I democratici sono in vantaggio di più di otto punti sulla scheda generica per il Congresso tra gli elettori probabili, la domanda con cui i sondaggisti chiedono quale partito si intende votare per la Camera nel proprio collegio. Se il margine reggesse fino al 3 novembre, il risultato replicherebbe l'onda blu del 2018 e supererebbe quelle del 1994, del 2006 e del 2010.
Non esiste una definizione formale di onda elettorale. Il termine descrive la sensazione di una vittoria larga, in cui un partito conquista tutti i collegi e gli Stati in bilico e strappa all'avversario anche seggi considerati sicuri e parlamentari in carica da decenni. Perché quella sensazione si materializzi la notte del voto servono due condizioni, spiega un'analisi di Nate Cohn sul New York Times.
La prima è vincere con un margine ampio: chi si aggiudica il voto nazionale con almeno cinque punti di distacco parte favorito nella gran parte dei collegi e degli Stati contesi. La seconda è meno intuitiva e riguarda il confronto con l'elezione precedente. Una vittoria di cinque punti non somiglia a un'onda se lo stesso partito aveva già vinto di quattro punti la volta prima. Se si immagina un'onda, il voto nazionale di un partito è l'altezza della cresta e il risultato dell'ultima elezione è la base da cui quella cresta si solleva.
I singoli sondaggi di alto profilo danno ai democratici numeri ancora migliori della media. La rilevazione del New York Times con il Siena College li ha messi avanti di 8,5 punti, mentre Quinnipiac University, la facoltà di Giurisprudenza della Marquette University e YouGov per l'Economist hanno registrato tutti vantaggi a due cifre.
Un fattore che aiuta i democratici è il passaggio, dopo il Labor Day di inizio settembre, dal campione degli elettori registrati a quello degli elettori probabili, cioè le persone che i sondaggisti ritengono davvero intenzionate ad andare a votare in novembre. I democratici stanno meglio nel secondo gruppo: nelle rilevazioni di Marquette e di YouGov per l'Economist il distacco tra le due misure arriva a sei punti a loro favore, nel sondaggio Times/Siena si limita a due punti, ma la direzione è la stessa.
Il vantaggio democratico non è soltanto ampio, è anche molto più alto di quello del 2024, quando il presidente Donald Trump vinse di 1,5 punti e i repubblicani si aggiudicarono il voto popolare nazionale per la Camera con quasi tre punti di distacco. Il margine di 8,5 punti dell'ultimo sondaggio Times/Siena corrisponde quindi a uno spostamento di undici punti rispetto a due anni fa.
Un'onda di queste dimensioni non sarebbe la più forte a memoria d'uomo. Quel primato resta al 2010, quando l'onda repubblicana arrivò dopo un trionfo democratico e produsse uno spostamento di diciassette punti verso il Partito Repubblicano. Il 2026 sarebbe però paragonabile ad anni come il 2006 o il 2018.
Con un vantaggio di 8,5 punti sulla scheda generica, che equivale a uno spostamento di dieci punti rispetto all'1,5 con cui Trump vinse nel 2024, i democratici sarebbero competitivi in qualunque collegio o Stato in cui il presidente si impose con dieci punti o meno. Entrerebbero quindi in gioco molti territori che nel 2024 erano stati vinti senza fatica dai repubblicani.
Nei sondaggi statali e di collegio dell'ultima settimana quella competitività si è vista quasi in ogni posto in cui è stata misurata. In Texas il democratico James Talarico è stato in vantaggio in tutte le rilevazioni pubbliche per il Senato, compresa quella condotta dal Siena College con ReconMR. I democratici sono risultati avanti anche nei sondaggi di qualità in Alaska e in Kansas, dove nei giorni scorsi erano già emersi segnali negativi per i repubblicani.
Le poche buone notizie per il Partito Repubblicano arrivano quasi tutte da Stati del Nord tradizionalmente favorevoli ai democratici, come Minnesota, New Hampshire, Maine e Michigan. Anche lì i democratici sono stati in vantaggio nella maggior parte delle rilevazioni per il Senato, ma senza margini da onda e in Minnesota un sondaggio non di parte ha registrato una situazione di parità.
Non è insolito che il partito vincente vada male in alcuni posti pur eccellendo altrove, perché i singoli candidati e le singole campagne pesano molto. Quest'anno si aggiunge un elemento nuovo, cioè i guadagni democratici tra gli elettori ispanici, che i sondaggi indicano come ampi o addirittura enormi. Questo si traduce in progressi sproporzionati nelle aree a forte presenza ispanica ed è una delle ragioni principali per cui i democratici vanno così bene in Texas, uno degli Stati con la popolazione ispanica più numerosa del paese. Dove gli elettori ispanici sono una quota ridotta dell'elettorato, come negli Stati blu in cui i democratici stanno sotto le attese, i guadagni sono più contenuti.
Un'onda non garantisce però il controllo del Senato ed è questa la principale consolazione per i repubblicani. Nell'onda rossa del 2010 il Partito Repubblicano non riuscì a conquistare la camera alta, soprattutto perché non c'erano abbastanza seggi in gioco in territori favorevoli: a ogni elezione si rinnova solo un terzo del Senato, quindi la composizione del gruppo di Stati al voto conta quanto il clima politico nazionale. Pesò anche la scelta di candidati deboli in diversi Stati. I repubblicani perdettero così Colorado e Nevada, allora considerati terreni a loro favorevoli, mentre vincevano nell'Illinois solidamente democratico e in una Pennsylvania che a quel tempo pendeva a sinistra.
Ai democratici tocca oggi una difficoltà simile: con un terzo dei seggi in gioco, per riprendersi il Senato dovranno andare straordinariamente bene e strappare almeno due Stati in cui Trump vinse con undici punti o più, un ostacolo che i loro numeri nazionali da soli non bastano a superare. I sondaggi di questa settimana li hanno visti avanti in almeno quattro Stati di questo tipo. Riuscirci resterebbe un'impresa anche in un anno di onda, ma è il genere di cosa che succede soltanto quando un'onda c'è davvero.
