenuto la candidatura. I due senatori in carica, Bill Cassidy in Louisiana e John Cornyn in Texas, sono stati invece battuti rispettivamente da Julia Letlow e Ken Paxton, entrambi sostenuti dal presidente.
Il comitato si era schierato con i propri senatori già a metà del 2025, senza riuscire a scoraggiare gli sfidanti. In Louisiana, Trump aveva invitato pubblicamente Letlow a candidarsi nel gennaio del 2026. In Texas, i vertici del partito avevano lavorato per mesi nel tentativo di convincerlo a sostenere Cornyn, prima che un endorsement tardivo a Paxton affondasse definitivamente le speranze del senatore uscente.
Le donne vincono di più, ma restano poche tra i repubblicani
EMILY’s List, organizzazione che recluta e finanzia candidate democratiche, ha appoggiato 34 candidate donne e ne ha viste vincere 27, il 79%, contro un tasso di successo complessivo del 47% per le candidate alle primarie democratiche.
I due gruppi di sostegno alle candidate repubblicane hanno ottenuto risultati ancora migliori: le candidate sostenute da Winning for Women hanno vinto o superato il primo turno in 22 casi su 24, il 92%, mentre quelle appoggiate da Maggie’s List ci sono riuscite in 24 casi su 29, l’83%. Nel complesso, però, soltanto il 35% delle donne candidate alle primarie repubblicane ha vinto o è passato al turno successivo.
Nelle primarie senza un parlamentare uscente, dove l’appoggio di un’organizzazione può essere decisivo per emergere in una competizione affollata, le candidate supportate da EMILY’s List hanno vinto 16 volte su 22, il 73%, un risultato inferiore a quello degli anni precedenti. Winning for Women si è imposta in 6 competizioni su 8 e Maggie’s List in 9 su 14, mostrando entrambe un miglioramento rispetto al ciclo del 2024.
Tra i due partiti rimane tuttavia un ampio divario nel numero delle candidate. Tra i democratici, le donne sono 321 su 983 partecipanti alle primarie, vale a dire il 33%; tra i repubblicani sono 168 su 842, ovvero solo il 20%. Le candidate democratiche rappresentano il 44% del totale dei candidati del partito già qualificati per il voto di novembre, mentre le candidate repubblicane si fermano al 18%. Le proporzioni sono rimaste sostanzialmente stabili negli ultimi cicli, con una notevole eccezione: nelle competizioni per il Senato le donne costituiscono appena il 27% dei candidati democratici.
Le candidate democratiche prevalgono anche nei collegi nei quali il partito ha maggiori possibilità di vittoria a novembre. Nei seggi considerati in bilico, le donne rappresentano il 54% dei candidati democratici e appena il 15% di quelli repubblicani. Queste ultime sono soltanto due: la deputata Mariannette Miller-Meeks in Iowa e la senatrice Susan Collins in Maine, entrambe già in carica. I democratici hanno invece scelto 6 candidate non uscenti per sfidare altrettanti parlamentari repubblicani in collegi competitivi.
Il divario si ripete nei collegi sicuri: le donne sono il 44% dei candidati democratici nei seggi saldamente controllati dal partito e appena il 14% dei candidati repubblicani nei collegi altrettanto sicuri per il partito. Storicamente, entrambi hanno candidato donne soprattutto nelle competizioni più difficili, riservando di fatto agli uomini i seggi con maggiori probabilità di vittoria. Negli ultimi cicli i democratici si sono progressivamente allontanati da questo schema, mentre i repubblicani lo hanno fatto in misura molto minore.
Nel 34° distretto del Texas, i due gruppi repubblicani hanno sostenuto l’ex deputata Mayra Flores, già appoggiata da Trump in una precedente candidatura ma questa volta osteggiata dal presidente. Flores è stata sconfitta. Nel 10° e nel 38° distretto dello stesso Stato, le organizzazioni femminili si sono nuovamente scontrate con Trump, sostenendo nel secondo caso due candidate diverse. Anche in quelle competizioni ha prevalso il candidato del presidente. Era già accaduto nel 2024, quando Trump si era schierato contro candidate di primo piano in North Carolina, Kansas e nella corsa per il governatore dell’Indiana.
EMILY’s List si è contrapposta una sola volta al comitato democratico per la Camera, mentre in sei competizioni ha sostenuto un candidato diverso da quello scelto da un’organizzazione progressista. In altre quattro ha appoggiato lo stesso candidato dei progressisti e in dodici lo stesso nome indicato dal comitato del partito.
Israele, la principale linea di frattura tra i democratici
La posizione su Israele è stata una delle principali linee di divisione nelle primarie democratiche. Un ruolo di primo piano è stato svolto dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), il maggiore gruppo di lobbying filo-israeliano negli Stati Uniti, e dal suo super PAC, United Democracy Project, un comitato autorizzato a spendere senza limiti a sostegno o contro i candidati. A questi si sono aggiunti Democratic Majority for Israel e J Street. Ognuna delle due organizzazioni ha appoggiato almeno 50 parlamentari in carica, ottenendo percentuali di vittoria pari o superiori al 95%.
Le sconfitte più significative sono però arrivate proprio su questo terreno. Alcuni parlamentari sostenuti da queste organizzazioni sono infatti stati battuti da sfidanti progressisti che li avevano attaccati proprio per le loro posizioni su Israele.
AIPAC è uno dei maggiori finanziatori dell’intero ciclo di primarie e la principale forza organizzata contro i candidati progressisti. Nel conteggio del progetto, che registra gli appoggi pubblicati sul sito dell’organizzazione e le spese dirette del suo super PAC, AIPAC ha sostenuto soltanto due candidati democratici che non erano non già in carica: Adrian Boafo, che ha vinto in Maryland, e Melissa Conyears-Ervin, sconfitta in Illinois. Il gruppo è intervenuto però anche in altri modi, per esempio spendendo per spot contro un candidato senza appoggiarne pubblicamente un altro.
A febbraio, l’organizzazione aveva aperto l’attuale ciclo elettorale con una sconfitta di rilievo nelle primarie per l’elezione suppletiva dell’11° distretto del New Jersey. AIPAC aveva speso più di 2 milioni di dollari contro Tom Malinowski attraverso annunci che non riguardavano le sue posizioni su Israele. La strategia si era ritorta contro il gruppo, contribuendo a portare al primo posto una candidata più progressista.
Buona parte dell’attività di AIPAC sfugge comunque al conteggio, perché l’organizzazione e i suoi alleati fanno transitare il denaro attraverso comitati di facciata, che possono ricevere finanziamenti anche da altre fonti, come è accaduto in diverse competizioni dell’Illinois. Nel 9° distretto, due comitati collegati ad AIPAC hanno speso milioni di dollari per sostenere Laura Fine e attaccare i candidati progressisti Daniel Biss e Kat Abughazaleh, senza riuscire nell’obiettivo. Hanno inoltre investito una piccola somma a favore di un’altra progressista, Bushra Amiwala, nel tentativo di dividere il voto filopalestinese. Nell’8° e nel 2° distretto la stessa strategia ha funzionato, favorendo le vittorie di Melissa Bean e Donna Miller; nel 7°, invece, non è bastata a far emergere Conyears-Ervin da una competizione particolarmente affollata.
Tra i repubblicani, AIPAC ha appoggiato 66 parlamentari in carica e ne ha visti vincere 62. Ha sostenuto un solo sfidante, Ed Gallrein nel 4° distretto del Kentucky, contribuendo a rendere quella competizione una delle primarie più costose dell’anno. L’obiettivo era battere il deputato Thomas Massie, da tempo inviso a Trump.
I candidati supportati da Democratic Majority for Israel, organizzazione più piccola e attiva esclusivamente nelle primarie democratiche, hanno vinto 7 delle 10 competizioni nelle quali aveva sostenuto candidati non già in carica. J Street, gruppo filo-israeliano più liberale, favorevole alla soluzione dei due Stati e alla fine della guerra, ha scelto una strategia differente: in 8 occasioni, nell’arco di 6 mesi, ha appoggiato più candidati nella stessa competizione. La metà dei suoi candidati non già in carica ha vinto le primarie contese, ma nelle 22 competizioni di questo tipo nelle quali è intervenuta almeno uno dei candidati sostenuti è arrivato primo in 17 casi.
Nei confronti diretti con AIPAC o Democratic Majority for Israel, i candidati sostenuti soltanto da J Street hanno vinto 4 volte. L’unica sconfitta è arrivata nel 32° distretto della California, dove il gruppo si era schierato contro il deputato uscente Brad Sherman, appoggiato invece dalle altre due organizzazioni.
Nella seconda metà della stagione, il confronto più atteso è quello del Michigan, dove il progressista Abdul El-Sayed sfida la deputata Haley Stevens per la candidatura democratica al Senato. Stevens ha ricevuto un raro appoggio nelle primarie dal leader della maggioranza al Senato Chuck Schumer, che quest’anno si era schierato soltanto un’altra volta, a favore della governatrice del Maine Janet Mills. Anche AIPAC sta investendo ingenti risorse nella sua candidatura.
In Missouri, le stesse organizzazioni cercano di impedire il ritorno dell’ex deputata Cori Bush, che avevano contribuito a sconfiggere nel 2024. Alla Camera, intanto, diversi parlamentari democratici in carica restano ancora esposti alla sfida di candidati progressisti.
